Il leudo è tornato

"Nuovo aiuto di Dio", storico leudo sestrese.
Il leudo è tornato a guardare il mare dalla riva di Sestri. Passerà qui tutto l'inverno e parte della primavera. È bello rivederlo lì in secca: albero e vela latina sembrano una meridiana e la sua ombra, intente a misurare un tempo molto particolare. È come un faro questo leudo, come un campanile visto da lontano. Quando torna a riva è il segnale: niente più frenesia dell'estate su questo lido, niente più tuffi e giochi fra le onde. Il mare riprende i suoi colori invernali, il suo  odore di vento d'altura e il leudo sonnecchia, scricchiola, freme, come un albero spogliato dal vento.

Vladimir Baranoff-Rossine, La cousine (1910)


Ritorno da un viaggio



Ieri ho camminato per Genova inseguendo la magia di un film del '49, rimasta imprigionata nei caruggi della città vecchia. Ho svoltato un angolo e me la sono trovata davanti e alé, non ho potuto scappare più. Adoro questo film, per tanti motivi: per Jean Gabin e per Isa Miranda; per le comparse che sono la gente vera di quella Genova; per il desiderio di recuperare la normalità del vivere e per identificare questa normalità nei sentimenti; per gli scorci di Genova che si mostrano dentro le sequenze: la veduta di Sant'Agostino dal campanile dell'ex convento di San Silvestro, Piazza Caricamento senza la sopraelevata, Piazza Sarzano, il caruggio del campanile di Santa Maria delle Vigne. Genova è una città perfetta per inseguire i sentimenti, per come è fatta, per l'ordine misterioso e ferreo che regola la disposizione dei suoi caruggi. Ieri ci sono tornata reduce da un viaggio cominciato d'estate, cinque anni fa, con un carcinoma. Un viaggio in cui ho spesso perso l'orientamento, e andando per quelle vie strette, cercando fra le case che quasi si toccano ferite di luce e punti di riferimento, mi è sembrato che tutto quello che ho vissuto in questi cinque anni stesse trovando un posto. Non avevo bisogno di un bilancio, ma di un luogo sicuro dove lasciare tutto quello che ho attraversato senza capire. Genova è una città così. Forse perché dopo averla conosciuta uno si rende conto di averne compreso solo una parte, piccola o grande, ma solo una parte. Però non ci si sente frustrati per questo, né si è disorientati, come se la città vecchia fosse capace di parlare a questo umano stato d'animo. Così una certa parte di quel mio viaggio l'ho lasciata lì. Potrò cercarla ogni volta che torno, Genova nasconde ma non ruba. Potrò scoprire se voglio cercarla ancora, o non accorgermi neppure che l'avrò dimenticata. In ogni caso so fin da ora che non l'avrò persa.






Immagini dal film "Le mura di Malapaga" di René Clément, 1949


"Dans le bleu"

Amélie Beaury-Saurel, Dans le bleu (1894) - Musée des Augustins, Toulouse FR

Tilicche a colazione

Tilicche di Ozieri - Photo Le Vie della Sardegna


Lo scorso weekend tilicche, copulette, papassini, amaretti, aranzadas hanno attraversato il mare e sono arrivati da me. Se si potesse definire davvero il sapore della meraviglia, per me sarebbe quello dei dolci sardi: la meraviglia dei loro sapori, ma soprattutto quella che provo al sentire la nostalgia per la Sardegna prendermi il cuore. Così lo scorso weekend ho assaporato dolci sardi davanti al mio mare, con le spiagge grigie, gli scogli a strapiombo e le agavi affacciate dalle poesie di Montale. Ho lasciato che il sapore della mandorla, della sapa, del miele si sciogliessero nel canto dolcissimo che ormai conosco bene e ho pensato all'Isola di là dal mare, oltre il mio orizzonte, come fosse l'altra riva di casa mia. Il nostro dialogo sta cambiando insieme al tempo. Le orecchie si sono riabituate al silenzio e adesso posso già sentire parole che nemmeno avrei potuto immaginare. Abbiamo un dialogo d'amore, l'Isola ed io, una conversazione "d'amorosi sensi". Io la penso, e Lei si lascia guardare; io la cerco, e Lei mi indica dove approdare. Amo questa terra che non è mia, forse proprio per questo, perché non è e non sarà mai mia, eppure desiderarla è la cosa più concreta che ho potuto toccare con mano fino a qui. Amo quest'Isola che danza in cerchio con i suoi colori, i profumi, i sapori, i suoni. Balla in tondo ma intanto mi rivolge sorrisi e mi parla. Ed è paziente, come una madre. Sa che io sono ligure, sa che potrebbe volermici una vita per fare un piccolo passo, una vita intera per danzare un meraviglioso istante insieme a Lei.

