venerdì 20 gennaio 2017

Visioni

Cosa sto cercando? Perché qui? Forse la mia è solo presunzione di saper cogliere l'essenza di quest'Isola, ma non è semplice, non quanto lo è amarla, ci vuole una capienza mentale, intellettuale, emotiva, sentimentale, una capacità enorme per sintetizzare un continente. Forse è più logico, più umano, concentrarsi su un particolare, sul più piccolo dettaglio di cultura che si riesce a comprendere, ma saperne trascrivere l'essenza è un progetto davvero troppo ambizioso. Ad ogni nuovo argomento che affronto è come se la vera estensione dell'Isola mi si aprisse davanti. Eppure, comunque andrà questo mio viaggio, non posso ignorare nemmeno un particolare, devo conoscere, devo sapere il più possibile. È come cercare di dare un nome ad ogni foglia d'alga arenata sulla battigia. La sua storia è fatta di esseri viventi, nomi che si susseguono, entrano ed escono dai confini dell'Isola e li scopro parte della mia storia, è tutto lì, alla luce del sole, a dimostrare il valore della conoscenza o quanto poco so in realtà ascoltare. Ora, se ne avessi il tempo, se mi trovassi più vicina delle poche decine di chilometri che mi separano da Genova, infilerei il cappotto e scenderei a piedi nella piazzetta di San Matteo, la piazzetta dei Doria. Lì c'è il palazzo di Branca Doria, proprio a ridosso della chiesa. Mi metterei lì, al centro di quella piazza che sembra una scenografia teatrale e aspetterei di veder tornare l'uomo che determinò la fine del Giudicato di Torres uccidendo il suocero Michele Zanche e che visse a lungo e fu giustiziato a Sassari. Uscirebbe dall'ombra tremula del caruggio, così vero che potrei mettermi al suo fianco e accompagnarlo fino all'entrone.






mercoledì 18 gennaio 2017


È come una lenta messa a fuoco: l'occhio viene attratto da un dettaglio e si concentra su di esso, ma ecco che il campo visivo si allarga, nomi, date, epoche fanno la loro comparsa. Sono partita da una città particolare, perché sentivo che avrei potuto camminare per le sue strade senza sentirmi affatto forestiera, e così è stato. Poi, arrivata lì, l'orizzonte si è allargato, invitante. La storia...più mi addentro nelle "isthrinte" delle epoche, dei secoli, più mi sembra vero il verso poetico con cui Sergio Atzeni aveva intitolato il suo straordinario romanzo: "Passavamo sulla terra leggeri". Ho la sensazione che la storia degli esseri umani sia stata semplicemente accolta dall'Isola, in un modo molto simile a quello con cui Essa accoglie gli uccelli che vengono dal mare per nidificare. È come se di fronte alle vicende più drammatiche o fatali si ergesse una specie di dubbio, una percezione intima della levità di tutte le cose e l'accoglienza dell'Isola fosse ciò che davvero conta, ciò che dura. È difficile da spiegare per me, ma accadono piccole cose straordinarie su questa Terra. Qui ho visto per la prima volta una bellissima signora cinese servirci una classica cena da ristorante con le lanterne rosse all'ingresso, ma nominando i piatti nella sua lingua; quando le ho detto che quei suoni erano bellissimi, lei li ha ripetuti modulandoli con più attenzione, con anima, muovendo la mano con movenze che ho subito riconosciuto essere le stesse del Thai Chi. Mentre ammiravo l'eleganza di quei gesti ha sorriso ancora e ha detto "mi piace molto cantare", e dalla sua figurina minuta è uscita una miniatura cinese di una bellezza struggente, la piccola testa inclinata di lato, le braccia incrociate in avanti e la voce, cristallina, un tintinnio di parole misteriose e belle. Tornando a casa ho pensato che solo su quest'Isola, probabilmente, si può vedere l'identità degli esseri umani, la forza armoniosa della loro appartenenza, la fierezza gentile di essere parte.



domenica 15 gennaio 2017

a boche amorosa

Ho appena visto l'idea più comune di "Sardegna" passare alla tv: le spiagge, le greggi, il pastore che ancora oggi affonda le mani nel latte cagliato e ne trae formaggio, l'artigianato, i costumi, il territorio. Mi è sembrato di sfogliare uno di quei libretti di pochissime pagine, rettangolari, intitolati mi sembra "Le mie ricerche", che comperavo quando avevo sette o otto anni: stesse illustrazioni, stesse informazioni stereotipate, stessa incolmabile assenza di un qualsiasi riferimento storico. Amo quest'Isola, perché continua ad essere ignorata, minimizzata, messa da parte. Conosco gente che vi sbarca ogni estate e non sa niente della quotidiana, secolare abbondanza di Bellezza appena dietro la scenografia balneare. Certi addirittura riempiono sacchetti di plastica con le sabbie colorate delle sue spiagge, che poi immagino rovescino negli acquari domestici, convinti che non importi a nessuno. Non sanno che ogni granello di sabbia, ogni filo d'erba, ogni frammento di conchiglia, di roccia, ogni briciola di terra, ogni goccia d'acqua, ogni essere vivente è parte necessaria all'Isola, è custode e tesoro prezioso allo stesso tempo. Non sanno dei gesti compiuti da secoli per dire va bene, a domani, come stai, o degli occhi che all'improvviso si accendono di una fierezza scura, cauta, mite. Non sanno delle mani che intrecciano sapientemente erba e si lasciano baciare con umiltà, con gratitudine, né della straordinaria altitudine cui arriva il pensiero di chi custodisce l'Isola nelle azioni quotidiane più semplici. Amo quest'Isola tenuta a freno, unificata da almeno due secoli sotto una coperta pesante di generalizzazione, di superficialità. All'inizio degli anni '70 avevo diversi compagni di scuola che provenivano dalla Sardegna. Per noi del posto erano semplicemente "sardi", né ho mai sentito nel corso degli anni alcuno di loro rivendicare un'identità più precisa. Li immagino sbarcare al porto di Genova, dopo una navigazione tranquilla, cielo sereno, ottima visibilità, scendere dalla nave e vedere un caigo denso arrivare da terra: la nebbia pesante e lattiginosa della nostra ignoranza, la nostra offerta di integrazione. Avranno avuto cose meravigliose nei loro bagagli, le forme del pane quotidiano, il modo di dire una parola, il modo di manifestare l'allegria o di aspettare, gli accenti e i tratti delle genti venute nei secoli a conquistare. Credo lasciassero pulito e libero un angolo della propria anima, del cuore, partendo da Porto Torres e che arrivando riponessero lì le loro innumerevoli identità, le loro eredità meravigliose. A noi sorridevano, miti, gentili, scoprendo denti bianchissimi oltre i quali serbavano parole e pensieri che non avrebbero potuto condividere. Erano infinitamente più colti di noi, sapevano che non sarebbe stato possibile spiegarci l'immensa complessità del loro piccolo continente in mezzo al mare, sapevano che non avremmo capito.






