lunedì 26 giugno 2017

Cose che accadono d'estate...

...e fanno bene al cuore.





Dedicato a me

Non ho idea di quanti post ci siano in questo blog, non li ho mai contati. Oggi mi sono resa conto che non ricordo i loro titoli e che lo faccio volentieri. Non è mancanza di memoria e nemmeno trascuratezza. Non ricordo ciò che ho scritto per poterlo rileggere all'infinito e provare le stesse emozioni di quando l'ho trasferito su questo foglio. Tutte queste pagine, che parlano di me, di come sono stata, di quello che ho provato nel corso degli anni...mi fido di quello che ho scritto, non ho bisogno di ricordare, di tenere a mente, posso lasciarmi cadere in ogni pagina senza ricordare, sicura di non correre alcun rischio. Ce n'è solo una, che ricordo molto bene e che oggi ho cancellato. Non ho mai cancellato niente qui, non dopo così tanto tempo, come ho fatto oggi. Perché l'ho fatto? Perché in quella pagina c'era scritto, non da me, che la bellezza non esiste. Ci ho messo anni a rendermene conto e oggi finalmente sono andata a cancellarla. È una falsità. La Bellezza esiste, ed esiste chi la vede e cerca di raccontarla. Una busta di plastica tossica può sembrare un candido fiore di magnolia, se il vento la fa ondeggiare piano e la luna le regala un po' del suo candore. Uno può rimanere ore ad ammirarla, senza dormire né mangiare, incantato di fronte a una tale, misteriosa bellezza. Poi il giorno rivela l'inganno, ma non c'è niente di cui lamentarsi: è stato bello vedere ciò che non era ed anche essere ciò che non si era. Poi il vento solleva la busta di plastica tossica e la porta via. La capacità di vedere la Bellezza, invece, rimane.




Estate




Eric Rohmer, Conte d'été



Rivedrei queste scene all'infinito, pensavo, prima di scoprire che sto bene al pensiero di vivere scene come queste all'infinito. Forse per alcune persone esiste questo compito, di ripetere gli arrivi, entrare in una stanza e sistemare tutto ciò che si ha con sé in un armadio, arrivare, semplicemente arrivare. Ancora e ancora. Non so spiegarlo bene, ma Rohmer, sì.

giovedì 11 maggio 2017

mercoledì 22 febbraio 2017

Parmigianino, Ritratto di giovane
(attribuzione)

Sassari, appunti con vista

Una delle caratteristiche dell'amore è rendere capaci le persone di descrivere la bellezza che vedono nell'oggetto dei loro sentimenti. Quando si è innamorati ci si sente del tutto capaci di definire con parole chiare la propria visione dell'amato, sia esso un altro essere umano, una montagna o una città. Amando si dicono cose che altrimenti non si direbbero mai, per pudore, per prudenza, e che l'amore libera, autorizza, rendendo la voce forte e sicura. Amando si è testimoni dello scorrere di un tempo, se ne è partecipi e se ne precepisce la felicità, tanto che si desidera amare per sempre e a volte, nonostante tutto, succede. Tutta questa premessa per dire che il mio amore per Sassari aveva urgente bisogno di un posto in cui essere dichiarato quando le circostanze della vita mi tengono lontana dalle sue mura. Così ho inventato un altro non luogo, o blog che dir si voglia. Per chi vorrà, si trova   qui.
Gli appunti che pubblico sono in inglese e in italiano, per dare maggiore leggibilità alle pagine. Sperò così, nel mio piccolo, di illuminare un po' di più la straordinaria bellezza della Sardegna, sebbene con piccoli lumicini quali sono i miei appunti.

