sabato 29 dicembre 2012

" Turned my world to black...all that I am...all that I will be "




Nero

Tele senza disegni e fogli di argilla ancora intatti
Sono stati sparsi davanti a me
Adagiati come una volta il suo corpo
Tutto il mio mondo ha ruotato attorno a lei
Come la terra ruota attorno al sole
Ma ora, l'aria che da sempre ho assaporato e respirato
È diventata diversa.

Lei era in ognuno dei miei pensieri, era ovunque
Mi aveva fatto dono di tutta se stessa
Ma ora le mie mani disperate
Imprecano nel rimpianto di ciò che è stato
Ogni ricordo è stato annerito
Ogni cosa è stata macchiata.

Esco a camminare
Dei bambini che giocano mi circondano
Riesco a sentire le loro risate allegre
Ma perché io mi spengo e appassisco?
Tanti pensieri confusi mi ruotano nella testa
Vacillo, sto per cadere
Quanto velocemente può tramontare il sole?

Le mie mani disperate
Accarezzano i cocci di ciò che è stato
Ogni ricordo è stato annerito
Ogni cosa è stata macchiata.

Tutto l'amore è andato in rovina
Straziando la mia vita
Macchiando tutto ciò che vedo
Tutto ciò che sono, tutto ciò che sarò.

So che un giorno tu avrai una vita splendida,
Sento che sarai la stella nel cielo di qualcuno
Ma perché quel cielo non può essere il mio?

CoB

La splendida traduzione del testo dei Pearl Jam è di CoB, che ringrazio per avermi concesso il piacere e l'onore di pubblicarla.


Black

Sheets of empty canvas
Untouched sheets of clay
Were laid spread out before me
As her body once did
All five horizons
Revolved around her soul
As the earth to the sun
Now the air I tasted and breathed
Has taken a turn
Ooh, and all I taught her was, everything
Ooh, I know she gave me all, that she wore
And now my bitter hands
Chafe beneath the clouds
Of what was everything
Oh, the pictures have
All been washed in black
Tattooed everything

I take a walk outside
I'm surrounded by
Some kids at play
I can feel their laughter
So why do I sear
Oh, and twisted thoughts that spin
Round my head
I'm spinning
Oh, I'm spinning
How quick the sun can, drop away...
And now my bitter hands
Cradle broken glass
Of what was everything
All the pictures had
All been washed in black
Tattooed everything
All the love gone bad
Turned my world to black
Tattooed all I see
All that I am
All that I will be

I know someday you'll have a beautiful life
I know you'll be a star
In somebody else's sky
But why can't it be mine

