venerdì 18 agosto 2017

giovedì 3 agosto 2017

Sassari, appunti con vista

Due gentiluomini sassaresi


Photo Francesco Pau

"La chiesa di San Donato non ha sagrato. Sorge sul ciglio della Carrera Longa, all’incrocio con Via San Donato, e si confonde fra le case che la circondano come a voler ribadire che questa è una parrocchia di popolo, dove anche il Signore è dirimpettaio. Per poter ammirare le sue architetture, occorre avvicinarsi fin quasi a toccarne le pietre e sollevare lentamente la testa: mentre lo sguardo sale fino al cielo, nello spazio angusto rubato al pubblico passaggio, la silenziosa presenza di questo distinto “vicino di casa” riacquista tutta la sua solennità e sacralità. L’antica parrocchia di San Donato, con le sue isthrinte e le sue corti, è come un paese racchiuso dentro la città. La visione dal basso della sua chiesa è quasi una promessa, un’anticipazione del viaggio insolito e possibile lungo queste vie. Le isthrinte qui smettono di essere solo passaggi fra le case e diventano visioni. A mano a mano che ci si inoltra nel labirinto delle vie si percepisce che in alto, al di sopra delle case, il cielo prende la forma di ogni più piccola viuzza ed è così ben delimitato che lo sguardo può percorrerlo senza perdersi, in perfetta sincronia con i passi sul selciato. Qui le vie del cielo sono più vicine, sono per tutti, forse perché l’umanità è da sempre il cuore pulsante di questa parte della città. Le case a schiera lungo le vie, le finestre spalancate, chiuse, cadenti, restituite a nuova bellezza, i portoni socchiusi, polverosi, lucenti, sbarrati, silenziosi, le figure che si allontanano, svoltano sotto un porticale scomparendo, arrivano, passano accanto, si incontrano, si lasciano...sono la vita, che séguita, che si succede, casa dopo casa, finestra dopo finestra, portone dopo portone, umanità dopo umanità. 

Le vie di San Donato sono vie celesti, forse per questo i bambini, che ancora giocano per le strade, qui sono chiamati da sempre “uccellini”, in sassarese “pizzinni pizzoni”  ed è una creatura alata a dare il proprio nome a una delle figure più importanti della storia della città: “La quàgliura è un pizzòni diricàddu / chi a Sassari è ciamàddu: trappadé...” la quaglia è un uccello delicato, che a Sassari è chiamato trappadè, recita una poesia del pittore, illustratore e poeta Paolo Galleri e a me sembra la descrizione più bella del signor Leonardo Ingolotti, conosciuto da tutti i sassaresi come Trappadè. La sua storia è raccontata con estrema cura e rispetto nella biografia scritta dal signor Tore Sanna e disponibile in rete sul sito di Sardegna in rete. Ne suggerisco la lettura per la bellezza del testo e perché l’esistenza del signor Leonardo Ingolotti è stata troppo dolorosa e sofferta per poter essere riassunta in questi appunti. Trappadè non era nato in San Donato, ma a me piace immaginare di incontrarlo proprio qui, perché credo sia lui il custode dell’umanità con cui le pietre di Sassari sono tenute assieme, l’amore che i sassaresi nutrono per il suo ricordo, del resto, lo suggerisce. 

Osservando la sua figura un po’ curva camminare per via, appoggiandosi a un bastone, in una vecchia fotografia in bianco e nero presumibilmente scattata negli anni ‘50, ho subito pensato a Enrico Costa. Erano entrambi di origine genovese, ma molto diversi fra loro: Costa, nato nel 1841, era un signore colto, benestante, che amava passeggiare per Sassari e trascriverne le bellezze architettoniche in bozzetti così semplici da sembrare quasi infantili; Ingolotti, nato nel 1895, era un reduce e invalido della Grande Guerra, di umilissima condizione, che portava in giro per Sassari la dolorosa, mite accettazione del proprio destino. Vite diverse, ma stessa delicatezza nel dialogare con l’anima di questa città, stessa silenziosa presenza per le vie e le isthrinte di Sassari. Mentre mi avvicino alla chiesa per cercare di imprigionare la sua bellezza nelle parole, le vie che la circondano improvvisamente diventano il suo sagrato e le case, affacciate sulle isthrinte in brevi, piccole schiere, sembrano pie figure appena uscite dalla Messa. Nella Corthi di li campani, la corte delle campane dietro la chiesa di San Donato, due gentiluomini, bastone e cappello, passeggiano “ciarrendi”, chiacchierando sottovoce."