Paolo Angeli

venerdì 13 gennaio 2017

Un bel daffare





"Un trasloco dalla mente al foglio" è come dire metti le immagini, e le parole che servono per descriverle, in viaggio. Seguo il suggerimento prezioso e comincia un viavai, un traffico invisibile, inudibile, ma per me coinvolgente e sonoro, più o meno così.
(Grazie...)



martedì 3 gennaio 2017

Non è la fede che ha cambiato la mia vita, ma l'inchiostro...



Giuseppe Biasi

Il primo giorno di questo nuovo anno ero lì, e all'improvviso ho capito che il viaggio è molto più lungo, molto più complesso di quello che credevo e che non morirò prima di averlo compiuto. Amare una città insegna, fra tante altre cose, che a volte si può capire la direzione da prendere solo trovandosela davanti. Così questa città bellissima, che credevo essere la mia meta, si è rivelata in realtà la mia porta verso l'Isola più bella del mondo. Un sentiero adatto a me, percorribile, un cammino agevole, disseminato, punteggiato di richiami alla mia riva, la riva da cui parto, pieno di parole che somigliano alle mie. È tipico della Sardegna questo modo di invitare ad entrare, questa accoglienza che non è cortesia, non è gentilezza, ma empatia, comprensione. Sono stata accolta nello stesso modo da volti sorridenti, da sincere strette di mano, nello stesso identico modo in cui l'Isola mi ha aperto questa città come una porta, invitandomi ad entrare. Sono a mio agio, esploro in lungo e in largo la storia di questa città, incredibilmente intrecciata con la mia, descrivo la sua bellezza e intanto sento un dialogo più intenso, una voce più discreta, che mi invita ad ascoltare. È l'Isola, è la sua voce. È ancora difficile per me descriverla, identificarla, darle un nome, è come un suono prodotto dal vento mentre attraversa cento fenditure di roccia, di rami, di nuvole, di sabbia, di terra, di piume d'uccello, di ogni più minuscola forma che se ne stia ferma sulla terra dell'Isola. Da quando questo viaggio si è fatto più chiaro, la scrittura ha assunto un valore nuovo, ha cambiato la sua natura, ha smesso di essere strumento per parlare ed è diventata una specie di vela, un pezzo di legno su cui navigare quel vento, l'unico modo a me concesso di attraversare quelle cento fenditure tutte assieme. Ne scrivo qui, perché non posso portare da sola tutta questa bellezza, nessun essere umano può.




mercoledì 3 agosto 2016

Scrivo di Sardegna

Scrivo di Sardegna, poco in rete, molto sulla carta. Ormai la mia scrittura si rivolge solo a lei, come se fosse questo l'unico modo per noi due di parlare. Non la conosco ancora abbastanza, non so quasi nulla di lei, anche se lei, per tutto il nostro tempo fino qui, si è lasciata guardare e toccare, accogliendomi in cento modi diversi. Inspiegabilmente lei, al contrario, sa tutto di me. Soprattutto sa come dirmi le cose che aspetto, svelandomele a poco a poco, come se capisse che cinquant'anni non sono un tempo troppo lungo, sono il tempo che mi ci è voluto per arrivare. Sa come mi entusiasmo facilmente, come scoppia dentro di me la malinconia e non ne ha paura. Sa che lascio il sentiero per avvicinarmi a un sasso, o per seguire un richiamo che per chiunque altro sarebbe inesistente, e mi invita a perdermi, o modula paziente cento volte quel richiamo, così che io non smetta di ascoltarlo. La gente che sta sulla sua terra è tanta e varia, non saprei descriverla, ma so che molti sono parte di lei, sono come alberi nati da una sola grande radice in mezzo al mare, e il sale che la intride percorre le innumerevoli diramazioni come una linfa e arriva sulla terra e la spacca, e fa dolorosi i monti e pena la danza, che non è mai solo allegria. Forse è per questo che parliamo, perché in lei c'è una bellezza sofferente e sofferta, un chiaroscuro di ombre nel sole; io so che lei comprende la profonda tristezza della mia felicità.


corra de screu


lunedì 4 luglio 2016

Saccargia

Poi prendi per Saccargia, e a mano a mano che ti avvicini vedi il campanile della Santissima Trinità sorgere dalla collina come un sole. Stare al suo cospetto è qualcosa di straordinario, è come stare davanti al tempo trascorso e vederlo tutto insieme, vedere la sua solennità. C'è qualcosa di estremamente umile nella grandezza della Sardegna. È il suo modo di offrirsi allo sguardo, all'anima inquieta. È il suo rimanere ferma, paziente, ad aspettare gli uomini. La porta della Basilica era chiusa quel giorno, l'affresco più antico della Sardegna è rimasto nella penombra del vento e non si è fatto vedere, incantando così la mia anima in un dialogo di attesa struggente. Poi c'è questo film di Monicelli, Proibito, e questa scena di sessantadue anni fa: un arrivo quieto e rispettoso e Mel Ferrer che sospinge la porta e schiude la penombra e l'affresco, paziente e fermo al suo posto. Saccargia è ancora così. Solo l'asfalto a segnare il tempo passato. All'interno, i restauri hanno restituito vigore ai colori e solennità, il restauro è un importante atto d'amore. Io però spero di poter oltrepassare la porta in penombra, per sorprendere i secoli, la storia, per toccarla un istante, anche la storia che Monicelli trasse dal romanzo di Grazia Deledda, la voce che Nazzari diede a Costantino Corraine, il luccichio dei bottoni d'argento del costume di Ittiri, indossato con grazia dalla bellissima Lea Massari...