mercoledì 8 febbraio 2017

Pensare in sardo


Andrea Mantegna
Camera degli sposi, Mantova
particolare

Oggi mentre seguivo in rete una conferenza di Remo Bodei mi sono ritrovata ad ascoltare la sua voce come fosse una musica. Non è solo una questione di accento, sebbene i suoni che il sardo regala alla lingua italiana siano veri e propri accordi. Quello di cui parlo è la musicalità del pensiero. È questa lingua, così latina; la gente che la parla, che nasce in questo piccolo continente inosservato, che traduce il primo pensiero compiuto con la sua grammatica, sviluppa nel tempo la capacità di pensare in modo così logico e quindi così armonioso da trasmettere a chi come me ascolta da lontano la sensazione di ascoltare una partitura. Mi sono chiesta per molto tempo quale fosse il modo migliore per viaggiare in questa cultura straordinaria e per un po' ho pensato che fosse percorrerla a piedi, a passo lento e regolare, come si fa sulle crose, le vie pedonali liguri che sono come cuciture di pietra sull'orlo dei monti che arrivano al mare. Oggi però, mentre ascoltavo Bodei, mi sono resa conto che sto viaggiando in Sardegna per una via molto particolare, quella del pensiero, del pensare in sardo. Ho conosciuto molte persone che parlano questa lingua unica e viva, persone che vivono sull'Isola e nemmeno si accorgono di essere strumenti di un pensiero così musicale. La Sardegna è meravigliosa, ma la gente sarda è qualcosa di più particolare, è il respiro dell'Isola, è la sua linfa. Basta guardare la gente, basta ascoltarla parlare per ricevere le coordinate precise del punto dell'Isola in cui ci si trova, perché puoi essere a Sassari, ammirando l'acume, la colta ironia che traspare dalla sua parlata e ritrovarti di colpo fra le montagne di Oliena e riconoscere i posti, gli alberi, il fuoco acceso, l'inverno, l'orgoglio umile di essere parte vivente dell'Isola nel modo di parlare di una signora barbaricina dal cuore generoso e fiero, che ti accoglie offrendoti la sua casa. Ascoltare la lingua sarda è come salire sulla cima di un monte come ce ne sono intorno a Sassari, montagne diverse da quelle della Barbagia, prive di vegetazione e sormontate spesso da castelli costruiti da famiglie dai cognomi a me molto familiari, come i Doria, o più ancora i Malaspina e i Fieschi, conti di Lavagna, la cui storia si intreccia spesso con quella sarda e sassarese. Da lì lo sguardo arriva lontano e così accade ascoltando la lingua sarda, per via delle varianti che scorrono nelle sue parole e della straordinaria, coltissima musicalità del pensiero distillato con millenaria pazienza.




giovedì 2 febbraio 2017

Le città invisibili

"Tutte queste bellezze il viaggiatore già conosce per averle viste anche in altre città. Ma la proprietà di questa è che chi vi arriva una sera di settembre, quando le giornate s'accorciano e le lampade multicolori s'accendono tutte insieme sulle porte delle friggitorie, e da una terrazza una voce di donna grida: uh!, gli viene da invidiare quelli che ora pensano d'aver già vissuto una sera uguale a questa e d'esser stati quella volta felici. "

Da Le città e la memoria - Le citta invisibili, Italo Calvino




Pinacoteca Mus'A
Sassari

martedì 31 gennaio 2017

senza titolo

(particolare)


