"Dans le bleu"

Amélie Beaury-Saurel, Dans le bleu (1894) - Musée des Augustins, Toulouse FR

Tilicche a colazione

Tilicche di Ozieri - Photo Le Vie della Sardegna


Lo scorso weekend tilicche, copulette, papassini, amaretti, aranzadas hanno attraversato il mare e sono arrivati da me. Se si potesse definire davvero il sapore della meraviglia, per me sarebbe quello dei dolci sardi: la meraviglia dei loro sapori, ma soprattutto quella che provo al sentire la nostalgia per la Sardegna prendermi il cuore. Così lo scorso weekend ho assaporato dolci sardi davanti al mio mare, con le spiagge grigie, gli scogli a strapiombo e le agavi affacciate dalle poesie di Montale. Ho lasciato che il sapore della mandorla, della sapa, del miele si sciogliessero nel canto dolcissimo che ormai conosco bene e ho pensato all'Isola di là dal mare, oltre il mio orizzonte, come fosse l'altra riva di casa mia. Il nostro dialogo sta cambiando insieme al tempo. Le orecchie si sono riabituate al silenzio e adesso posso già sentire parole che nemmeno avrei potuto immaginare. Abbiamo un dialogo d'amore, l'Isola ed io, una conversazione "d'amorosi sensi". Io la penso, e Lei si lascia guardare; io la cerco, e Lei mi indica dove approdare. Amo questa terra che non è mia, forse proprio per questo, perché non è e non sarà mai mia, eppure desiderarla è la cosa più concreta che ho potuto toccare con mano fino a qui. Amo quest'Isola che danza in cerchio con i suoi colori, i profumi, i sapori, i suoni. Balla in tondo ma intanto mi rivolge sorrisi e mi parla. Ed è paziente, come una madre. Sa che io sono ligure, sa che potrebbe volermici una vita per fare un piccolo passo, una vita intera per danzare un meraviglioso istante insieme a Lei.

Due mari


Due metà di pane carasau accostate su di un piatto, spinacino e pomodoro fresco, olive no perché ho dimenticato di comprarle. Mi piace questo pane sardo, perché è essenziale, apparentemente povero ma capace di inventare sapori di indescrivibile ricercatezza. È come la sua Isola. Nel Sinis, a due passi dalle rovine di Tharros, tempo fa le zanzare hanno banchettato con le mie caviglie, pure quello che mi è rimasto di quel pomeriggio è tutto il resto: il vento, i fiori, la torre, la città di Tharros, così viva che più che in rovina sembra in costruzione. Mi piace il vento sardo. Mi piace come tira da quelle parti. Quando questa foto è stata scattata ero impegnata a farmi attraversare, a farmi ripulire da questo vento come un ippopotamo da un uccello. Stavo lì, con l'anima spalancata e non guardavo con troppa attenzione. Ma da quella mia posizione avrei potuto scendere e scegliere verso quale mare andare, se quello calmo in cui si specchia Tharros, o quello mosso sull'altro versante della penisola. Due mari, ben due mari in uno sguardo solo. A Sestri c'è da tantissimi anni un albergo, posto proprio dove comincia la salita ripida della penisola, che mostra sul tetto un cartello con su scritto a grosse lettere DUE MARI. Il mare però è uno solo, anche se bagna due spiagge, due versanti della piccola penisola di Sestri, è tutto calmo una volta, e tutto mosso un'altra volta. È un'illusione di due mari, anche se a me pare più appropriato dire che è una scopiazzatura piena di ingenuità. Il golfo qui dove vivo copia continuamente la Sardegna, anche adesso che i gozzi non partono più per Porto Torres o Carloforte. È rimasta una specie di impronta fragilissima, fatta di sabbia, della bellezza sarda di là dal mare. A volte, quando sono sull'Isola, penso di non essere nata ligure per caso.