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lunedì 11 aprile 2016

Maigret e la signora Maigret





Da qualche tempo mi godo la compagnia di Maigret, nell'interpretazione magistrale del grande Gino Cervi. È un personaggio molto legato alla mia infanzia, e forse è stato proprio un momento di nostalgia a spingermi a rivedere gli episodi di quella lunga serie, ma ora mi piace stare in sua compagnia soprattutto per l'altissima qualità della messa in scena. E per Andreina Pagnani, la signora Maigret. Le scene d'interno in casa del commissario, le colazioni, le cene, i piatti coperti in attesa del ritorno, le telefonate in piena notte, sono tutte illuminate dalla bellezza di questa donna, che è moglie solo convenzionalmente, ma è soprattutto compagna di viaggio. Mi piace la signora Maigret. Mi piace come Andreina Pagnani la fa parlare, come la fa entrare e uscire dalle stanze, sempre attenta, premurosa, anche quando totalmente in disaccordo con Maigret. Gli occhi magnifici di questa grande attrice sanno rendere la devozione, la dedizione. Una delle scene in cui questa è più visibile è quella in cui Maigret esce di casa per andare al lavoro: la signora Maigret spazzola per bene il paltò, controlla ogni dettaglio con i suoi grandi occhi avvolgenti, poi guarda Maigret come se vedesse tutta la fatica e le difficoltà cui il marito sta per andare incontro e, piegando lievemente la testa di lato, dice sorridendo :- Buona giornata Maigret - Non si tratta semplicemente del saluto affettuoso di una moglie devota. A me sembra ci sia qualcosa di più. Così sono andata a cercare qualche informazione sulla vita di questa splendida attrice, ed ho scoperto il legame professionale, artistico che Andreina Pagnani aveva con Gino Cervi, un legame durato praticamente per tutta la sua carriera. Ho immaginato l'intensità con cui questi due grandi attori hanno condiviso le scene teatrali, i successi, ho immaginato la loro complicità, quella rara, ricercata, di chi sa di poter contare sull'altro mentre recita la propria parte. Spesso, nel corso di una scena, è possibile vedere nell'impeccabile scambio di battute l'intesa profonda fra i due attori e questa intesa, questa fiducia assoluta nel vivere quella scena è così forte, così grande da traboccare e confluire nel dialogo fra i due personaggi. Si può percepire la stima reciproca che devono aver provato Cervi e la Pagnani, il rispetto, il divertimento nel condurre i personaggi lungo la vicenda, ed è la stessa stima che traspare dalle attenzioni della signora Maigret, o del commissario, quando le affida un compito troppo umile per la sua regalità; ed è lo stesso divertimento con cui entrambi ridono o si scambiano piccole provocazioni affettuose, come quando Maigret si rivolge alla moglie chiamandola Louise e lei si meraviglia, con occhi grandi da bambina, ma solo per un istante, poi ironizza e chiede conto di quell'inconsueto modo di essere chiamata e Maigret, intenerito forse più dall'intelligenza di quell'ironia che dalla circostanza, risponde :- Scusami cara, hai ragione, ma sai...mi sono emozionato. 

domenica 24 gennaio 2016

Isola di Sardegna 2

In questi giorni un grande attore napoletano, Toni Servillo, sta leggendo per Radio 3 Rai il romanzo di Salvatore Satta Il giorno del giudizio. È una lettura preziosa, non solo per la splendida voce che la esegue come una partitura. È preziosa perché Sardegna letta da una voce forestiera. Servillo è un attore grandissimo, capace di dare vita alle parole, di farle vibrare. Nella nota in calce alla lettura si dice sia stato lui  stesso a proporre questo romanzo ai curatori del programma Ad alta voce  e si fa cenno al suo interesse personale per i luoghi del romanzo. Servillo dà voce a parole sarde, scritte in italiano ma concepite da una mente sarda, da un intelletto sardo, intriso di sardità, parte del continente Sardegna. Satta scrive il romanzo fuori dai confini della sua isola; un appunto scritto a mano in cima alla prima pagina del manoscritto recita: Fregene - 25 luglio 1970, ore 18. Sono convinta che uscire dai confini di un continente come la Sardegna sia fondamentale, per poterne parlare, per poterla guardare tutta insieme, anche solo un paese, una bidda, anche solo una strada di città murata. Si deve uscire per parlarne, se si è sardi. Non so dire perché, non essendo io sarda. Credo invece di poter dire il mio possibile perché riguardo l'importanza di essere di fuori, forestieri, nel dare voce a un romanzo sardo. Ascoltare Servillo è una specie di conferma alla mia idea di perché. Servillo non usa alcun codice riconoscibile, identificabile come sardo. Non pronuncia nemmeno correttamente il nome di quella che sembra essere la città identitaria di questo romanzo: Nùoro, che lui pronuncia Nuòro, all'italiana. Nel corso della lettura poi, la sua altissima professionalità, il suo talento di attore, di regista di parole, vengono messi a dura prova dalla costruzione dei periodi, molto sarda, un alternarsi di sintesi e descrizione fitta, indicibilmente armonico e bello. Servillo riesce a sostenere questo carico, a riempire la voce di così tante suggestioni e aperture, senza che il senso della scrittura di Satta se ne esca via; e riesce a leggere senza perdere la propria identità, lasciando anzi innumerevoli sonorità partenopee a colorare contrappunti, pause, precisazioni, definizioni. Questo dà vita a una sonorità particolarissima, fatta di rispetto per la parola letta e di temperamento del lettore, ma anche di quella cosa così importante in ogni relazione intellettuale, così necessaria, così q.b. come il sale: l'ignoranza. Nella lettura di Servillo si può sentire a tratti l'incertezza della non conoscenza. Può essere il significato di certe parole in sardo logudorese, o di un cognome, non importa: già nelle prime pagine si sente che Servillo non conosce interamente ciò di cui sta leggendo, e che non basta avere talento ed essere italiani per leggere nel modo giusto pagine italiane pensate in sardo, che parlano di sardità. Tuttavia è proprio qui, in questa mancanza, che sta l'importanza della lettura di Servillo. Perché in essa è possibile ascoltare, verificare una possibile ragione per cui da fuori si guarda alla cultura sarda con approssimazione: la vastità. La Sardegna è un'isola capace di contenere la cultura ricca e multiforme di un continente, ed è questa, la sua vastità, che da fuori non è possibile cogliere in un unico sguardo. Non si può conoscere, tenere a mente, ricordare ogni aspetto, ogni dettaglio della sua storia, della sua biodiversità; qualcosa sfugge a noi che stiamo oltre il suo mare, qualcosa ci manca e credo sia questo a portarci lì, a chiamare molti di noi lì, su quella terra emersa di grande bellezza.