Tratto da Sassari, notes with a view


 

venerdì 21 luglio 2017

Rapallò...




Racconti d'estate 


Mi piace guardare i vecchi film girati dalle mie parti, sono come piccole guide sentimentali. In questo, in particolare, Sestri si intravede in lontananza in poche scene e mi procura una tenerezza infinita. È bello vedere che il Tigullio è rimasto pressoché uguale, regala un senso di continuità che in qualche modo rassicura. Purtroppo non ho trovato in rete un video che riproduca il "racconto d'estate" che preferisco: quello che ha per protagonisti Marcello Mastroianni e Michèle Morgan. La stazione di "Santa", il treno...mi sembra perfino di risentire l'odore di ferraglie che avevano le stazioni di questa linea quando ero bambina. Papà non aveva ancora acquistato la nostra Seicento, così prendevamo il treno a Riva e andavamo a Levanto, a trovare mia nonna. Nel film Mastroianni dice più o meno: "chissà perché fanno sempre le stazioni nei posti più caldi..." e mi fa ripensare all'odore delle massicciate bruciate dal sole. Probabilmente sto invecchiando, il che è una buonissima notizia. Deve essere per questo che trovo più che mai rasserenante pensare che "Rapallò" è ancora al solito posto di sempre.




lunedì 26 giugno 2017

Cose che accadono d'estate...

...e fanno bene al cuore.





Dedicato a me

Non ho idea di quanti post ci siano in questo blog, non li ho mai contati. Oggi mi sono resa conto che non ricordo i loro titoli e che lo faccio volentieri. Non è mancanza di memoria e nemmeno trascuratezza. Non ricordo ciò che ho scritto per poterlo rileggere all'infinito e provare le stesse emozioni di quando l'ho trasferito su questo foglio. Tutte queste pagine, che parlano di me, di come sono stata, di quello che ho provato nel corso degli anni...mi fido di quello che ho scritto, non ho bisogno di ricordare, di tenere a mente, posso lasciarmi cadere in ogni pagina senza ricordare, sicura di non correre alcun rischio. Ce n'è solo una, che ricordo molto bene e che oggi ho cancellato. Non ho mai cancellato niente qui, non dopo così tanto tempo, come ho fatto oggi. Perché l'ho fatto? Perché in quella pagina c'era scritto, non da me, che la bellezza non esiste. Ci ho messo anni a rendermene conto e oggi finalmente sono andata a cancellarla. È una falsità. La Bellezza esiste, ed esiste chi la vede e cerca di raccontarla. Una busta di plastica tossica può sembrare un candido fiore di magnolia, se il vento la fa ondeggiare piano e la luna le regala un po' del suo candore. Uno può rimanere ore ad ammirarla, senza dormire né mangiare, incantato di fronte a una tale, misteriosa bellezza. Poi il giorno rivela l'inganno, ma non c'è niente di cui lamentarsi: è stato bello vedere ciò che non era ed anche essere ciò che non si era. Poi il vento solleva la busta di plastica tossica e la porta via. La capacità di vedere la Bellezza, invece, rimane.




Estate




Eric Rohmer, Conte d'été



Rivedrei queste scene all'infinito, pensavo, prima di scoprire che sto bene al pensiero di vivere scene come queste all'infinito. Forse per alcune persone esiste questo compito, di ripetere gli arrivi, entrare in una stanza e sistemare tutto ciò che si ha con sé in un armadio, arrivare, semplicemente arrivare. Ancora e ancora. Non so spiegarlo bene, ma Rohmer, sì.

giovedì 11 maggio 2017

mercoledì 22 febbraio 2017

Parmigianino, Ritratto di giovane
(attribuzione)