25 Aprile

Casone di Stecca, pendici del Ramaceto

Il Ramaceto è già Appennino Ligure. È un signor monte. È così alto che lo posso guardare perfino dalla spiaggia dove passo l'estate. È un'onda di roccia e la neve ogni inverno copre la sua cresta come spuma. Sul versante opposto è tutto verde e fitto di boschi ma verso il mare è brullo e sassoso, è come un fondale marino risalito su in alto a guardare la costa con immobile nostalgia. Da qualche anno vado lassù ad aspettare il 25 Aprile, anche se non posso spostarmi ci vado col pensiero, arrivo a piedi lungo la strada fino al casone di Stecca e aspetto. C'è un silenzio vivo, tremante e l'aria dolce che soffia tra i fili d'erba e lo sguardo può arrivare senza alcuno sforzo fino al mare. C'è un cartello che dice pericolo attraversamento mucche e si può stare lì per un giorno intero senza incontrare nessuno. Non posso immaginare un altro posto capace di contenere tutto ciò che è stata ed è la Resistenza. Qui invece è perfetto: per Bisagno che salì su da Chiavari con gli altri, certo, per il coraggio pagato a carissimo prezzo da quelli giù in valle, ma anche per il cielo, i prati, il silenzio che sono una eterna celebrazione dei valori altissimi, dei semi di civiltà e democrazia, della vita data per fermare la morte. Da qui, dalle finestre di questo casone, si vede lontano, molto lontano, oltre i grappoli di case della valle, oltre i monti del preappennino, oltre l'esigua fascia di balneare frenesia addossata alla rena. Si vede che la terra è terra e il mare è mare. La retorica svanisce come nebbia da questo posto, così come l'inganno dalle parole.

Finestre aperte



Ogni tanto devo tornarci su questi sentieri, altrimenti rischio di non ricordare da dove viene la mia visione del mondo. È facile dimenticarlo se non si vive alla sua reale altezza, se si vive a livello del mare, anche se uno se la tiene stretta. Credo che la diffidenza propria dei liguri come me venga da questo, dal fatto che ogni passo che facciamo in pianura è pensato come se fosse appoggiato con ostinazione al dirupo che precipita nel mare: il terreno si sbriciola sotto le nostre suole anche in pianura, anche sull'erba di un parco, o sull'asfalto. Anche una certa nostra immobilità, che ha portato nei secoli intere generazioni a ritirarsi nelle valli dell'entroterra, dipende da questa visione. Non perché spiccare il volo ci spaventi, tutt'altro. È che impieghiamo moltissimo tempo a scandagliare il paesaggio che abbiamo di fronte, fino a delimitare tutte le sfumature di azzurro, fino a tracciare tutti i contorni di terra acqua e cielo. È una vista che ci incanta e ci tiene lì, sospesi, riluttanti ad abbandonare il tepore confortevole di tutta questa bellezza. Sulla linea di questo orizzonte ci sta tutto: il passato, il futuro, le terre del sogno, le avventure. Il mare non è più una distanza, visto da qui, ma una via di comunicazione che si può percorrere a piedi, seguendo l'azzurrino delle correnti come fossero piste carovaniere. Affacciata a questa visione, due giorni fa ho provato una specie di gioia al pensiero che la Sardegna da questo cornicione di terra non si veda. Mi sono resa conto di tutti i modi in più che ho di guardarla, proprio grazie a questa sua invisibilità. D'inverno non saliamo mai sul davanzale di terra di questo golfo. Aspettiamo l'arrivo della primavera, come si aspetta di vedere nuovamente aperte le finestre di una casa silenziosa. Forse quassù d'inverno potremmo perfino avere paura di tutto questo spazio infinito. O forse potremmo scoprire un confine troppo lontano e ritirarci indietro oltre questi monti e dimenticare il mare.

Aspettando il Giro


L'arrivo della primavera per me coincide sempre con il ritorno della bicicletta nelle mie giornate. Riprendono i lunghi "giri" fino al porto di Sestri e anche le gare ciclistiche trasmesse in tv. Fra poco partirà di nuovo il Giro e come ogni anno lo sto già aspettando. Ieri ho cercato questa foto in rete, apparentemente senza un motivo, e poi osservandola mi sono resa conto che in realtà ne avevo bisogno per esprimere un sentimento particolare, il modo in cui aspetto l'arrivo del Giro. Le bici, le strade, l'attrezzatura sportiva, i materiali, tutto è estremamente colorato e tecnologico, ma il Giro per me è sempre quello che si vede in questa foto ed è questo che aspetto, che evoco ogni anno in questo periodo, come una divinità protettrice dei ciclisti vecchio stile come me. E la divinità, spirito antico del Giro, arriva puntualmente senza farsi desiderare. Sarà lì accanto per tutto il tempo della Corsa, dalla partenza all'arrivo, tappa dopo tappa, silenziosa come un significato nascosto, struggente come una promessa mantenuta.