Il giorno del giudizio di Salvatore Satta letto da Toni Servillo, 1


Isola di Sardegna

Fino a non molto tempo fa, se mi avessero chiesto di interpretare il nome Sardegna, avrei cercato di descrivere un'isola, perché così la vedevo: una grande isola, contenitore naturale di innumerevoli meraviglie che non ho mai visto, o almeno non ancora. È facile pensarla così, immaginarla così. Un'isola è un concetto semplice. Quando poi, come la Sardegna, l'isola contiene una cultura ancora viva, lingua che non ha ancora deciso di arrendersi, tradizioni, colori, questo concetto è ancora più semplice. Eppure noto da sempre, da quasi tutti i cinquant'anni che ho vissuto fin qui, che moltissime persone, che come me vivono fuori dai suoi confini, le si accostano con notevole pressapochismo. Lo vedo negli articoli dei quotidiani nazionali, nei servizi giornalistici in tv, nelle ambientazioni di certi film (emblematico "Una piccola impresa meridionale" di Papaleo, che dipinge una dorata Puglia con i colori inconfondibili del Sinis), nell'idea di Sardegna come paradiso balneare tout court. Mi chiedevo il perché di questo, di questa visione approssimativa, anche prima di accostarmi alla sua terra. E non capivo. Perché l'identità sarda, le tradizioni, almeno quelle che hanno oltrepassato il mare e sono approdate in continente, sono così forti e definite, accentate, come la sintassi sarda, che mi è sempre parso impossibile non averne una visone netta, indimenticabile proprio in virtù della sua limpidezza. Poi, finalmente, è toccato a me oltrepassare, amzi sorvolare, il mare. Vedere un vasto tratto del suo territorio sorvolando la sua parte nord occidentale e poi atterrare e camminare a fatica di gambe, a misura di passi, su un piccolissimo fazzoletto di quel territorio, mi ha permesso di capire che il concetto di isola è troppo piccolo per identificare, memorizzare, indicare convenzionalmente, geograficamente, culturalmente la Sardegna. La Sardegna non è un'isola, è un continente.

Immagine da Internet

martedì 7 luglio 2015

Volo a vela



Ho scattato questa foto a giugno, mentre facevo il mio giro in bici ormai abituale al porto di Sestri Levante. Questo magnifico leudo rivano, il Nuovo Aiuto di Dio, stava per essere messo nuovamente in acqua, dopo due anni di immobilità dovuti a lavori di riparazione e restauro dell'albero.  In questa foto era ancora in fase di preparazione, era stata sistemata la sua vela latina, bellissima, ma il leudo era ancora sulla spiaggia, accanto al circolo dei pescatori, al posto in cui lo vedo da quando sono nata. Qualche mattina dopo è stato messo in acqua, con un lento e delicato lavoro: la benna di una ruspa lo ha sospinto con la delicatezza di una madre finché non ha raggiunto il punto in cui il basso fondale sabbioso della Baia delle Favole scende abbastanza perché un leudo così possa galleggiare. L'ho fotografato,


la giornata un po' grigia mi è sembrata la scenografia perfetta per il varo discreto di questa barca magnifica e sobria. Poi è arrivato luglio e i miei giri in bici al porto si sono spostati nella parte finale della giornata. Arrivo al lungomare di Sestri che è sera inoltrata e mi dirigo al porto, passando per la pista ciclabile. Mi piace arrivare fin là, perché da quella posizione si vede Sestri come da una barca e si vede il leudo, al centro della baia. Poi, tornando verso il lungomare e percorrendo tutta la pista, da Santa Maria di Nazareth fino alle gallerie di S. Anna, se si tiene lo sguardo sulla sua vela latina lo si può circumnavigare dalla terra ferma  e ammirarlo da ogni lato e prospettiva. Amo questa barca...per come si muove, assecondando il mare; perché nella sua ombra immobile, negli anni in cui era un monumento di sé stesso, anziani sestrini giocavano a tombola, quasi ogni giorno dell'anno. Salgo a bordo idealmente ogni sera, mi stendo sul suo fondo e guardo il cielo sopra e Sestri, e casa un po' più in là, verso l'interno e mi sembra che tutto, ma proprio tutto, abbia senso.








