domenica 15 gennaio 2017

a boche amorosa

Ho appena visto l'idea più comune di "Sardegna" passare alla tv: le spiagge, le greggi, il pastore che ancora oggi affonda le mani nel latte cagliato e ne trae formaggio, l'artigianato, i costumi, il territorio. Mi è sembrato di sfogliare uno di quei libretti di pochissime pagine, rettangolari, intitolati mi sembra "Le mie ricerche", che comperavo quando avevo sette o otto anni: stesse illustrazioni, stesse informazioni stereotipate, stessa incolmabile assenza di un qualsiasi riferimento storico. Amo quest'Isola, perché continua ad essere ignorata, minimizzata, messa da parte. Conosco gente che vi sbarca ogni estate e non sa niente della quotidiana, secolare abbondanza di Bellezza appena dietro la scenografia balneare. Certi addirittura riempiono sacchetti di plastica con le sabbie colorate delle sue spiagge, che poi immagino rovescino negli acquari domestici, convinti che non importi a nessuno. Non sanno che ogni granello di sabbia, ogni filo d'erba, ogni frammento di conchiglia, di roccia, ogni briciola di terra, ogni goccia d'acqua, ogni essere vivente è parte necessaria all'Isola, è custode e tesoro prezioso allo stesso tempo. Non sanno dei gesti compiuti da secoli per dire va bene, a domani, come stai, o degli occhi che all'improvviso si accendono di una fierezza scura, cauta, mite. Non sanno delle mani che intrecciano sapientemente erba e si lasciano baciare con umiltà, con gratitudine, né della straordinaria altitudine cui arriva il pensiero di chi custodisce l'Isola nelle azioni quotidiane più semplici. Amo quest'Isola tenuta a freno, unificata da almeno due secoli sotto una coperta pesante di generalizzazione, di superficialità. All'inizio degli anni '70 avevo diversi compagni di scuola che provenivano dalla Sardegna. Per noi del posto erano semplicemente "sardi", né ho mai sentito nel corso degli anni alcuno di loro rivendicare un'identità più precisa. Li immagino sbarcare al porto di Genova, dopo una navigazione tranquilla, cielo sereno, ottima visibilità, scendere dalla nave e vedere un caigo denso arrivare da terra: la nebbia pesante e lattiginosa della nostra ignoranza, la nostra offerta di integrazione. Avranno avuto cose meravigliose nei loro bagagli, le forme del pane quotidiano, il modo di dire una parola, il modo di manifestare l'allegria o di aspettare, gli accenti e i tratti delle genti venute nei secoli a conquistare. Credo lasciassero pulito e libero un angolo della propria anima, del cuore, partendo da Porto Torres e che arrivando riponessero lì le loro innumerevoli identità, le loro eredità meravigliose. A noi sorridevano, miti, gentili, scoprendo denti bianchissimi oltre i quali serbavano parole e pensieri che non avrebbero potuto condividere. Erano infinitamente più colti di noi, sapevano che non sarebbe stato possibile spiegarci l'immensa complessità del loro piccolo continente in mezzo al mare, sapevano che non avremmo capito.






Paolo Angeli

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Complimenti. La tua non è solo empatia, è grande sensibilità per le polveri sottili dell'animo, occhio sapiente che vede la brace ancora viva sepolta da anni di fuliggine.
Grazie.
Ms

red ha detto...

Grazie a te per la tua lettura e per le parole troppo gentili