mercoledì 3 agosto 2016

Scrivo di Sardegna

Scrivo di Sardegna, poco in rete, molto sulla carta. Ormai la mia scrittura si rivolge solo a lei, come se fosse questo l'unico modo per noi due di parlare. Non la conosco ancora abbastanza, non so quasi nulla di lei, anche se lei, per tutto il nostro tempo fino qui, si è lasciata guardare e toccare, accogliendomi in cento modi diversi. Inspiegabilmente lei, al contrario, sa tutto di me. Soprattutto sa come dirmi le cose che aspetto, svelandomele a poco a poco, come se capisse che cinquant'anni non sono un tempo troppo lungo, sono il tempo che mi ci è voluto per arrivare. Sa come mi entusiasmo facilmente, come scoppia dentro di me la malinconia e non ne ha paura. Sa che lascio il sentiero per avvicinarmi a un sasso, o per seguire un richiamo che per chiunque altro sarebbe inesistente, e mi invita a perdermi, o modula paziente cento volte quel richiamo, così che io non smetta di ascoltarlo. La gente che sta sulla sua terra è tanta e varia, non saprei descriverla, ma so che molti sono parte di lei, sono come alberi nati da una sola grande radice in mezzo al mare, e il sale che la intride percorre le innumerevoli diramazioni come una linfa e arriva sulla terra e la spacca, e fa dolorosi i monti e pena la danza, che non è mai solo allegria. Forse è per questo che parliamo, perché in lei c'è una bellezza sofferente e sofferta, un chiaroscuro di ombre nel sole; io so che lei comprende la profonda tristezza della mia felicità.


corra de screu


lunedì 4 luglio 2016

Saccargia

Poi prendi per Saccargia, e a mano a mano che ti avvicini vedi il campanile della Santissima Trinità sorgere dalla collina come un sole. Stare al suo cospetto è qualcosa di straordinario, è come stare davanti al tempo trascorso e vederlo tutto insieme, vedere la sua solennità. C'è qualcosa di estremamente umile nella grandezza della Sardegna. È il suo modo di offrirsi allo sguardo, all'anima inquieta. È il suo rimanere ferma, paziente, ad aspettare gli uomini. La porta della Basilica era chiusa quel giorno, l'affresco più antico della Sardegna è rimasto nella penombra del vento e non si è fatto vedere, incantando così la mia anima in un dialogo di attesa struggente. Poi c'è questo film di Monicelli, Proibito, e questa scena di sessantadue anni fa: un arrivo quieto e rispettoso e Mel Ferrer che sospinge la porta e schiude la penombra e l'affresco, paziente e fermo al suo posto. Saccargia è ancora così. Solo l'asfalto a segnare il tempo passato. All'interno, i restauri hanno restituito vigore ai colori e solennità, il restauro è un importante atto d'amore. Io però spero di poter oltrepassare la porta in penombra, per sorprendere i secoli, la storia, per toccarla un istante, anche la storia che Monicelli trasse dal romanzo di Grazia Deledda, la voce che Nazzari diede a Costantino Corraine, il luccichio dei bottoni d'argento del costume di Ittiri, indossato con grazia dalla bellissima Lea Massari...