Pearl Jam

domenica 23 dicembre 2012

Natale di pace



Quando abitavamo nella casa davanti al cielo, Natale era diverso. Ci accorgevamo del suo arrivo perché intorno alla casa regnava un silenzio pressoché assoluto, interrotto soltanto dal passaggio di qualche auto e dal suono delle campane di San Fermo. L'aria si faceva pungente, profumata dalla neve che imbiancava le cime sull'orizzonte, avanzando un po' per giorno come un'onda di marea crescente, fino a raggiungere la casa. Accadeva di notte, quasi fosse un accordo segreto stipulato all' insaputa degli uomini e dei pochi animali rimasti a vegliare l'inverno. Al mattino il silenzio era assordante: non era necessario aprire le persiane per capire che la neve aveva ricoperto ogni cosa. Abitare lassù ci insegnava ad ascoltare la terra, a vedere i molteplici segni del passaggio delle stagioni, le molte sciagure che affliggono le piccole creature, invisibili ormai nelle piazze affollate di auto. Poco prima di Natale le api, che abitavano un piccolo alveare al confine del bosco, atterravano faticosamente sulle piane di ardesia delle finestre a sud, ancora tiepide per i brevi raggi del sole. Avevano le ali atrofizzate dal freddo e riuscivano a muoverle ancora un po', a contatto con l'ardesia, prima di lasciarsi andare ad un sonno fatale. Avevamo imparato che quello era il segno per noi più evidente dell'arrivo dell'inverno, così prendevamo delicatamente le api, le portavamo in casa e le lasciavamo cadere dolcemente su un piccolo letto di zucchero: il tepore della casa le svegliava quasi sempre in tempo, prima che fossero costrette a partire per l'ultimo volo. Le guardavamo mangiare avidamente lo zucchero e poi, se era ancora primo pomeriggio, le riportavamo sul davanzale, da cui ripartivano senza fretta. Stavamo chine su quel fazzoletto di zucchero, senza alcun timore, così vicine da poter vedere i loro occhi, le nervature delle ali, le zampette. Una volta ne accogliemmo due contemporaneamente: una si riprese subito e cominciò a mangiare lo zucchero, ma l'altra era troppo infreddolita, aveva sofferto troppo e non riusciva più a muoversi. Vedemmo la prima appoggiare le piccole zampe sulla testolina della compagna, ormai quasi immobile, e scuoterla, continuando a mangiare, come per incoraggiarla. Le guardavamo in silenzio e capivamo ogni movimento, ogni intenzione nel loro dialogo silenzioso. Anche Natale era silenzio. Era fermarsi, non correre più, come facevano gli animali del bosco, gli insetti, le più piccole creature. La pace era ovunque intorno, nessuno era più costretto a lottare per vivere. Ci penso, ad ogni Natale, a quella pace assoluta e tangibile. Ci penso e mi chiedo se saremo mai capaci noi, altri animali, di fermarci nel silenzio di una pace come quella, con l'unico pensiero dell'attesa di una nuova primavera. Ora abito altrove. Non sono così distante dal mio piccolo paradiso, eppure è lontano, quasi immaginario. Natale qui ha il rumore di fondo della strada e l'odore del traffico e della valle, un odore muto. Però il bosco è qui intorno, così invisibile, a chi non sia piromane, da passare del tutto inosservato. Si deve salire più in alto per sentirlo respirare, per poter capire quando arriva l'inverno dalla voce dei suoi abitanti e non dalle giacche imbottite suggerite dal calendario. Parla ancora, se si vuole ascoltarlo. Per tornare da scuola abbiamo scovato un sentiero che passa accanto ad un bosco ostinatamente aggrappato alla costa di un piccolo monticello. Qualche giorno fa una poiana è comparsa all'improvviso un po' più in alto, bellissima e inaspettata. Era a caccia, volteggiava in tondo sul suo territorio, danzando. Mia figlia parlava con le poiane, quando abitavamo lassù. Nessuno in realtà ci crede, quando lo raccontiamo, ma lo scoprimmo per via di un suo strillo capriccioso, acutissimo, quando aveva tre anni, in giardino. Da allora e finché rimanemmo lassù le poiane vennero sempre a girare sopra la casa, lanciando alti gridi al richiamo di una piccola voce divertita e micidiale. Avvenivano lunghe conversazioni lassù, oltre il tempo del letargo che faceva zittire di colpo ogni voce del bosco. Qualche giorno fa lei ha riso di gioia, nel vedere quell'uccello magnifico volteggiare in alto, poi si è fermata e ha gridato, con tutto il fiato che aveva; la poiana si è avvicinata in silenzio facendoci pensare che forse fu un sogno anche quello, anche quella conversazione di voci diverse fra i rami degli alberi. Però, quando siamo entrante nel cortile lei ha sollevato la testa come seguendo un altro richiamo, più forte: la poiana era lì, con le ali spiegate, volteggiante come una foglia nel vento sopra la nostra casa.

Buon Natale di pace a tutti.