Dall' alto


Gustave Caillebotte, Canoë sur la rivière, Yerres (1878)
A volte mi diverto a rileggere i vecchi post, scegliendo fra quelli suggeriti dalle visualizzazioni del giorno. Quanti bei ricordi sono conservati qui... Una realtà virtuale che grazie alla sincerità di tante persone è stata preziosa quanto quella concreta e mi è stata di aiuto e spesso mi ha consolato davvero. Raramente ritrovo qualche post in cui appare il segno del tempo che ho perduto, allora non mi lascio assalire dallo sconforto, o dalla delusione, ma ripulisco le tracce di quel tempo sospeso e nullo, davvero inutile, e vado oltre. È stato importante questo blog per me, per questo getto via i rifiuti che si sono nascosti in qualche angolo. Non ho scritto quasi niente di quello che ho vissuto negli ultimi anni, eppure rileggendo è tutto qui, tutto il bene e tutto il male, separati in modo così netto che posso vedere chiaramente il loro andare e venire.



In tempo

Gladys Cooper, The Twilight Zone: Night Call (1964)
Non ho attivato l'accesso a internet tramite telefonino, uso lo smartphone come un telefono di casa, ma proprio uno di quelli fissi al muro, e questo sta cominciando a produrre certe conseguenze. Il fatto è che la maggior parte, per non dire la totalità, delle persone che incontro non prende neppure in considerazione l'ipotesi che ci sia chi non viaggia con il telefonino addosso sempre connesso alla rete. L'altro giorno, ad esempio, mia figlia ha dovuto rientrare da scuola causa una leggera febbre e la segreteria della scuola mi ha telefonato. Avevo il telefono in soggiorno, come quasi sempre, ed ero in tutt'altra parte della casa, così non sono riuscita a raggiungerlo in tempo e a rispondere. Ho immediatamente richiamato e ho percepito chiaramente il disappunto della persona all'altro capo, come se stesse pensando: cosa stavi facendo di così importante da non rispondere a una chiamata della scuola? Quasi volevo dirlo che non avevo risposto perché il telefono era in un'altra parte della casa, ma ho temuto di non essere creduta e ho lasciato perdere. Quanto tempo ci è voluto per dare forma a questa convenzione?...due, tre anni al massimo e le persone come me, molte o poche che siano, sono uscite dall'immaginario collettivo. Faccio parte, felicemente, di una minoranza. Omologarmi al comportamento che ci si aspetta da un possessore di smartphone non sarebbe difficile, ma dovrei rinunciare al tempo, al mio tempo, e alla solitudine buona, quella che ti permette di riposare. Non ci penso proprio. Sono una donna del Novecento e non saprei in quale altro modo muovermi in questo mondo confuso ed emotivamente instabile se non con i tempi e i modi del mio secolo. Oltretutto vivere questo presente con gli strumenti un po' arretrati e rozzi del mio passato di appartenenza è un'avventura piacevole, a volte ho la sensazione di provare quello che probabilmente provano le api, le farfalle, i bombi, quando ronzano o svolazzano attorno a una corolla per un giorno intero come fosse l'evento più importante del mondo e intanto, intorno, nessuno se ne accorge.