Oggi ho riletto l'archivio di questo blog, questo mio giardinetto per l'anima e la mente. L'ho fatto in un modo ben preciso, osservando con attenzione il numero di post per mese e i mesi di attività del blog per ogni anno, a partire da quello in cui l'ho creato. Era cominciato come un gioco, e in fondo lo è tutt'ora, ma mi accorgo adesso che, pur nella sua inconsistenza, questo "posto" conserva testimonianze molto importanti di come ho vissuto gli ultimi sei anni. La mia voglia di comunicare, di creare, la mia fede incrollabile nella bellezza come parte di tutte le cose, tutto quello che ho portato di me qui risulta annotato con precisione, tanto che adesso, rivedendo l'archivio, è come se mi trovassi di fronte a un diagramma, alla rappresentazione della mia condizione più profonda. Mi rendo conto adesso che ogni post corrisponde a un momento ben preciso, così come l'assenza di post o la diminuzione di frequenza nel pubblicarli corispondono a una condizione ben precisa. È un percorso reale, tanto che riconosco ogni passo e il punto in cui mi trovavo quando l'ho compiuto. C'è annotato cosa stavo cercando quando ho cominciato a scrivere qui, e ci sono riportate tutte le cose che mi hanno distratto dalla mia ricerca o che l'hanno accompagnata senza un legame evidente. Mi colpisce molto notare che ad un certo punto, a metà percorso circa, la mia energia sembra sgocciolare dai pochi o inesistenti post. So perché smisi di scrivere, ma non mi ero resa conto di quanto fosse rimasto annotato qui. I titoli dei post..... se li leggo di seguito sono un lungo discorso, sono una conversazione. Non so, o forse non voglio dire quali siano le domande e quali le risposte, quali le suggestioni e quali le deduzioni, però vedo che si tratta del testo di una conversazione molto privata, che ho portato qui per darle respiro, perché non avrei saputo esprimere me stessa così liberamente se si fosse trattato di una conversazione reale. E poi avevo, credo, il bisogno di trovare dei simili per il mio interlocutore, avevo bisogno di trovargli una collocazione fisica, organica, esterna. Era un interlocutore da costruire totalmente, nessuna sorpresa che anche a me sia venuta l'idea dell'immagine e della somiglianza, sebbene nel ristretto orizzonte della mia umanità. Abbiamo parlato sempre, da un certo momento in poi lo abbiamo fatto col silenzio. Riconosco gli avvenimenti della mia vita reale sul diagramma dell'archivio, ne posso addirittura distinguere la natura, il grado di nocività o, come nel caso di quel carcinoma, di salubrità. Dopo tutto è stato quello a risvegliarmi.



lunedì 30 gennaio 2017

Pennellate a scatti

(particolare)

Purtroppo l'immagine intera del dipinto di Antonio Ballero in copertina di questo libro non è reperibile in rete. È un olio su cartone, 16 x 24,6, intitolato "I gabbiani", anno 1929. Ho cercato a lungo, senza successo. È un peccato davvero, perché il dettaglio scelto per la copertina non è assolutamente in grado di raccontare la grande bellezza di questo piccolo dipinto. L'ho incontrato sfogliando un'altra monografia su Ballero e mi ha colpito moltissimo, perché mi ha fatto subito pensare alla raccolta di fotografie che questo straordinario pittore scattò nei primi anni del Novecento e che si possono ammirare in rete nella raccolta Fondo Ballero, sul portale Sardegna Digital Library. 
Il collegamento è stato immediato, perché avevo già notato, scorrendo le foto di Ballero, che alcune sono come dipinti, ma non avevo ancora trovato nessun dipinto suo che parlasse a sua volta come una fotografia. Ed eccolo qui. Non sono in grado di tradurlo in parole, se avessi potuto pubblicare l'immagine del dipinto intero le mie parole sarebbero state del tutto superflue. Tuttavia non ho trovato quell'immagine e allora provo a descrivere, chiedendo perdono in anticipo per la presunzione e per l'inesattezza della mia visione. La tavola è interamente dominata da quelle nozze fra cielo e mare che si vedono oltre la figurina. Accanto a questa ce n'è un'altra, del tutto simile, eppure straordinariamente differente. Non è per i tratti del viso, o per l'espressione, ma per la posizione dell'intera figura, che appare più minuta, o più indietro rispetto alla sua compagna. Inoltre ha il capo rivolto in direzione del pittore, leggermente chino con una morbidezza che sembra avere un suono, ma anche questo partiolare, pur esprimendo una bellezza silenziosa e ricercata, non è la ragione della forza fotografica di questo dipinto. Io credo che tutto stia nel modo in cui le due figure tengono il capo. Una in funzione dell'altra. La figurina a sinistra è come fissa, quella di destra si volge di lato. Intorno i gabbiani confondono le ali con le onde del mare e con le tese dei copricapi delle due monachine ed è proprio la loro presenza a svelare il segreto di questo dipinto, perché i due copricapi, che ricordano le loro ali, sembrano tracciare due traiettorie, una fissa, diritta, impeccabile; l'altra imprevedibile, sorprendente come una virata su una corrente ascensionale. Il colore tasmette infinite percezioni, l'aria prima di tutto, il rumore e il profumo del mare, i verso degli uccelli che non possono essere altro che gabbiani d'altura, il respiro lieve delle due figurine che si avvicinano, o spiccano il volo anche loro, come lo fa un'orazione o un pensiero. Pubblico anche una delle splendide fotografie di Ballero che essendo integra parla da sola, dice a voce alta il grande talento di questo straordinario pittore di fotografia.

