Passu torrau

Da ragazzina con l'insegnante di italiano andai a teatro a vedere i "Sei personaggi" di Pirandello, al "Duse" di Genova. Tornai a casa che non ero più la persona che ero prima: mi innamorai perdutamente del teatro, di Warner Bentivegna (che recitava in quell'allestimento) del velluto rosso e della voce come strumento musicale. Per moltissimi anni ho continuato a valutare le persone prima di tutto dalla loro voce e ho mantenuto la convinzione che come i topolini di Hamelin avrei potuto anch'io seguire la bellezza di una voce fino a perdere la strada di casa. Poi la vita mi ha costretto a rivedere questa impostazione e le esperienze a rinunciare ad ascoltare la voce della gente come facevo prima. Mi sono adattata, ma la mia anima, il mio spirito, la mia immaginazione non hanno mai accettato davvero di non avere più un "pifferaio di Hamelin" da seguire. Può sembrare incredibile, ma ho patito per questa mancanza, finché un giorno ho conosciuto il suono dell'organetto sardo e la melodia del Passu torrau e quel senso di rinuncia, di tristezza infinita che avevo dentro è svanito di colpo. Potrei rimanere ore ad ascoltare un organetto sardo suonare il Passu torrau o il Ballu tundu, qualcosa dentro di me, io stessa, non lo so, si lancia giù per le scale musicali percorse dall'organetto e poi si alza, vola, portato in alto dalle variazioni di tonalità e di tempo. Perdo la strada, ma non me ne preoccupo, forse perché alla fine mi guardo intorno e vedo la bellezza di quest'Isola incredibile. Non riuscirò mai a scrivere quanto è bella la Sardegna. L'unica cosa che so dire con precisione è che molte delle cose che cerco, che mi mancano o mi sono mancate a lungo, si trovano lì.


Muretti a secco



"Il mare è appena increspato 
e piccole onde battono 
sulla riva sabbiosa. 
Il signor Palomar è in piedi
sulla riva e guarda un'onda. 
Non che egli sia assorto
nella contemplazione delle onde. 
Non è assorto, perché
sa bene quello che fa: 
vuole guardare un'onda 
e la guarda."

Questo è l'inizio di Palomar, libro di indicibile bellezza, album fotografico o forse, meglio, raccolta di immagini schizzate a penna, istanti di un signore solitario ma non solo. Lo rileggo spesso, è un libro musicale. Si sentono leggendo tutte le declinazioni di tempo che sono servite a comporlo: tempo di scrittura, tempo ritmo musicale delle parole e tempo per sceglierle, una ad una. Si sentono perfino gli intervalli di tempo fra una parola definitiva e l'altra, le pause impiegate per pesare, soppesare, squadrare le parole, come pietre di un muretto a secco, uno di quelli che fanno parte del paesaggio di Calvino e del mio, incastrate con estrema pazienza, sfruttando ogni punto di congiunzione, ogni possibile combinazione. Mi piace moltissimo leggere e rilegge l'inizio di Palomar. L'ho trascritto inserendo le andate a capo pensando alle pause caratteristiche del modo riflessivo e ligure di parlare di Italo Calvino, conosco bene quella cadenza e i silenzi precisi che prevede, ed è venuto fuori un passaggio di poesia. Se avesse vissuto più a lungo forse avrebbe scritto in versi, disponendo le parole secondo le leggi cosmiche della metrica. Le avrebbe solo radunate in costellazioni, giacché sono già fissate in ogni suo testo come sciami di stelle in un universo ancora da esplorare.

Che fine hai fatto... Keaton?





Oggi ho ripensato a un libro che ho acquistato secoli fa, un libro dedicato a Buster Keaton fatto interamente di fotogrammi dei suoi film. L'ho cercato nella libreria senza trovarlo. Eppure so che è lì, tutti i miei libri sono lì, non ne manca uno. Lo cercherò ancora più tardi. Cercarlo e non trovarlo mi ha fatto ricordare una canzone di Guccini che mi ha sempre affascinato, per via di quel ritornello che dice "...Keaton , ah..Keaton, che fine hai fatto Keaton? Se mi vedessi col mio trench stile Bogart, Keaton, sotto la pioggia che ti vengo a cercare..." e a me è sempre sembrato, e ancora sembra, voglia dire che andare in cerca di Keaton sia cercare di recuperare la propria capacità di sognare. Così mi sono ritrovata a cantarlo mentre scorrevo i titoli dei libri e tentavo di penetrare nelle seconde e terze file della nostra caotica libreria. Che fine hai fatto Keaton? Se mi vedessi col mio trench stile Bogart, Keaton, sotto la pioggia, che ti vengo a cercare...

"Nostalgia di non poter guardare il sole"

All'inizio degli anni '70 Roberto Arnaldi, storico anzi mitico conduttore di Radio Montecarlo, traduce in italiano e in genovese il testo di un famoso brano di fado, Casa das mariquinhas. È così che una delle più belle definizioni di "caruggiu" rimane impigliata per sempre dentro la partitura di un fado lisboeta.
Casa das mariquinhas diventa la casa in Via del Campo, la stessa via dove De André colloca i suoi personaggi più struggenti e soli, e Amalia Rodrigues la incide nel 1974 e viene in Italia per cantarla dagli schermi della tv. Genova e Lisbona sfumano in questo fado una dentro l'altra e diventano una visione sola, finché arriva quella frase a spiegare di cosa è fatta l'ombra che avvolge i caruggi più stretti, con una semplicità e una poesia che sciolgono anche il più genovese dei disincanti: "...ci scaldavano le ore, qualche volta in fondo al cuore rimaneva un'ombra triste di rimpianto, nostalgia di non poter guardare il sole nella casa in Via del Campo".