Sassari, appunti con vista

Una delle caratteristiche dell'amore è rendere capaci le persone di descrivere la bellezza che vedono nell'oggetto dei loro sentimenti. Quando si è innamorati ci si sente del tutto capaci di definire con parole chiare la propria visione dell'amato, sia esso un altro essere umano, una montagna o una città. Amando si dicono cose che altrimenti non si direbbero mai, per pudore, per prudenza, e che l'amore libera, autorizza, rendendo la voce forte e sicura. Amando si è testimoni dello scorrere di un tempo, se ne è partecipi e se ne precepisce la felicità, tanto che si desidera amare per sempre e a volte, nonostante tutto, succede. Tutta questa premessa per dire che il mio amore per Sassari aveva urgente bisogno di un posto in cui essere dichiarato quando le circostanze della vita mi tengono lontana dalle sue mura. Così ho inventato un altro non luogo, o blog che dir si voglia. Per chi vorrà, si trova   qui.
Gli appunti che pubblico sono in inglese e in italiano, per dare maggiore leggibilità alle pagine. Sperò così, nel mio piccolo, di illuminare un po' di più la straordinaria bellezza della Sardegna, sebbene con piccoli lumicini quali sono i miei appunti.

mercoledì 8 febbraio 2017

Pensare in sardo


Andrea Mantegna
Camera degli sposi, Mantova
particolare

Oggi mentre seguivo in rete una conferenza di Remo Bodei mi sono ritrovata ad ascoltare la sua voce come fosse una musica. Non è solo una questione di accento, sebbene i suoni che il sardo regala alla lingua italiana siano veri e propri accordi. Quello di cui parlo è la musicalità del pensiero. È questa lingua, così latina; la gente che la parla, che nasce in questo piccolo continente inosservato, che traduce il primo pensiero compiuto con la sua grammatica, sviluppa nel tempo la capacità di pensare in modo così logico e quindi così armonioso da trasmettere a chi come me ascolta da lontano la sensazione di ascoltare una partitura. Mi sono chiesta per molto tempo quale fosse il modo migliore per viaggiare in questa cultura straordinaria e per un po' ho pensato che fosse percorrerla a piedi, a passo lento e regolare, come si fa sulle crose, le vie pedonali liguri che sono come cuciture di pietra sull'orlo dei monti che arrivano al mare. Oggi però, mentre ascoltavo Bodei, mi sono resa conto che sto viaggiando in Sardegna per una via molto particolare, quella del pensiero, del pensare in sardo. Ho conosciuto molte persone che parlano questa lingua unica e viva, persone che vivono sull'Isola e nemmeno si accorgono di essere strumenti di un pensiero così musicale. La Sardegna è meravigliosa, ma la gente sarda è qualcosa di più particolare, è il respiro dell'Isola, è la sua linfa. Basta guardare la gente, basta ascoltarla parlare per ricevere le coordinate precise del punto dell'Isola in cui ci si trova, perché puoi essere a Sassari, ammirando l'acume, la colta ironia che traspare dalla sua parlata e ritrovarti di colpo fra le montagne di Oliena e riconoscere i posti, gli alberi, il fuoco acceso, l'inverno, l'orgoglio umile di essere parte vivente dell'Isola nel modo di parlare di una signora barbaricina dal cuore generoso e fiero, che ti accoglie offrendoti la sua casa. Ascoltare la lingua sarda è come salire sulla cima di un monte come ce ne sono intorno a Sassari, montagne diverse da quelle della Barbagia, prive di vegetazione e sormontate spesso da castelli costruiti da famiglie dai cognomi a me molto familiari, come i Doria, o più ancora i Malaspina e i Fieschi, conti di Lavagna, la cui storia si intreccia spesso con quella sarda e sassarese. Da lì lo sguardo arriva lontano e così accade ascoltando la lingua sarda, per via delle varianti che scorrono nelle sue parole e della straordinaria, coltissima musicalità del pensiero distillato con millenaria pazienza.




giovedì 2 febbraio 2017

Le città invisibili

"Tutte queste bellezze il viaggiatore già conosce per averle viste anche in altre città. Ma la proprietà di questa è che chi vi arriva una sera di settembre, quando le giornate s'accorciano e le lampade multicolori s'accendono tutte insieme sulle porte delle friggitorie, e da una terrazza una voce di donna grida: uh!, gli viene da invidiare quelli che ora pensano d'aver già vissuto una sera uguale a questa e d'esser stati quella volta felici. "

Da Le città e la memoria - Le citta invisibili, Italo Calvino