mercoledì 3 giugno 2015

Compagni di viaggio


Ho cambiato casa da quasi un anno ormai. Dove abitavo prima stavo molto male. Poco prima di traslocare, quasi il trasloco fosse stato la linea di un'addizione, ho scoperto di avere un tumore. Ho vissuto nella casa di prima per sette anni, ero arrivata lì da un'altra casa, bellissima, situata sul fianco di un alto monte a picco sul golfo. Avevamo un grande giardino lassù, pieno di piante: alberi da frutto, arbusti profumati, rose inglesi, tulipani e degli iris viola che un anno fiorirono da sotto uno strato sottile di neve. Avevamo una scala ripidissima, la scala per il Paradiso, così la definì Don Franco quando venne a bendire casa la prima volta, e a metà scala un pianerottolo e sul pianerottolo un albero di limone che germogliava ad ogni primavera, nonstante le temperature rigide di lassù. Quando ci trasferimmo a valle lo portammo con noi, più per egoismo affettivo che altro, dato che non avremmo avuto un giardino. Arrivati alla nuova casa lo sistemammo lungo l'argine del torrente che scorre lì vicino, in una terra di nessuno. Si ammalò, come me. Dove viveva prima, lassù sul monte, era così forte e sano da sopportare il gelo di ogni inverno e le formiche, che usavano i suoi rami per portare al pascolo minuscole mandrie di acari addomesticati. Portava a maturazione un numero impressionante di frutti, profumati e grandi, di forma piuttosto allungata, molto belli. Sull'argine perse le foglie, l'umidità della zona lo colpì duramente. Le nostre finestre di allora affacciavano su quell'argine e potevamo vederlo. Non ho mai pensato di affidarlo a nessuno. Forse ho addirittura pensato di morire insieme a lui, lentamente, col tempo. La settimana scorsa, dopo tanto tempo, siamo scesi sull'argine richiamati dal verde acceso e lucente di un ciuffo di piccole foglie. Ci siamo accorti così che il nostro limone era ancora lì e non era morto affatto. Lo abbiamo recuperato, era ancora nel suo vecchio vaso. Non lo abbiamo rinvasato, lo abbiamo semplicemente portato sul pianerottolo della nuova casa, che è ben esposto, caldo e soleggiato. Mia figlia ha detto:- Sai che ho scoperto una cosa bellissima? Ho scoperto che le piante ascoltano e se parli con loro sono felici e crescono meglio - Come avrà fatto il mio limone a sopravvivere senza nutrimento, senza essere annaffiato, malato, per sette anni...poi ho ripensato a quelle finestre, da cui potevo vederlo soffrire, come me. E mi sono resa conto che anche lui poteva vedere noi. Forse ci ha ascoltato. Forse il suono delle nostre voci gli è sembrato il suono di casa e ha resistito. Oggi ho guardato le sue foglie, hanno cambiato tonalità di verde, sono più scure e più grandi. Sta cercando di crescere, di tornare quello che era, un bellissimo albero di limone, di tornare quello che è, come me. Sono felice che siamo ancora insieme, qui.




lunedì 27 aprile 2015

L'intervista

Qualche giorno fa, scorrendo la pagina di TED ho trovato un video in cui una ragazzina di 14 anni, Jennifer Lin, improvvisava al piano su una sequenza di note scelte a caso da uno spettatore. La bellezza che ne è scaturita mi ha colpito moltissimo e ha ispirato un piccolo racconto che pubblico qui di seguito. Pubblico anche il video parziale in cui si può ascoltare l'improvvisazione e mi permetto di suggerire a chi non lo conoscesse già, di visitare il sito di TED, perché è un progetto splendido, che ridona speranza nell'umanità.



L'intervista

Sull'insegna luminosa c'era scritto" Strumenti Musicali" e l'asino pensò di aver sbagliato indirizzo. Tirò fuori dalla tasca il foglietto giallo su cui lo aveva scritto e verificò: era giusto. Rimase fermo a lungo davanti all'entrata, indeciso, poi spinse la porta girevole e un tintinnio di campanelli invisibili annunciò il suo ingresso al tipo con la cravatta dietro il bancone. - Mi scusi - esordì l'asino senza salutare - sto cercando il...titolare. - Era visibilmente imbarazzato e il tipo dietro il bancone se ne era accorto. L'asino insistette, nervoso:- Il titolare...c'è? - Il tipo gli fece cenno di seguirlo e senza dire una parola lo accompagnò davanti ad una porta verniciata di fresco. Era socchiusa e istintivamente l'asino entrò. Nella stanza dalle pareti verdi c'era una scrivania di legno chiaro verniciato a flatting, e seduto alla scrivania c'era un tipo che l'asino riconobbe immediatamente essere la persona che cercava, anche se non avrebbe saputo dire cosa glielo avesse suggerito. Era senza dubbio l'essere più normale che egli avesse mai incontrato eppure in quel momento, mentre gli stava di fronte, l'asino sapeva di trovarsi al cospetto di Dio. - Si accomodi, prego...- disse Dio e l'asino si stupì nel sentire che aveva una voce da tenore. Non sapeva bene il perché, ma lo aveva immaginato baritono. L'asino si era quindi seduto senza staccare gli occhi da quel viso per niente particolare e aveva estratto un piccolo registratore che adesso passava da una mano all'altra nervosamente. - Quando vuole cominciare, io sono pronto - disse Dio e l'asino posizionò il registratore sulla scrivania, scusandosi. Un leggerissimo ronzio avvertì che la registrazione era cominciata, ma un silenzio pesante era sceso nella stanza. Dio accavallò le gambe sprofondando nella poltroncina girevole e disse:- Se vuole possiamo evitare le domande, posso raccontare, semplicemente ricostruire come sono andate le cose...- L'asino annuì, fingendo una calma che non provava, poi aggiunse, con una disinvoltura ugualmente solo apparente:- Vorrei solo chiederle cosa pensa delle Scritture. Sono abbastanza fedeli ai fatti? Il particolare del Soffio Divino rivela piuttosto chiaramente la sua inclinazione, voglio dire...la sua natura....- Le parole si spensero in un borbottio imbarazzato. -Intende dire la mia passione per la musica? Sì - replicò Dio prontamente - anche se col tempo questo dettaglio ha assunto un altro significato, non meno gratificante oltretutto. Io però, come lei ha intuito, nasco musicista.- L'asino si accomodò sulla poltroncina di legno lucido: ora poteva rilassarsi. Dio parlò dei suoi anni giovanili e del progetto della Creazione, cui aveva destinato tutta l'energia di cui disponeva, di come lo aveva pensato, curato in ogni dettaglio prima di dargli vita. Parlava sorridendo appena, con tono calmo, come di chi abbia già raccontato la stessa storia centinaia di volte. - Mi parli delle improvvisazioni - suggerì l'asino con sincera curiosità. - Sì...si tratta di un'idea sopravvenuta diciamo così...in corso d'opera. Del resto il progetto si prestava fin dall'inizio: costruire uno strumento capace di suonare da sé, senza bisogno di un musico, di un suonatore a farlo vibrare poteva, anzi doveva far presagire una miriade di incognite e fra queste la più gradita fu senza dubbio l'improvvisazione. Vede caro, si trattava di poche note per ogni strumento, sempre le stesse e ogni strumento avrebbe dovuto farne una melodia unica, irripetibile. Un progetto affascinante - aggiunse con un lampo di soddisfazione nello sguardo mite. - Le pesa che tutto questo non sia ancora stato compreso?- chiese l'asino - Voglio dire...lei è sulla bocca di tutti ogni giorno, osannato o anche solo elogiato per la sua grandezza, ma...la sua natura di musicista, la sua passione per la composizione, la sua abilità di strumentista...- esitò - ...e di liutaio...- soggiunse Dio, lasciandosi scappare un tono da vecchio professore. - No..- rispose brevemente - tutto sommato non mi pesa. Non ho portato a termine il mio progetto per brama di successo o perché fosse riconosciuto il mio talento. Mi era stato chiesto di creare qualcosa di unico e l'ho fatto.- Aveva parlato stringendosi nelle spalle, con inaspettata umiltà. L'asino lo fissava affascinato, sarebbe rimasto ad ascoltarlo per sempre. - Bene - disse, interrompendo la registrazione - mi tolga solo un'ultima curiosità: perché...questo...?- e girò gli occhi attorno ad indicare quello studio improbabile e quel negozio di strumenti musicali. - Gli strumenti intende? Be'...perché è uno dei posti sulla Terra in cui gli esseri umani vengono a ritrovare la loro natura. Non sempre ne sono consapevoli, più spesso dedicano la loro intera esistenza ad imparare a suonare uno strumento e non sentono di avere corde, tasti e casse armoniche. Qualche volta invece sì, se ne accorgono e a me pare che così si accorgano anche di me. Non so se mi vedono. Spero di no, mi imbarazza molto essere guardato mentre mi commuovo. -


