Le temps file ses jours

Leggendo di Calvino eremita a Parigi mi è venuto in mente il commissario Maigret di Gino Cervi. Nella sigla inziale di ogni puntata Maigret/Cervi cammina lungo il paesaggio di una Parigi che si intravede appena, come la Parigi in cui si muove Calvino: stesso passo sicuro ma disorientato, quanto basta per fabbricarsi col dubbio una torcia, una mappa e con queste andare in cerca della Verità.



Profilo

Antonio Mancini, Ritratto del padre dell'artista (1903-1904)
La Pittura è sempre un rifugio, ma certi dipinti sono capaci di trasmettere la pace e il sollievo che l'anima conquista quando finalmente può mettersi al riparo in qualche posto. Questo dipinto, ad esempio: l'uomo seduto, dal contegno talmente rispettoso da sembrare regale, sembra specchiarsi nel profilo della testa scolpita. Fa pensare all'Arte che si riposa e trova rifugio in sé stessa, ma anche a un padre che trova conforto e posto nel tesoro meraviglioso, nel bagaglio prezioso del proprio figlio e anche al pittore, a certe sue possibili riflessioni e alle parole con cui forse le ha spiegate e raccontate e che ha scritto dipingendo con estrema tenerezza la figura di suo padre.

"...sull'ali, a lei che adoro..."

Forse non è davvero necessario capire il perché di ogni cosa, o forse sì, forse lo è, così come è necessario trovare il passo successivo di ogni direzione. Ascolto quest'aria di indicibile bellezza e penso alla Sardegna, a tutta la Sardegna. Ancora sto cercando di definirla, di descrivere cosa vedo della sua bellezza, di spiegare perché mi attrae verso di sé. Ogni tanto parole che mi sembrano nuove si affacciano al mio foglio e si lasciano scrivere come se fossero la definizione, la spiegazione. Ora, ad esempio. Nell'immensità del continente di musica che è quest'aria mozartiana, sento tutta la verticalità della mia terra, dove si sta rivolti verso il mare come su un cornicione, e si aspetta di vedere la terra del sogno emergere dal caigo sull'acqua e si soffre la vastità spaventosa del mare visto dalla terraferma e si sta sospesi, a volte per un'intera vita, indecisi se compiere o no il primo passo del distacco. La terra immersa nella nebbia sul mare non può essere un'isola qualsiasi. Non per un ligure. Ci vuole una terra su cui ci si possa sedere con la stessa asprezza e la stessa onestà delle rocce che strapiombano in mare. Deve essere una terra come questa da cui mi affaccio ogni santo giorno. Ecco, ora credo di poter dire con sufficiente certezza che la Sardegna è quella terra, l'unica terra cui un ligure possa arrivare a piedi, camminando sul mare. Aura che intorno spiri - dice l'aria di Mozart - sull'ali, a lei che adoro, deh porta i miei sospiri... Poi dice anche "dì che per essa moro e più non mi vedrà", ma io quando l'ascolto, quando come stasera la dedico all'Isola più bella della Terra, canto: dì che per essa (grazie ad essa) vivo, e che mi rivedrà. Ajò.



W. A. Mozart, dall'aria "Misero, o sogno o son desto", Aura che intorno spiri, Rolando Villazon

"Ottocento, Novecento, Millecinquecento scatole d'argento, fine Settecento ti regalerò."

Frank Duvenek, Girl with rake (1884)