A love story

Emanuel Phillips Fox, A love story (1903)
Conservato presso la Ballarat Fine Arts Gallery


Credo che uno scrittore non dovrebbe mai instaurare un filo diretto con i propri lettori se non sa mantenere nel dialogo lo stesso livello narrativo che esprime con i testi. In questo senso fb rappresenta un serio attentato alla stabilità della relazione che autore e lettore vivono, perché la espone a una decadenza prematura e spesso dettata da incomprensioni lessicali. In genere gli scrittori (quelli di mestiere intendo, non quelli istintivi come me) evitano di intavolare dialoghi social con i lettori, probabilmente trattenuti dal "non saper cosa dire" che è in realtà il segnale del limite territoriale raggiunto dalla loro narrazione. Quelli che riescono a mantenere aperto il discorso iniziale esistono, anche se sono rari. Quelli che non ci riescono ma rispondono lo stesso per svariate ragioni sono credo la maggior parte. E a me causa imbarazzo e tristezza incontrarli sulla mia strada, perché nella migliore delle ipotesi mi sembra che diventiamo entrambi, l'autore e io lettrice, due vittime dello stesso inghiottitoio. Da lettrice io sento la relazione con un autore come un dialogo molto personale e il testo scritto che di volta in volta mi fa compagnia come il terreno su cui ci incontriamo. Si tratta d'amore, non ho dubbi. Amore per la lettura, amore per la scrittura, per la verità delle parole, per i sentimenti di entrambi, per le aspettative e per la fragilità. Credo che uno scrittore possa essere definito "vero" solo quando, dopo essere diventato popolare, famoso o addirittura celebre, ancora esprima questo amore a ne faccia l'uso necessario a far cambiare colore all'inchiostro.

Le temps file ses jours

Leggendo di Calvino eremita a Parigi mi è venuto in mente il commissario Maigret di Gino Cervi. Nella sigla inziale di ogni puntata Maigret/Cervi cammina lungo il paesaggio di una Parigi che si intravede appena, come la Parigi in cui si muove Calvino: stesso passo sicuro ma disorientato, quanto basta per fabbricarsi col dubbio una torcia, una mappa e con queste andare in cerca della Verità.



Profilo

Antonio Mancini, Ritratto del padre dell'artista (1903-1904)
La Pittura è sempre un rifugio, ma certi dipinti sono capaci di trasmettere la pace e il sollievo che l'anima conquista quando finalmente può mettersi al riparo in qualche posto. Questo dipinto, ad esempio: l'uomo seduto, dal contegno talmente rispettoso da sembrare regale, sembra specchiarsi nel profilo della testa scolpita. Fa pensare all'Arte che si riposa e trova rifugio in sé stessa, ma anche a un padre che trova conforto e posto nel tesoro meraviglioso, nel bagaglio prezioso del proprio figlio e anche al pittore, a certe sue possibili riflessioni e alle parole con cui forse le ha spiegate e raccontate e che ha scritto dipingendo con estrema tenerezza la figura di suo padre.

"...sull'ali, a lei che adoro..."

Forse non è davvero necessario capire il perché di ogni cosa, o forse sì, forse lo è, così come è necessario trovare il passo successivo di ogni direzione. Ascolto quest'aria di indicibile bellezza e penso alla Sardegna, a tutta la Sardegna. Ancora sto cercando di definirla, di descrivere cosa vedo della sua bellezza, di spiegare perché mi attrae verso di sé. Ogni tanto parole che mi sembrano nuove si affacciano al mio foglio e si lasciano scrivere come se fossero la definizione, la spiegazione. Ora, ad esempio. Nell'immensità del continente di musica che è quest'aria mozartiana, sento tutta la verticalità della mia terra, dove si sta rivolti verso il mare come su un cornicione, e si aspetta di vedere la terra del sogno emergere dal caigo sull'acqua e si soffre la vastità spaventosa del mare visto dalla terraferma e si sta sospesi, a volte per un'intera vita, indecisi se compiere o no il primo passo del distacco. La terra immersa nella nebbia sul mare non può essere un'isola qualsiasi. Non per un ligure. Ci vuole una terra su cui ci si possa sedere con la stessa asprezza e la stessa onestà delle rocce che strapiombano in mare. Deve essere una terra come questa da cui mi affaccio ogni santo giorno. Ecco, ora credo di poter dire con sufficiente certezza che la Sardegna è quella terra, l'unica terra cui un ligure possa arrivare a piedi, camminando sul mare. Aura che intorno spiri - dice l'aria di Mozart - sull'ali, a lei che adoro, deh porta i miei sospiri... Poi dice anche "dì che per essa moro e più non mi vedrà", ma io quando l'ascolto, quando come stasera la dedico all'Isola più bella della Terra, canto: dì che per essa (grazie ad essa) vivo, e che mi rivedrà. Ajò.



W. A. Mozart, dall'aria "Misero, o sogno o son desto", Aura che intorno spiri, Rolando Villazon