martedì 7 aprile 2015

Le copulette di Ozieri, il Thai Chi e la Via dell'Amore


Ieri a Monterosso il sentiero per Vernazza era una ferrovia: due treni lunghissimi di vagoni a due gambe che si sfioravano appena nel loro andare e tornare. Quando sono deserti, i sentieri a picco sul mare permettono di osservare panorami struggenti o di cogliere al volo dettagli di uccelli, di rami, di raggi di sole, nitidi contro il blu profondo del mare; ma quando sono pieni di gente, pieni di umanità, allora si possono vedere cose ancora più struggenti e misteriose, tratti semplici di bellezza che le persone portano addosso, spesso senza saperlo. La ragione comune di essere in un dato posto concorre in modo determinante alla fioritura di questi tratti bellissimi sulle facce della gente. Non è lo stesso se si passeggia nel posto in cui si vive, per quanto bello sia, perché la bellezza delle espressioni viene distratta dai pensieri, dall'interrogativo grande che genera il desiderio di partire o di rimanere. Le Cinque Terre invece sono uno di quei posti della Terra in cui le persone sentono il desiderio di stare per un po', ogni tanto, per un giorno o pochi di più e mentre percorrono i sentieri di questa splendida costa fatta di rocce e di alberi che si tuffano in mare, hanno negli occhi e nell'espressione del viso un desiderio così grande di far parte di tutto quel blu e quel grigio di pietra e ulivi da sembrare appartenere alle Terre prima ancora che alla Terra e gli occhi azzurri, a mandorla, la pelle nera, bianchissima, i capelli crespi, lisci, biondi, rossi, sono identità comune, ricchezza cromatica di forme, la stessa delle macchie di giaggioli, violacciocche, eriche e mirto e ulivi e rosmarino e limoni, disseminate sui muri e sui poggi fra le ultime case, davanti al mare. Ieri la gente era bellissima mentre saliva la scalinata di pietra ripidissima e stretta del sentiero; era costretta dalla conformazione del terreno a guardare dritto negli occhi la gente che con altrettanta bellezza scendeva la stessa scalinata. Qualcuno cercava, forse inconsciamente, di spezzare quel momento così emozionante e destabilizzante lanciando gridolini di allarme per un sasso scivoloso, o per un insetto assonnato sul ciglio del sentiero, ma la maggior parte della gente non si lasciava distrarre da quei rumorosi pretesti e proseguiva in silenzio, respirando profondamente e parlando con gli occhi agli occhi che aveva di fronte a ogni passo diversi. Era tutto un chiacchiericcio ieri, su quel sentiero silenzioso. E non si sarebbe potuto dire da dove ognuno arrivasse, o meglio si poteva vedere che ognuno arrivava dal proprio ultimo passo. Mentre salivo verso Vernazza pensavo che c'è un cammino, un sentiero in ogni cosa e pensavo al Thai Chi che sto imparando, ai passi necessari per poterlo percorrere e al modo indicibilmente bello con cui ogni suo movimento mi insegna a contare il tempo, con dolcezza struggente, con consapevolezza. E pensavo al sapore delle copulette di Ozieri che avevo assaggiato solo poche ore prima e per la prima volta, al sapore morbido, intenso, ricco e al suo svanire, evaporare quasi nel caldo della bocca e al passo successivo, al boccone successivo e all'ultimo, che lascia il cuore pieno di meraviglia e soddisfatto per aver camminato insieme alla bocca, sotto quel piccolo lenzuolo bianco fatto di niente.


mercoledì 25 marzo 2015

Un cappello, dei fiori, una piccola gabbia da aprire.

Berthe Morisot

È arrivata di nuovo la primavera, sorprendentemente. Il bello della sorpresa è che quando la si riceve non si è pronti. È credo l'unico caso in cui l'impreparazione diventa un valore. È bellissimo potersela godere tutta, assaporare fin nei minimi istanti tutto il fatto di non essere pronti. È meraviglioso. Poi però bisogna pur muoversi, non si può rimanere lì troppo a lungo, anzi, viene proprio voglia di incamminarsi. Non serve molto altro. Un cappello, dei fiori, una piccola gabbia da aprire. Un colore.


 Live and let die
2CELLOS e Lang Lang

martedì 3 marzo 2015

Più in là...



Maestrale

S'è rifatta la calma
nell'aria: tra gli scogli parlotta la maretta.
Sulla costa quietata, nei broli, qualche palma
a pena svetta.