Ho aperto questo blog nel 2010, più o meno in questo periodo. Sono passati solo otto anni, ma sembra un secolo. La cosa è ancor più eclatante per me se mi metto a rileggere le conversazioni che hanno avuto vita e spazio grazie a questo blog: le persone che si incontravano per caso erano profondamente diverse da come appaiono oggi, erano distinguibili. Non credo serva scrivere qui un'analisi di questo cambiamento, vorrei solo lasciare su questo blog la traccia della mia consapevolezza e anche della nostalgia per il modo di comunicare che si usava prima, prima che i social risucchiassero la predisposizione umana a conversare e la trasformassero in conflitto e incomunicabilità. Ho un account fb anch'io, e una pagina, collegata alla mia guida sentimentale di Sassari. Ormai utilizzo solo la seconda, ho abbandonato il profilo personale e a convincermi del tutto della bontà della mia eterna diffidenza verso questo social sono stati i comportamenti che ho visto mettere in atto da persone tuttaltro che particolari. Ho sempre avvertito una certa violenza nel modo di comunicare su fb e mi ha sempre disgustato, pur non toccandomi da vicino. Poi mi ha raggiunto e mi sono resa conto che ciò che mi dsgusta di più da sempre è la sua inutilità e il suo apparire nei dialoghi, nelle relazioni, senza che ve ne sia la minima necessità o ragione. Allora ho detto basta, ma non ho chiuso l'account, perché la pagina è collegata ad esso e non sarebbe giusto verso le persone che la seguono. Però non porterò mai più la mia creatività dentro quel recinto angusto. Pensavo questo, oggi, e scriverlo qui mi è sembrato corretto verso la verità che questo blog conserva. Lo lascio qui come un'annotazione di viaggio, insieme a un'altra, anche più importante: oggi mi rendo conto di essere in tutto e per tutto una persona del Novecento e provo sollievo al pensiero e una sensazione intensa di libertà.

"Prendi il primo pullman , via, tutto il resto è già poesia..."

Alex Colville, Berlin bus (1978)



"Ho guardato in fondo al gioco
Tutto qui, ma sai
Sono un vecchio sparring partner
E non ho visto mai
Una calma più tigrata
più segreta di così
Prendi il primo pullman, via
Tutto il resto è già poesia."

Paolo Conte, Sparring Partner




Mark Gertler

The bokhara coat (1920)

Still life with self portrait (1918)

The Dutch doll (1926)



La fileuse

Jean François Millet, La frileuse (1869)



Bellissima questa figurina gentile, che sembra filare le nuvole...perfetta rappresentazione di cosa sia e di quanta dedizione richieda l'attività dell'immaginare.




Le signorine Morisot

Berthe Morisot, Les deux soeurs (1869)

L'impressionismo francese è come un paesaggio, un panorama disseminato di figure femminili che sedute sull'erba o su panche ombreggiate, a bordo di piccole barche o dentro salottini borghesi leggono, conversano, ricamano, fanno ciò che la società in cui vivono si aspetta da loro. Fra tutte queste eleganti signorine le mie preferite sono quelle che abitano nei dipinti di Berthe Morisot, perchè a differenza delle altre sembrano avere la percezione del tempo che stanno vivendo. Sono eleganti nei gesti e nelle toilettes, lievi e misurate nelle posture proprio come le altre, ma stanno sedute sui divani fioriti o davanti alle finestre aperte come se stessero facendo una pausa, come se quella fosse una sosta momentanea nel corso di un viaggio molto più lungo. Hanno sguardi intelligenti e vagamente trisiti, di quella mestizia propria della consapevolezza e della fine del sogno. Sembrano colte dallo sguardo dell'artista un attimo prima di alzarsi e lasciare la scena ed è verosimile pensare che una volta uscite dal dipinto smettano i loro abiti e le loro acconciature e vadano a vivere davvero in altri dipinti, in altre tele.

Rimettersi in viaggio

Antonio Mancini, Alla dogana (1877)



Non si smette mai di viaggiare, non ci si ferma mai. Forse per questo gli esseri umani in genere amano le partenze: deve essere un modo per assecondare il bisogno del tutto umano di credersi alla guida, di avere il controllo sullo scorrere del tempo. Fatto sta che partire è importante, e ripartire lo è anche di pù. Rimettersi in viaggio presuppone l'aver sofferto l'immobilità di una sosta forzata. Riprendere la strada è ribellione, forse quella più autentica. Vivendo si cambia la propria visione del mondo e di sé stessi. La mia è una bandierina alla mercé del Maestrale. Ora, ad esempio, mi sembra di poter dare un altro nome alla felicità. Non ho mai smesso di constatarne l'esistenza, ma non sempre ho saputo darle un nome. Ora direi che la felicità è avere una valigia e un percorso e un posto cui arrivare.