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lunedì 11 aprile 2016

Maigret e la signora Maigret





Da qualche tempo mi godo la compagnia di Maigret, nell'interpretazione magistrale del grande Gino Cervi. È un personaggio molto legato alla mia infanzia, e forse è stato proprio un momento di nostalgia a spingermi a rivedere gli episodi di quella lunga serie, ma ora mi piace stare in sua compagnia soprattutto per l'altissima qualità della messa in scena. E per Andreina Pagnani, la signora Maigret. Le scene d'interno in casa del commissario, le colazioni, le cene, i piatti coperti in attesa del ritorno, le telefonate in piena notte, sono tutte illuminate dalla bellezza di questa donna, che è moglie solo convenzionalmente, ma è soprattutto compagna di viaggio. Mi piace la signora Maigret. Mi piace come Andreina Pagnani la fa parlare, come la fa entrare e uscire dalle stanze, sempre attenta, premurosa, anche quando totalmente in disaccordo con Maigret. Gli occhi magnifici di questa grande attrice sanno rendere la devozione, la dedizione. Una delle scene in cui questa è più visibile è quella in cui Maigret esce di casa per andare al lavoro: la signora Maigret spazzola per bene il paltò, controlla ogni dettaglio con i suoi grandi occhi avvolgenti, poi guarda Maigret come se vedesse tutta la fatica e le difficoltà cui il marito sta per andare incontro e, piegando lievemente la testa di lato, dice sorridendo :- Buona giornata Maigret - Non si tratta semplicemente del saluto affettuoso di una moglie devota. A me sembra ci sia qualcosa di più. Così sono andata a cercare qualche informazione sulla vita di questa splendida attrice, ed ho scoperto il legame professionale, artistico che Andreina Pagnani aveva con Gino Cervi, un legame durato praticamente per tutta la sua carriera. Ho immaginato l'intensità con cui questi due grandi attori hanno condiviso le scene teatrali, i successi, ho immaginato la loro complicità, quella rara, ricercata, di chi sa di poter contare sull'altro mentre recita la propria parte. Spesso, nel corso di una scena, è possibile vedere nell'impeccabile scambio di battute l'intesa profonda fra i due attori e questa intesa, questa fiducia assoluta nel vivere quella scena è così forte, così grande da traboccare e confluire nel dialogo fra i due personaggi. Si può percepire la stima reciproca che devono aver provato Cervi e la Pagnani, il rispetto, il divertimento nel condurre i personaggi lungo la vicenda, ed è la stessa stima che traspare dalle attenzioni della signora Maigret, o del commissario, quando le affida un compito troppo umile per la sua regalità; ed è lo stesso divertimento con cui entrambi ridono o si scambiano piccole provocazioni affettuose, come quando Maigret si rivolge alla moglie chiamandola Louise e lei si meraviglia, con occhi grandi da bambina, ma solo per un istante, poi ironizza e chiede conto di quell'inconsueto modo di essere chiamata e Maigret, intenerito forse più dall'intelligenza di quell'ironia che dalla circostanza, risponde :- Scusami cara, hai ragione, ma sai...mi sono emozionato. 