Due mari


Due metà di pane carasau accostate su di un piatto, spinacino e pomodoro fresco, olive no perché ho dimenticato di comprarle. Mi piace questo pane sardo, perché è essenziale, apparentemente povero ma capace di inventare sapori di indescrivibile ricercatezza. È come la sua Isola. Nel Sinis, a due passi dalle rovine di Tharros, tempo fa le zanzare hanno banchettato con le mie caviglie, pure quello che mi è rimasto di quel pomeriggio è tutto il resto: il vento, i fiori, la torre, la città di Tharros, così viva che più che in rovina sembra in costruzione. Mi piace il vento sardo. Mi piace come tira da quelle parti. Quando questa foto è stata scattata ero impegnata a farmi attraversare, a farmi ripulire da questo vento come un ippopotamo da un uccello. Stavo lì, con l'anima spalancata e non guardavo con troppa attenzione. Ma da quella mia posizione avrei potuto scendere e scegliere verso quale mare andare, se quello calmo in cui si specchia Tharros, o quello mosso sull'altro versante della penisola. Due mari, ben due mari in uno sguardo solo. A Sestri c'è da tantissimi anni un albergo, posto proprio dove comincia la salita ripida della penisola, che mostra sul tetto un cartello con su scritto a grosse lettere DUE MARI. Il mare però è uno solo, anche se bagna due spiagge, due versanti della piccola penisola di Sestri, è tutto calmo una volta, e tutto mosso un'altra volta. È un'illusione di due mari, anche se a me pare più appropriato dire che è una scopiazzatura piena di ingenuità. Il golfo qui dove vivo copia continuamente la Sardegna, anche adesso che i gozzi non partono più per Porto Torres o Carloforte. È rimasta una specie di impronta fragilissima, fatta di sabbia, della bellezza sarda di là dal mare. A volte, quando sono sull'Isola, penso di non essere nata ligure per caso.

25 Aprile

Casone di Stecca, pendici del Ramaceto

Il Ramaceto è già Appennino Ligure. È un signor monte. È così alto che lo posso guardare perfino dalla spiaggia dove passo l'estate. È un'onda di roccia e la neve ogni inverno copre la sua cresta come spuma. Sul versante opposto è tutto verde e fitto di boschi ma verso il mare è brullo e sassoso, è come un fondale marino risalito su in alto a guardare la costa con immobile nostalgia. Da qualche anno vado lassù ad aspettare il 25 Aprile, anche se non posso spostarmi ci vado col pensiero, arrivo a piedi lungo la strada fino al casone di Stecca e aspetto. C'è un silenzio vivo, tremante e l'aria dolce che soffia tra i fili d'erba e lo sguardo può arrivare senza alcuno sforzo fino al mare. C'è un cartello che dice pericolo attraversamento mucche e si può stare lì per un giorno intero senza incontrare nessuno. Non posso immaginare un altro posto capace di contenere tutto ciò che è stata ed è la Resistenza. Qui invece è perfetto: per Bisagno che salì su da Chiavari con gli altri, certo, per il coraggio pagato a carissimo prezzo da quelli giù in valle, ma anche per il cielo, i prati, il silenzio che sono una eterna celebrazione dei valori altissimi, dei semi di civiltà e democrazia, della vita data per fermare la morte. Da qui, dalle finestre di questo casone, si vede lontano, molto lontano, oltre i grappoli di case della valle, oltre i monti del preappennino, oltre l'esigua fascia di balneare frenesia addossata alla rena. Si vede che la terra è terra e il mare è mare. La retorica svanisce come nebbia da questo posto, così come l'inganno dalle parole.

Finestre aperte



Ogni tanto devo tornarci su questi sentieri, altrimenti rischio di non ricordare da dove viene la mia visione del mondo. È facile dimenticarlo se non si vive alla sua reale altezza, se si vive a livello del mare, anche se uno se la tiene stretta. Credo che la diffidenza propria dei liguri come me venga da questo, dal fatto che ogni passo che facciamo in pianura è pensato come se fosse appoggiato con ostinazione al dirupo che precipita nel mare: il terreno si sbriciola sotto le nostre suole anche in pianura, anche sull'erba di un parco, o sull'asfalto. Anche una certa nostra immobilità, che ha portato nei secoli intere generazioni a ritirarsi nelle valli dell'entroterra, dipende da questa visione. Non perché spiccare il volo ci spaventi, tutt'altro. È che impieghiamo moltissimo tempo a scandagliare il paesaggio che abbiamo di fronte, fino a delimitare tutte le sfumature di azzurro, fino a tracciare tutti i contorni di terra acqua e cielo. È una vista che ci incanta e ci tiene lì, sospesi, riluttanti ad abbandonare il tepore confortevole di tutta questa bellezza. Sulla linea di questo orizzonte ci sta tutto: il passato, il futuro, le terre del sogno, le avventure. Il mare non è più una distanza, visto da qui, ma una via di comunicazione che si può percorrere a piedi, seguendo l'azzurrino delle correnti come fossero piste carovaniere. Affacciata a questa visione, due giorni fa ho provato una specie di gioia al pensiero che la Sardegna da questo cornicione di terra non si veda. Mi sono resa conto di tutti i modi in più che ho di guardarla, proprio grazie a questa sua invisibilità. D'inverno non saliamo mai sul davanzale di terra di questo golfo. Aspettiamo l'arrivo della primavera, come si aspetta di vedere nuovamente aperte le finestre di una casa silenziosa. Forse quassù d'inverno potremmo perfino avere paura di tutto questo spazio infinito. O forse potremmo scoprire un confine troppo lontano e ritirarci indietro oltre questi monti e dimenticare il mare.