red


Georges de La Tour Il suonatore di ghironda 
Particolare
(1650 ca.) olio su tela


mercoledì 19 dicembre 2012

Per Amore

Avevo un compagno, alle elementari, sensibile e intelligente. Era il figlio dell'unico fotografo in paese e divenne a sua volta, ed è tutt'ora, un grande fotografo. Allora, all'inizio degli anni '70, il paese in cui vivevo era davvero piccolo, distante dal mare solo un paio di chilometri, ma isolato da esso e dal resto della costa quasi si trovasse in realtà sulla cima di una montagna. Era così piccolo che certe professioni identificavano non solo il professionista ma tutta la sua famiglia, senza alcun bisogno di citarne il cognome; così c'era il Dottore, la Moglie del Dottore, il Figlio Maggiore del Dottore e i suoi fratelli; c'era il Famacista, (il cui figlio ha impiegato decenni per essere nominato col proprio nome di battesimo), la Maestra e fra gli altri appunto il Fotografo. Tutte le figure rappresentative del più alto livello culturale ed economico del paesino non avevano altro merito, in realtà, che il proprio tenore di vita, che aveva permesso loro, in tempi precedenti e ancora più oscuri, di raggiungere un titolo di studio superiore o una laurea. Il Fotografo invece aveva un nome, nel linguaggio locale, evocato sempre con affetto e gratitudine: Bruno. Non ho ricordi particolari circa la sua estrazione sociale; ricordo che aveva una bella casa, moderna e curata, ma ancora di più ricordo il suo sorriso e la semplicità e la gioia con cui scattava le sue fotografie, che poi erano le nostre, di tutti noi. La Prima Comunione allora era motivo di orgoglio e di grandi spese per onorarla e il servizio fotografico era la ciliegina sulla torta, molto più di oggi. C'era un tale digiuno di immagini che se ne sentiva davvero il bisogno. Si desiderava di fermare il tempo sulla carta lucida della fotografia e Bruno, con la sua borsa professionale e il suo sorriso di ragazzo sempre sul viso, suonava alla porta di casa, qualche giorno prima della cerimonia, atteso come un luminare nelle cui mani sia il destino di un malato grave. Lui lo sapeva e possedeva una incredibile capacità di tranquillizzare le madri, agitate e preoccupate che tutto fosse perfetto e di conseguenza i padri, succubi delle "mogliesche" ambizioni, sempre troppo ardite per quei tempi. Bruno amava la fotografia nello stesso modo in cui amava la sua famiglia: con dedizione, con gratitudine, con tutto sé stesso. Ho molti ricordi legati alla sua persona e oggi sento il desiderio di scriverne  perché un amico caro, molto simile a Bruno per indole e per passione fotografica, mi ha confessato di come sia doloroso, difficile per lui conciliare questa sua passione con la sua famiglia, con l'amore che dedica ad essa, ogni secondo della sua vita. Ho detto spesso al mio caro amico della gratitudine che provo per lui, per gli scatti magnifici, spesso commoventi, sempre pieni di talento, nel tentativo di compensare un po' la sua fatica a proseguire nel suo cammino. A volte non sappiamo di dare tanto agli altri, finchè non ce lo dicono. Però non basta, lo so. La mia gratitudine non può compensare tutte le difficoltà che possono angustiare una vita. Così mi è salito dal cuore il pensiero di Bruno. 
Bruno faceva ritratti incredibilmente belli. Era un fotografo immenso, di incommensurabile talento, un talento istintivo, che rendeva le sue fotografie veri capolavori. Bruno fotografava l'anima delle persone e quando doveva fare un servizio fotografico in esterno, intorno alla casa di una sposa o di un bambino alla Prima Comunione, lui riusciva ad inquadrare nel suo obiettivo lo spirito di chi abitava la casa, l'indole addirittura, con estremo rispetto, quasi come un poetico reportage dei sentimenti e delle ambizioni di una famiglia, di una comunità. Fotografò mi sorella e me, sulle scale ancora sbozzate in cemento della nostra casa, che mio padre aveva costruito e cui continuava a lavorare, e che mia madre abbelliva con lussureggianti fioriture di ogni colore, per ingentilirne l'aspetto grezzo, da cantiere edile: Bruno la fotografò dal basso, mettendola al centro della foto, con gli scalini sbozzati in bella vista e i fiori solo in lontananza e in cima alla scala noi due, mia sorella ed io. La nostra scala non fu mai più così sontuosa, neppure dopo le rifiniture, neppure dopo le ringhiere che arrivarono molto dopo, accolte come i fregi di un grande capolavoro. Ricordo che ogni tanto mia madre ci prendeva per mano e ci portava a casa di Bruno, per salutare sua moglie, perchè suo figlio ed io eravamo compagni di scuola, perchè Bruno era una presenza cara nella nostra comunità. Ricordo che lui ci accoglieva con un largo sorriso sincero e poi subito diceva:- Dai venite che vi faccio un ritratto! - ed era per lui come offririci il suo vino migliore e per noi come entrare nel mondo della magia. Entravamo nella sua stanzetta attrezzata, sedevamo su una sedia che allora mi sembrava davvero strana, senza schienale ma accogliente e soprattutto girevole. Poi il gioco delle luci e infine Bruno si avvicinava e con la punta delle dita, solo sfiorando il viso, cercava la posizione giusta. Parlava sottovoce, quasi con sè stesso e osservava attentamente l'effetto della luce sul profilo, con dedizione e con estrema calma. Era serissimo quando preparava un ritratto. Poi diceva :- Ecco, ora stai ferma, mi raccomando - e scattava. Poi ci faceva aspettare la stampa e tornavamo a casa con un suo capolavoro fra le mani, che intuivamo essere tale dalla semplice evidenza della bellezza che i nostri volti acquistavano, passando per il suo sguardo. Erano scatti improvvisati come le nostre visite alla sua casa. Erano la sua voglia di mostrarci, forse di insegnarci, quanta bellezza avevamo intorno e dentro. Abbiamo imparato tutti, ne sono convinta. Chi dalla sua generosità, nel mostrare ai parenti e agli amici un album prezioso, pagato molto tempo dopo o in certi casi forse non pagato affatto. Chi, come me ad esempio, dalla sua sensibilità e dalla sua consapevolezza umile di possedere un grande dono, vissuto in seno alla famiglia, in una piccola stanzetta attrezzata al piano terreno della sua casa, ma amato così tanto da permettergli di fermare sulla carta lucida la sua visione aerea di noi tutti e dei nostri cuori.