domenica 24 gennaio 2016

Isola di Sardegna 2

In questi giorni un grande attore napoletano, Toni Servillo, sta leggendo per Radio 3 Rai il romanzo di Salvatore Satta Il giorno del giudizio. È una lettura preziosa, non solo per la splendida voce che la esegue come una partitura. È preziosa perché Sardegna letta da una voce forestiera. Servillo è un attore grandissimo, capace di dare vita alle parole, di farle vibrare. Nella nota in calce alla lettura si dice sia stato lui  stesso a proporre questo romanzo ai curatori del programma Ad alta voce  e si fa cenno al suo interesse personale per i luoghi del romanzo. Servillo dà voce a parole sarde, scritte in italiano ma concepite da una mente sarda, da un intelletto sardo, intriso di sardità, parte del continente Sardegna. Satta scrive il romanzo fuori dai confini della sua isola; un appunto scritto a mano in cima alla prima pagina del manoscritto recita: Fregene - 25 luglio 1970, ore 18. Sono convinta che uscire dai confini di un continente come la Sardegna sia fondamentale, per poterne parlare, per poterla guardare tutta insieme, anche solo un paese, una bidda, anche solo una strada di città murata. Si deve uscire per parlarne, se si è sardi. Non so dire perché, non essendo io sarda. Credo invece di poter dire il mio possibile perché riguardo l'importanza di essere di fuori, forestieri, nel dare voce a un romanzo sardo. Ascoltare Servillo è una specie di conferma alla mia idea di perché. Servillo non usa alcun codice riconoscibile, identificabile come sardo. Non pronuncia nemmeno correttamente il nome di quella che sembra essere la città identitaria di questo romanzo: Nùoro, che lui pronuncia Nuòro, all'italiana. Nel corso della lettura poi, la sua altissima professionalità, il suo talento di attore, di regista di parole, vengono messi a dura prova dalla costruzione dei periodi, molto sarda, un alternarsi di sintesi e descrizione fitta, indicibilmente armonico e bello. Servillo riesce a sostenere questo carico, a riempire la voce di così tante suggestioni e aperture, senza che il senso della scrittura di Satta se ne esca via; e riesce a leggere senza perdere la propria identità, lasciando anzi innumerevoli sonorità partenopee a colorare contrappunti, pause, precisazioni, definizioni. Questo dà vita a una sonorità particolarissima, fatta di rispetto per la parola letta e di temperamento del lettore, ma anche di quella cosa così importante in ogni relazione intellettuale, così necessaria, così q.b. come il sale: l'ignoranza. Nella lettura di Servillo si può sentire a tratti l'incertezza della non conoscenza. Può essere il significato di certe parole in sardo logudorese, o di un cognome, non importa: già nelle prime pagine si sente che Servillo non conosce interamente ciò di cui sta leggendo, e che non basta avere talento ed essere italiani per leggere nel modo giusto pagine italiane pensate in sardo, che parlano di sardità. Tuttavia è proprio qui, in questa mancanza, che sta l'importanza della lettura di Servillo. Perché in essa è possibile ascoltare, verificare una possibile ragione per cui da fuori si guarda alla cultura sarda con approssimazione: la vastità. La Sardegna è un'isola capace di contenere la cultura ricca e multiforme di un continente, ed è questa, la sua vastità, che da fuori non è possibile cogliere in un unico sguardo. Non si può conoscere, tenere a mente, ricordare ogni aspetto, ogni dettaglio della sua storia, della sua biodiversità; qualcosa sfugge a noi che stiamo oltre il suo mare, qualcosa ci manca e credo sia questo a portarci lì, a chiamare molti di noi lì, su quella terra emersa di grande bellezza.


Il giorno del giudizio di Salvatore Satta letto da Toni Servillo, 1


Isola di Sardegna

Fino a non molto tempo fa, se mi avessero chiesto di interpretare il nome Sardegna, avrei cercato di descrivere un'isola, perché così la vedevo: una grande isola, contenitore naturale di innumerevoli meraviglie che non ho mai visto, o almeno non ancora. È facile pensarla così, immaginarla così. Un'isola è un concetto semplice. Quando poi, come la Sardegna, l'isola contiene una cultura ancora viva, lingua che non ha ancora deciso di arrendersi, tradizioni, colori, questo concetto è ancora più semplice. Eppure noto da sempre, da quasi tutti i cinquant'anni che ho vissuto fin qui, che moltissime persone, che come me vivono fuori dai suoi confini, le si accostano con notevole pressapochismo. Lo vedo negli articoli dei quotidiani nazionali, nei servizi giornalistici in tv, nelle ambientazioni di certi film (emblematico "Una piccola impresa meridionale" di Papaleo, che dipinge una dorata Puglia con i colori inconfondibili del Sinis), nell'idea di Sardegna come paradiso balneare tout court. Mi chiedevo il perché di questo, di questa visione approssimativa, anche prima di accostarmi alla sua terra. E non capivo. Perché l'identità sarda, le tradizioni, almeno quelle che hanno oltrepassato il mare e sono approdate in continente, sono così forti e definite, accentate, come la sintassi sarda, che mi è sempre parso impossibile non averne una visone netta, indimenticabile proprio in virtù della sua limpidezza. Poi, finalmente, è toccato a me oltrepassare, amzi sorvolare, il mare. Vedere un vasto tratto del suo territorio sorvolando la sua parte nord occidentale e poi atterrare e camminare a fatica di gambe, a misura di passi, su un piccolissimo fazzoletto di quel territorio, mi ha permesso di capire che il concetto di isola è troppo piccolo per identificare, memorizzare, indicare convenzionalmente, geograficamente, culturalmente la Sardegna. La Sardegna non è un'isola, è un continente.

Immagine da Internet