Una carezza disfiora
la linea del mare e la scompiglia
un attimo, soffio lieve che vi s'infrange e ancora
il cammino ripiglia.

Lameggia nella chiaria
la vasta distesa, s'increspa, indi si spiana beata
e specchia nel suo cuore vasto codesta povera mia
vita turbata.

O mio tronco che additi,
in questa ebrietudine tarda,
ogni rinato aspetto coi germogli fioriti
sulle tue mani, guarda:
sotto l'azzurro fitto
del cielo qualche uccello di mare se ne va;
né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:
" più in là "!

Eugenio Montale da Ossi di seppia



 


giovedì 22 gennaio 2015

"Thinking Bach"


Giacomo Castellana

È proprio così...l'anima si stacca dal suo corpo e danza, sulla musica, sulla Bellezza e poi ritorna, riprende posto ed è questo, credo, il solo momento in cui noi esseri umani possiamo sentire concretamente che l'anima ci appartiene e ci obbedisce. Nel sentirla rientrare nella stanza, in noi, nella nostra sbadata consapevolezza quotidiana, possiamo illuderci di governarla e la sua inafferrabilità, la sua immortalità diventano nostre. Per questo, credo, si scrive, si danza, si suona, si legge, si cammina, si ascolta, si ricorda, si tace.




giovedì 25 dicembre 2014

Albero di Natale


Questo per me è l'albero più bello della Terra, è un albero filosofico e filosofo, un albero parlante. Sui suoi rami per niente aggraziati germogliano frutti che sembrano lampade liberty di Lalique e il verde delle sue foglie è sontuoso, un verde di seta orientale, che lascia il posto ai colori dell'autunno prima di abbandonare i rami in inverno. Questo albero non tace mai, parla della caparbietà di risvegliarsi ogni volta e accettare di fiorire, del coraggio di osare la bellezza là dove nessuno penserebbe di trovarla, della semplicità eclatante di un piccolo miracolo, della forza che si deve mettere nel dare sè stessi alla vita, della dolcezza che si può sentire vivendo, a tratti, mentre si mastica amaro e in nessun altro modo la si potrebbe sentire così, accostata al suo contrario. Adoro quest'albero che sta sulla mia strada da quando sono al mondo. Era negli orti di mio nonno quando ero piccola e nessuno si curava di farmi assaggiare i suoi frutti, ma mi mettevano in guardia dal salire sui suoi rami; è ancora sui sentieri che percorro e nelle giornate grigie d'inverno fa capolino dietro un velo di rovi, con i suoi frutti incredibili. È un vero albero di Natale, luminoso, splendente di vita quando tutto sta per addormentarsi, carico di dolcezza e di nutrimento quando l'anno vecchio se ne va e arriva quello nuovo e non si sa cosa porterà. Non c'è albero più natalizio per me, più bello, sotto cui lasciare un augurio di serene Feste a chi passerà da qui. Buon Natale e Sereno Anno Nuovo a tutti. Un abbraccio, red.




Grazie di cuore a unbrivido per avermi prestato una delle sue bellisime immagini. Nel suo blog ci sono le foto più belle che io abbia mai visto di questo albero, foto difficili da descrivere, inquadrature della voce, del carattere di questo albero semplice e incantevole. Grazie u.
 

lunedì 10 novembre 2014

Piccola Biblioteca Sentimentale

La lunga treccia. Ricordi di musica, rivoluzioni e crepuscoli.