Aspettando il Giro


L'arrivo della primavera per me coincide sempre con il ritorno della bicicletta nelle mie giornate. Riprendono i lunghi "giri" fino al porto di Sestri e anche le gare ciclistiche trasmesse in tv. Fra poco partirà di nuovo il Giro e come ogni anno lo sto già aspettando. Ieri ho cercato questa foto in rete, apparentemente senza un motivo, e poi osservandola mi sono resa conto che in realtà ne avevo bisogno per esprimere un sentimento particolare, il modo in cui aspetto l'arrivo del Giro. Le bici, le strade, l'attrezzatura sportiva, i materiali, tutto è estremamente colorato e tecnologico, ma il Giro per me è sempre quello che si vede in questa foto ed è questo che aspetto, che evoco ogni anno in questo periodo, come una divinità protettrice dei ciclisti vecchio stile come me. E la divinità, spirito antico del Giro, arriva puntualmente senza farsi desiderare. Sarà lì accanto per tutto il tempo della Corsa, dalla partenza all'arrivo, tappa dopo tappa, silenziosa come un significato nascosto, struggente come una promessa mantenuta.

Dall' alto


Gustave Caillebotte, Canoë sur la rivière, Yerres (1878)
A volte mi diverto a rileggere i vecchi post, scegliendo fra quelli suggeriti dalle visualizzazioni del giorno. Quanti bei ricordi sono conservati qui... Una realtà virtuale che grazie alla sincerità di tante persone è stata preziosa quanto quella concreta e mi è stata di aiuto e spesso mi ha consolato davvero. Raramente ritrovo qualche post in cui appare il segno del tempo che ho perduto, allora non mi lascio assalire dallo sconforto, o dalla delusione, ma ripulisco le tracce di quel tempo sospeso e nullo, davvero inutile, e vado oltre. È stato importante questo blog per me, per questo getto via i rifiuti che si sono nascosti in qualche angolo. Non ho scritto quasi niente di quello che ho vissuto negli ultimi anni, eppure rileggendo è tutto qui, tutto il bene e tutto il male, separati in modo così netto che posso vedere chiaramente il loro andare e venire.



In tempo

Gladys Cooper, The Twilight Zone: Night Call (1964)
Non ho attivato l'accesso a internet tramite telefonino, uso lo smartphone come un telefono di casa, ma proprio uno di quelli fissi al muro, e questo sta cominciando a produrre certe conseguenze. Il fatto è che la maggior parte, per non dire la totalità, delle persone che incontro non prende neppure in considerazione l'ipotesi che ci sia chi non viaggia con il telefonino addosso sempre connesso alla rete. L'altro giorno, ad esempio, mia figlia ha dovuto rientrare da scuola causa una leggera febbre e la segreteria della scuola mi ha telefonato. Avevo il telefono in soggiorno, come quasi sempre, ed ero in tutt'altra parte della casa, così non sono riuscita a raggiungerlo in tempo e a rispondere. Ho immediatamente richiamato e ho percepito chiaramente il disappunto della persona all'altro capo, come se stesse pensando: cosa stavi facendo di così importante da non rispondere a una chiamata della scuola? Quasi volevo dirlo che non avevo risposto perché il telefono era in un'altra parte della casa, ma ho temuto di non essere creduta e ho lasciato perdere. Quanto tempo ci è voluto per dare forma a questa convenzione?...due, tre anni al massimo e le persone come me, molte o poche che siano, sono uscite dall'immaginario collettivo. Faccio parte, felicemente, di una minoranza. Omologarmi al comportamento che ci si aspetta da un possessore di smartphone non sarebbe difficile, ma dovrei rinunciare al tempo, al mio tempo, e alla solitudine buona, quella che ti permette di riposare. Non ci penso proprio. Sono una donna del Novecento e non saprei in quale altro modo muovermi in questo mondo confuso ed emotivamente instabile se non con i tempi e i modi del mio secolo. Oltretutto vivere questo presente con gli strumenti un po' arretrati e rozzi del mio passato di appartenenza è un'avventura piacevole, a volte ho la sensazione di provare quello che probabilmente provano le api, le farfalle, i bombi, quando ronzano o svolazzano attorno a una corolla per un giorno intero come fosse l'evento più importante del mondo e intanto, intorno, nessuno se ne accorge.