sabato 28 gennaio 2017

Mesa 'oche

"Pianu e a pagu a pagu, cun una òghe amorósa..."


Piano e a poco a poco, con una voce amorosa. Il Vocabolario Sardo Logudorese - Italiano di don Pietro Casu (Berchidda, SS, 1878-1954) alla voce "amorósu" dice testualmente: amoroso, benigno, buono. Piano e a poco a poco, con una voce buona. Quando ho ascoltato per la prima volta Paolo Angeli cantare questi versi, ho pensato che stesse narrando di un addio. E in effetti il suo canto è triste, non è un canto di allegria. E a me sembra dica che nell'addio c'è una forma di Bellezza così difficile da comprendere per gli esseri umani, da rendere necessario condurre l'addio in questo modo, per poterla ammirare: piano e a poco a poco, con una voce buona. Secondo il Casu, in Logudorese, cioè nel Sardo più colto, quello che ha sempre affiancato il Latino nella storia della Sardegna, "Pianu" si traduce in italiano con "piano" anche inteso con il significato di "a bassa voce". A bassa voce e a poco a poco, con una voce buona. Mio padre, andandosene, mi ha detto addio così, esattamente così. Ci ho pensato tanto, dopo, con consolazione, perché ho sempre avuto paura, fin da bambina, del lato cupo, spento e violento dell'addio, di ogni addio e per reazione, forse per ribellione, ho messo quasi subito fra le mie convinzioni quella che l'addio sia un saluto mesto e non la fine. L'addio porta in sé l'eternità. Nessuna delle cose cui si dice addio finisce davvero. Finiscono le abitudini, le consuetudini, alcune certezze, ma il saluto mesto è come un gesto lungo, lento, che porta l'altro, colui che se ne va, molto lontano nel tempo a venire, nella nostalgia. Altrimenti non si dice addio, si ignora, si guarda altrove. La Lingua Sarda è una delle lingue del mondo capaci di descrivere ogni respiro dell'umanità, ogni percezione dell'animo umano. Con sintesi straordinaria, che stilla dalle affermazioni, dalle domande, dalle considerazioni come Filosofia. Le parole in Sardo sono gocce di colore a tempera, basta sfiorarle e si sfanno in mille rivoli di significato, oppure ne hanno uno solo, per servire la Verità. Il Vocabolario di don Pietro Casu è una tavolozza, una tela Divisionista e Impressionista. Basta leggere una definizione per vederla emergere. Nei versi, autentici, meravigliosi versi, cantati da Paolo Angeli c'è l'articolo indeterminativo "una". Cerco la definizione sul Casu e leggo: 

una: avv. una, insieme. Una cummegus, cun isse, cun sos cumpagnos insieme con me, con lui, coi compagni. | Tot’in una improvvisamente. Tot’in una l’hapo ’idu ruendhe all’improvviso l’ho visto cadere. | Andhare una cun Deu andar con Dio. | In una in una: no tremesit sa terra in una in una? (Delogu Ibba). | Cust’est una! quest’è bella! | It’est una, it’est una? indovina, indovina! Si premette agli indovinelli. | A sa una all’una. S’una posca ’e mesanotte l’una dopo mezzanotte.

 insieme. Come dire che il Tutto è Femminile. Andhare una cun Deu, come dire che Dio, il Tutto, è Madre.