Questa storia ha inizio dalla nascita della consapevolezza, cioè da quando la mia memoria di bambino non si è più limitata a popolarsi di sensazioni ed emozioni evaporabili, ma ha premuto il tasto REC cominciando a generare ricordi.Fine anni’60. A casa dei miei genitori la musica si ascoltava sostanzialmente da tre fonti: un televisore, un giradischi e una radio.Il televisore era un ingombrante Philco, tutto legno, valvole e manopole. Naturalmente in bianco e nero, naturalmente mono. Si ascoltava quello che passava il convento, come si suol dire. In pratica, le proposte musicali erano concentrate quasi esclusivamente nel varietà del sabato sera che, non a caso, si chiamava Canzonissima, più qualche sigla di programmi pomeridiani quotidiani, tipo Avventura o Gli eroi di cartone.Quelli più grandicelli di me ricorderanno anche una trasmissione sperimentale di Renzo Arbore, Per voi giovani, dove gli ospiti si esibivano dal vivo e il confronto con il pubblico in studio era spesso aspro.Il giradischi era un Lesa, molto simile a una valigetta grigia, ruvida, che si trasformava magicamente in un preistorico impianto stereo con due altoparlanti e un piatto un po’ rudimentale, ancora a quattro velocità (16/33/45/78 giri). Con tutta la sua approssimazione, era l’unica opzione stereo di quei tempi.La radio era un elegante parallelepipedo color legno, con il frontale nero e una fila di tasti rossi: la filodiffusione. Oltre ai tre canali radiofonici della Rai,c’erano altre stazioni che trasmettevano ininterrottamente musica, suddivisaper generi. L’elenco completo del palinsesto musicale quotidiano era consultabile nelle ultime pagine del RadioCorriereTv. Quest’ultima circostanza mi iniziò alle registrazioni pianificate, che effettuavo collegando alla filodiffusione un registratore Grundig di mio padre. Nacquero così le mie prime raccolte di musica, incise sulle mitiche audiocassette BASF.Negli anni’70 era ancora in pieno boom la moda dei 45 giri. Il mercato discografico era in forte espansione e i singoli si vendevano come il pane. Anche perché si potevano ascoltare senza bisogno del giradischi di casa, grazie al mangiadischi, il bisnonno del lettore mp3. Possiamo definirlo un juke-box monodose portatile, con l’altoparlante incorporato (mono, manco a dirlo) sulla sommità e il manico o latracolla. Era l’ideale per i momenti in cui si cercava la comodità – che regala sempre un senso di libertà – sorvolando sulla qualità. Naturalmente anche all’epoca esistevano gli impianti stereo domestici di alta fedeltà, ma i costi decisamente elevati ne permettevano l’acquisto soltanto ai musicofili particolarmente benestanti.Perascoltare musica in automobile, a cavallo degli anni ’60 e ’70 ebbero un certo successo gli Stereo 8, nastri un po’ troppo voluminosi, ben presto soppiantati dalle più pratiche musicassette. Questo passaggio di consegne comportò anche il moltiplicarsi delle autoradio, prima fisse poi estraibili. Nei primi anni ’80, quando il fenomeno delle radio libere si era ormai affermato e l’offerta musicale radiofonica (e quindi gratuita) era vasta e qualitativamente ottima, si diffuse la moda dei Radioregistratori (i cosiddetti radioni), piccoli impianti stereo portatili che consentivano di registrare su musicassetta. I più sofisticati permettevano addirittura la duplicazione delle musicassette.Siamo a metà della storia. Arrivano i primi stipendi e inizia la “costruzione” di un impianto stereo personalizzato: piatto, piastra, amplificatore, sintonizzatore, casse, cuffie. Contemporaneamente, prende avvio la miniaturizzazione delle apparecchiature: fa la prima comparsa il walkman, lo zio del lettore mp3,grande poco meno di un libro della Sellerio, alimentato a batterie, per l’ascolto delle musicassette con le cuffiette.A fine anni’80 irrompono i compact disc,destinati a sostituire gradualmente i 33 giri in vinile (i 45 giri sonoscomparsi da tempo), e si trascinano appresso una rivoluzione tecnologica che manda rapidamente in pensione le musicassette e relega gli LP a una fetta dimercato che eufemisticamente può definirsi di nicchia. Anche se, dal punto divista qualitativo, gli esperti sono concordi nel dire che il vecchio vinile suona meglio del cd. Negli impianti stereo bisogna trovar posto al lettore cd. I modelli di autoradio conlettore di musicassette devono essere sostituiti con quelli più moderni per ascoltare il nuovo supporto digitale. Anche i “giovani” walkman devono lasciare già il posto ai lettori portatili di cd. E’ una vera rivoluzione, anchecommerciale.E siamo agli anni ’90.La tecnologia ha una brusca accelerazione. Noi che siamo seduti comodamente in poltrona ad ascoltare musica alle cuffie, veniamo schiacciati contro lo schienale come se il tempo avesse messo il turbo. Sentiamo l’impazienza della modernità che si avvita sempre più velocemente nel tentativo di mordersi la coda.La sequenza è breve ma micidiale, devastante, irreversibile, incurabile, e si avventa sulla musica senza lasciarle il tempo di difendersi: computer, internet.Un’esplosione nucleare. Tutto avviene molto in fretta e niente sarà più come prima. Con il computer si possono clonare i cd musicali. Crollano le vendite dei prodotti originali e fiorisce un mercato sotterraneo di copie fatte in casa. Identiche all’originale.E’ solo l’inizio.Internet è una prateria sconfinata. Il web permette di cercare musica senza limiti, trovando anche dischi di cui non si conosceva nemmeno l’esistenza.Si imparanonuovi termini: download, upload, mp3, masterizzazione, file sharing.Nel 1999 due ragazzi americani diffondono un software che permette a persone lontane migliaia di chilometri di scambiarsi musica restando ciascuno a casa propria: nasce cosi Napster, capostipite della condivisione di files musicali.Si sublima il concetto che internet è quella cosa che avvicina chi è lontano e allontana chi è vicino. Anche il commercio (illegale) di cd masterizzati crolla: ormai ciascuno è autonomo nella ricerca della musica preferita ed è in grado di salvare nel proprio computer gli mp3, un formato compresso (di qualità accettabile ma inferiore all’originale, ovviamente) che consente di archiviare in poco spazio grandi quantità di musica. E la scelta non manca: Napster è un immenso catalogo di 25 milioni di files musicali.L’industria discografica accusa il colpo. Vendite a picco, chiusura di stabilimenti e di rivendite, licenziamenti di personale, forti ripercussioni sugli investimenti.Seguono furibonde battaglie legali contro la pirateria e nuove forme di protezione informatica dei cd per provare a impedire la clonazione della musica. Napster viene oscurato.Ma nell’era della tecnologia portata all’eccesso per ogni mossa esistono dieci contromisure, è come svuotare il mare con un bicchiere. Tanto vale provare a legalizzare il nemico. Prima con lo stesso Napster, più recentemente con iTunes e Spotify, è possibile scaricare legalmente (a costi irrisori, quindi invitanti) dalla Rete i brani desiderati.Il delirio tecnologico è un moloch che divora se stesso: i modelli di computer dopo un anno sono già vecchi, i lettori mp3 nascono e muoiono nello spazio di pochi anni, seppelliti da iPhone e smartphone, pronipoti onnivori dei telefoni cellulari.Quanto ha influito tutto ciò sul nostro modo di avvicinarci alla musica? Parecchio.Al netto delle inevitabili generalizzazioni– perché, ad esempio, è assai probabile che i più intransigenti cultori della musica classica non abbiano modificato di molto le loro abitudini – oggi spesso la musica si consuma, non si ascolta. Si mangia, non si gusta. In auto, per strada, al supermercato, in televisione. E’ un sottofondo (la “musica passiva” di cui parla Nicola Piovani nel libro La musica è pericolosa), una carta da parati, si dimentica in fretta, come impongono i riti frenetici di una società bulimica.Un tempo, togliere un 33 giri dalla copertina, sfilarlo dalla busta interna stando attenti a non imbrattare i solchi con le dita e, infine, metterlo sul piatto, era un autentico cerimoniale, con la sua solennità. L’impianto stereo (magari arricchito dall’equalizzatore) esaltava i suoni, riempiva la stanza, dava respiro alla musica, la faceva volare. C’era più cura nei particolari: si sceglieva la puntina del piatto, le casse più adatte, le cuffie più leggere e con la resa più dinamica.Tutto era più lento, più voluminoso, più raro, più unico e, per questo, più apprezzato, assaporato con la dovuta deferenza. Adesso abbiamo tanta scelta, tanto materiale musicale virtuale in spazi fisici ridottissimi. Forse siamo più liberi. Ma spesso non sappiamo che farcene.


Mansardo


 


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