Alla finestra

Gustave Caillebotte, Jeune homme à la fenêtre (1875)


Ci è stato chiesto di rimanere a casa, a casa nostra, ed è forse la prima occasione che la nostra sedentarietà di europei ha di trasformarsi in valore, di acquisire un significato profondo. Per la prima volta dopo tanto tempo lo stare fermi dentro le nostre case è capace di produrre solidarietà, consapevolezza, protezione, buona umanità, pace, rispetto e molto altro tutto insieme e in una volta sola. Non è straordinario? Poter finalmente fare qualcosa per il mondo semplicemente rimanendo a casa? Pure la gente patisce questa condizione, la vive come una vera e propria segregazione, come una solitudine. Eppure è quasi niente. Anzi, è un privilegio, che oltretutto può non intaccare minimamente i nostri egoismi quotidiani, se noi glielo permettiamo, perché starsene in casa significa anche non vedere, non guardare, non curarsi di chi è rimasto fuori e magari una casa nemmeno ce l'ha. Si vive questa condizione con disagio, un po' come quelle coppie sposate da una vita che dopo anni e anni di equilibrio si sfasciano contro la rivoluzione che il pensionamento porta nella quotidianità. Eppure è qualcosa di straordinario, comunque, questo modo quasi impercettibile di fare qualcosa per il mondo. 


Sotto la pioggia il mare non è più il mare

Claude Monet, Les falaises de Pourville sous la pluie (1886)
Sotto la pioggia il mare non è più il mare. Si può stare ore a guardare le gocce di pioggia trafiggere la sua superficie senza provare l'impulso e l'inquietudine di un improvviso addio alla terra ferma, condanna di chi vive sulla riva. Il mare lo sa, sa di perdere la sua spaventosa potenza agli occhi della gente, per questo si agita sotto la pioggia e sbatte con fragore sugli scogli. È bello guardarlo mentre si bagna d'acqua dolce. La pioggia cambia la sua apparente natura di via d'acqua, ne fa una specie di illusione di terra azzurra, una distesa di macauba grigio venato d'oro dai lampi del cielo. Ho visto anziani pescatori sestrini guardarlo dalla riva con espressioni indefinibili negli occhi: delusione, disappunto, rivalsa, tenerezza, amore.



Claude Monet, Église de Vetheuil (1878)

"Che un astore chi bolat in artu..."

Francesco Pau, Monte Santo visto da Monte Alma


Quando ero ancora molto lontana dalla Sardegna, le uniche descrizioni di cui disponevo erano quelle di amici e parenti tornati dall'Isola dopo una vacanza. "Spiagge meravigliose - dicevano, con gli occhi splendenti di rimpianto per aver dovuto lasciare quel paradiso. La luce però si smorzava di colpo se chiedevo informazioni sul resto, sul territorio che circondava le spiagge, sulle vie per raggiungerle. Allora iniziava un racconto frammentario, punteggiato di particolari inquietanti che mi restituivano l'immagine di un'Isola cupa, deserta, un luogo senza caratteristiche peculiari se non l'angoscia di uno spazio immenso senza soluzione di continuità. Più tardi, molto più tardi, constatando di persona quanto quella visione fosse del tutto falsa, mi sono chiesta cosa avesse potuto originarla. Allora mi sono tornati in mente i Giganti di Mont'e Prama e i grandi nuraghi che sembrano giochi di costruzioni dimenticati da giganteschi bambini in mezzo alla pianura e mi è sembrato che questa fosse la risposta: la Sardegna va guardata con occhi di gigante, va osservata dall'alto, va percorsa a grandi passi. Ci saranno punti di riferimento per viandanti giganteschi, mi sono detta; ho iniziato a guardarla dall'alto e li ho trovati subito. Se dovessi ancora parlare con quelle persone che mi descrissero un'Isola sperduta e inquietante, oggi direi loro che in Sardegna, a meno di volerlo, non ci si perde mai, non si smarrisce mai la strada. Il paesaggio è disseminato di punti di riferimento, miliari di infiniti sentieri e alture, montagne piatte, altopiani da cui questi miliari si possono cercare e inseguire. Forse, e dico forse, è questa la caratteristica della Sardegna che amo di più, questa strada immensa e senza confini che sicuramente proseguirebbe anche in mare se a qualcuno dovesse servire. È straordinaria la sensazione di libertà che provo appena appoggio i passi su questa terra. Ormai mi oriento guardando l'orizzonte che mi accoglie, riconosco i paesi, certe montagne, certe pianure. Osservando dall'alto delle carte, poi, mi sono convinta che all'origine di tutti i paesi e i centri abitati della Sardegna deve esserci stata una veduta da gigante, per il modo in cui le case sono disposte al riparo delle alture o lungo i fianchi di altissime montagne, come se il luogo fosse stato scelto o almeno indicato da giganti premurosi e socievoli. Mi manca molto non aver ancora potuto percorrere a piedi una vera distanza, salire ad esempio sul Monte Santo o attraversare la Barbagia. Spero di poterlo fare un giorno. Non credo alla reincarnazione, ma se fosse possibile, magari dopo una vita lunga e tranquilla, poter rinascere astore e sorvolare senza sforzo la meraviglia di questa terra, be' allora credo proprio che anch'io avrei finalmente il mio Paradiso.

LMR