giovedì 6 febbraio 2014

Uno. Numero, numero uno, onde alla cala di sotto. Piccole.

 


Alla Scuola Elementare, secoli fa oppure ieri, non saprei, ricevevo sempre molti complimenti dalla mia maestra, per come sapevo recitare la poesia che avevamo il compito di imparare a memoria. Bellissima consuetudine e motivo di notevole orgoglio per me e devo dire di ammirazione sincera da parte dei miei compagni. La maestra ci spiegava che dovevamo sforzarci di non fare dei versi poetici una cantilena, ma capirne il significato, quello che intendeva dire il Poeta, per esprimere nel modo migliore il senso del testo. Tutti noi alunni ci impegnavamo moltissimo: c'era chi si fermava ad ogni cambio di riga, per far capire che sapeva che lì c'era una pausa; chi non distoglieva lo sguardo dal viso sorridente e incoraggiante della maestra, come fosse stato la pagina del libro di lettura; chi cercava addirittura di correggere con particolare attenzione la zeta sibilante dialettale, abituata ormai ad uscire dalle labbra musicale e libera e nel tentativo di nobilitarla conferiva alla parola un suono sferzante e duro, così innaturale da scatenare risate irrefrenabili da parte del pubblico fin troppo partecipe. Tutti quanti, però, finivamo sempre con l'ondeggiare lievemente al suono della nostra recitazione ed era quello il momento in cui la mente viaggiava da sola fra i versi del testo e correva felice fino alla fine, fino all'ultima riga. Allora non capivo, nessuno seppe spiegarci, che in realtà la migliore recitazione non era la mia. I miei compagni, più colti di me, non costretti entro la sintassi e la pronuncia priva di inflessioni dialettali che mia madre si era impegnata così tanto ad insegnarmi insieme al modo di tenere in mano il cucchiaio, capivano per affinamento culturale nelle loro radici, per naturale inclinazione del parlare popolare, che la Poesia era prima di tutto Musica e dopo i primi versi impeccabilmente detti con la risolutezza necessaria, cedevano al loro talento di assidui ascoltatori dei ritmi musicali del mondo, metrica infallibile, incontestabile, libera, e concludevano la recitazione del testo danzando in parole e gesti. Ho capito questo moltissimo tempo dopo: ascoltando la poesia popolare, la canzone popolare, i dialetti e le lingue ridotte a tale ruolo linguistico e mi sono resa conto di essere partita per il mio viaggio senza questa parte di ricchezza. Poi è arrivato questo film e Troisi, senza il quale nessun istante di questa storia sarebbe stato uguale, altrettanto potente. Questo momento del film è una vera lezione di Poesia. Insegna che i suoni intorno a noi non solo sono fatti di note, ma sono spartiti veri e propri, riscritti senza posa e che le parole che li descrivono hanno la capacità di esserne strumento o solo annuncio. Insegna che la Poesia necessita di un suo proprio svezzamento, un periodo in cui si impari a metterla in bocca a pezzetti piccoli, sconnessi, staccati dal testo, per impararne il sapore, per capire come masticarla e migliorarsi ogni volta fino ad essere capaci di farne sostentamento. Quante definizioni si possono dare della Poesia...cibo, musica, scienza perfetta, anarchia possibile, canto universale, voce dell'anima, silenzio e suono insieme, sguardo sul mondo, desiderio, denuncia, dialogo... 



6 commenti:

chicchina ha detto...

ciao,arrivo a te tramite Costantino,che ho avuto anche la fortuna di conoscere personalmente e che sa dare bene l'idea di cosa dovrebbe o potrebbe essere la rete,luogo di scambi e ci confronti. Qui mi colpisce la descrizione,colta ed intrigante che fai della poesia,vero è musica ritmo come la poesia del creato che cerchiamo di trasformare in parole, in versi.
Interessante anche il post che prende spunto dal commento di Costantino.negli anni settanta,provenendo da un piccolo paese del sud,ed affamata di bellezza e conoscenza,lasciavo Milano in treno per visitare le città più vicine,mentendo in famiglia.Giravo da sola,una guida ed una tracolla e tutto mi incantava.Parma mi ha letteralmente rapita,il Battistero più e prima che il duomo.Ho continuato fin quando ho potuto,ma ora credo che vedrei tanti steccati,tanti ponti ,tanti fossati in più,e mi limito a ricercare e soddisfare tante curiosità attraverso la rete.
E' stato un piacere conoscerti attraverso i tuoi post e spero di tornarci ancora.Ciao Red

red ha detto...

Ciao Chicchina, che bello questo ricordo dei tuoi viaggi, del tuo modo di viaggiare, sembra un piccolo acquerello! Grazie per averlo lasciato qui, mi fa molto piacere: le visioni dei viaggiatori non sono mai le stesse, anche davanti allo stesso panorama. Spero anch'io che ripasserai. Un caro saluto!

Patzy ha detto...

Wow! Complimenti, Red! In verità, io che sono sempre di aggiungere commenti ai tuoi post, direi che se aggiungo qualcosa a questo...sarebbe un atto "criminale"! Ha!... Anche, hai usato per illustrare un frammento di uno dei film che mi ha toccato di più nella mia vita, e che ancora mi fa piangere d´emozione ogni volta che lo vedo. Massimo Troisi, indimenticabile! Grazie per l'articolo ! Un abbraccio.

Elio ha detto...

Tutti noi siamo passati prima o dopo per una recita scolastica, ma il tuo racconto ci ricorda il fatto. Inutile dire che nel film "Il postino", Troisi ha dato, secondo me, il meglio di sè stesso, superando tutti gli altri attori, compreso Philippe Noiret che pure ammiro.
Un aneddoto: tra i 9 e 11 anni ho passato un anno scolastico a Roma e, il giorno di San Giuseppe, io, veneziano, sono stato scelto per dire una poesia in romanesco davanti il preside.
Buonanotte.

Soffio ha detto...

leggo sempre con grande piacere e cerco di far scendere giù

Afrodite ha detto...

Che belle parole ...
Sembrano una poesia che sta per nascere e diventare , da semplice pensiero a disposizione di uno solo , una foresta , un ruscello , un prato o addirittura un mondo accessibile a tutti .
Complimenti .