Se sono Sarda






Ieri ho inciampato "per caso" in questi tre video, tre puntate di un programma intitolato "La Sardegna, un itinerario nel tempo di Giuseppe Dessì", girato nel 1963 per la RAI. Non conoscevo questo scrittore, forse ne avevo incontrato il nome nel corso delle mie infinite incursioni nella cultura sarda, ma non lo avevo memorizzato, né avrei saputo ricollegarlo ieri a uno dei suoi libri. Ho guardato il programma per intero, incantata dal modo, lieve e profondo assieme, con cui Dessì racconta la sua Isola. Mentre le immagini scorrevano e con esse i luoghi, i paesi, le città, le distese d'acqua e quelle di terra e sassi, la sensazione di avere qualcosa a che vedere con questa terra si è ripresentata più forte che mai. Perché? Perché ho la sensazione di appartenere in qualche modo a quest'Isola anch'io? Non è solo fascinazione, non è solo l'inevitabile innamoramento che coglie molti forestieri dopo che l'hanno visitata, io sento di avere qualcosa a che vedere con questa terra. E non so cosa sia. Le mie origini sono liguri, anche i miei antenati lo sono da generazioni, eppure tutta la mia vita fin qui è punteggiata di piccole circostanze, attimi sfuggenti in cui questo legame, questo dialogo si è manifestato come fosse una parte costitutiva del mio essere. A scuola, da bambina e poi da ragazza, spesso mi veniva chiesto di leggere ad alta voce e capitava, con una frequenza duplice (un attimo per il mio animo, mesi o anni per il tempo convenzionale), di pronunciare certe parole con le vocali strette e intonare le frasi come fossero discorsi fatti in quella lingua che non conoscevo e non ascoltavo, e regolarmente l'insegnante mi interrompeva sorridendo e mi chiedeva se fossi Sarda di origine. Quando mio padre se n'è andato, tre anni fa, è accaduta la stessa cosa: parlando con un addetto alle camere mortuarie, a Genova, stanca, addolorata come è immaginabile, mi sono sentita chiedere se fossimo Sardi, con un tono che dava chiaramente per scontata la risposta affermativa. Ma è così? Io sono in qualche modo Sarda? Ciò che mi ha spinto ad appoggiare il primo passo sulla terra dell'Isola è stata prima di tutto la curiosità, e ci sono ancora molti luoghi, soprattutto sulla costa, per cui provo un vero sentimento di avventura e amore per la scoperta. Ma l'interno dell'Isola...non so come spiegare... l'interno della Sardegna è un luogo in cui potrei un giorno decidere di scomparire. È il posto al mondo di cui mi fido di più, sebbene non ci abbia mai messo piede. Quando mi metto a immaginare come potrebbe essere il primo approccio con le montagne, con la Sardegna più Sarda, mi prende una specie di inquietudine e non riesco nemmeno a immaginarmi a piedi lungo le sue strade; mi assale un bisogno inspiegabile di cambiare forma e natura, di avere ali, come un falco, e guardarmela tutta dall'alto e poi scendere in picchiata dove più mi piace. Se sono Sarda, di certo vengo da questa parte dell'Isola. Comunque sia, dopo aver guardato questo bellissimo programma ho cercato notizie su Giuseppe Dessì e ho trovato in pdf uno dei suoi libri, "Paese d'ombre". Ho subito iniziato a leggere la prefazione, piena di curiosità, ma altrettanto immediatamente ho dovuto fermarmi, profondamente commossa, perché la prima pagina comincia così:



 «Solo se poeti e scrittori si proporranno imprese che nessun
altro osa immaginare la letteratura continuerà ad avere una
funzione. Da quando la scienza diffida delle spiegazioni gene-
rali e delle soluzioni che non siano settoriali e specialistiche, la
grande sfida per la letteratura è il saper tessere insieme i diversi
saperi e i diversi codici in una visione plurima, sfaccettata del
mondo». Ho tolto il passo che precede dall’ultima delle “lezioni
americane” di Italo Calvino, quella intitolata Molteplicità, e l’ho
riportato qui, in apertura di questa prefazione, perché contiene
concetti che mi sembrano singolarmente adatti ad introdurci al-
la lettura del capolavoro di Giuseppe Dessì. 

Sandro Maxia, Prefazione a Paese d'ombre di Giuseppe Dessì, Nuoro, Ilisso 1998 

Calvino. Naturalmente.

Maigret e il gatto

Gino Cervi e Andreina Pagnani, il signore e la signora Maigret


Piove. Sembra che siamo nuovamente in "allerta arancione", ma non riesco a tenere presente l'inquietudine e le scomodità che questa condizione comporta. Piove ed è bellissimo. Piove ed è come ricevere una risposta tanto attesa. E poi da qualche settimana in casa c'è un gattino. Anche lui come noi adora starsene davanti al fuoco acceso. La prima volta che ha visto la fiamma divampare all'improvviso fra i ciocchi di castagno non ha mostrato alcuna paura, sebbene non avesse mai visto niente del genere prima, anzi mi è sembrato di cogliere una specie di ammirazione nei suoi occhietti attenti, come se mi riconoscesse una dote speciale, la capacità misteriosa e inspiegabile di compiere un prodigio. Siamo noi due soli quando si ripete questo rito e lui siede sulle zampette posteriori, accanto a me, e osserva i miei gesti con diligenza, come se si preparasse a ripeterli da solo. È venuto al mondo da poco e in malo modo, ma è un gatto vero e di grande intelligenza. Da qualche giorno ho notato che qualcos'altro sembra piacergli in modo particolare ed è la voce di Gino Cervi che interpreta Maigret. Alla prima scena di un episodio qualunque si dispone come se volesse ascoltare, ma quando le riflessioni di Maigret riempiono l'aria si lascia scivolare nel ritmo inimitabile, straordinario della recitazione di Cervi e si addormenta. Dorme per tutto il tempo un sonno molto particolare, senza un movimento, senza cambiare posizione. Posso capirlo, anche una parte di me che non so presentare fa lo stesso ascoltando Maigret. Così posso dire che ascoltiamo insieme, nello stesso identico modo, con in più la struggente irrequietezza di non sapere, nessuno dei due, come dirlo all'altro.