Per te e per tutti i fotografi come Bruno.


sabato 15 dicembre 2012

Il verso bello delle cose

Particolare del volto comunemente definito autoritratto del Maestro


Sempre più spesso mi ritrovo a pensare alla scrittura, alla mia. Scrivere, cos'è? Perché non posso farne a meno? È fuga o prigione? È risposta o domanda? A me sembra che scrivere sia una specie di perfezionamento dei miei sensi, della loro funzione principale. Toccare, vedere, ascoltare, assaporare, annusare la Vita. Non è quello che scrivo a darmi la percezione di questo perfezionamento, ma il fatto stesso di fermare un istante, una forma, un' idea, un nome, scrivendone. È come esrcitare un arto, allenare un' abilità. Da piccola mi innamorai perdutamente del mio nome, che avevo scritto sulla pagina di un registro riservato ai visitatori di un luogo antico. Avevo negli occhi l'effetto sorprendente di un farmaco, gocce di una sostanza misteriosa per me, che mi faceva vedere il mondo come se lo guardassi attraverso un vetro rigato dalla pioggia. Per un gioco di proporzioni e percezione, il mio nome quel giorno mi sembrò perfetto, tondo, luminoso e nobile. Mi piace pensare di aver preso in consegna la scrittura proprio in quel minuscolo e maiuscolo istante di lettere distorte fino alla bellezza. Porto con me quella visione deformata, sformata e riformata nel gesto di scrivere. Forse scrivere è questo, per me: avere negli occhi gocce misteriose, che sciolgono la forma, la sostanza, e la scompongono, perchè io possa ricomporla da me, e chiamarla bella. È l'aria di vetro di Montale, che scoprii più avanti con stupore. È scoprire il verso delle cose, partendo dalla sofferenza che procurano due occhi sfortunati: prima un dolore lieve, costante, apparentemente senza fine, poi la scoperta della propria personale visione.
E poi...


mercoledì 12 dicembre 2012

"T'amo per questo sogno ardito..."




Il vecchio castagno


Ho sfamato mezzadri e paesani,
scoiattoli e cinghiali; ai bambini
del borgo non ho chiuso i cancelli,
quando venivano a ruspolare,
raccogliendo stecchi per leggeri
  fastelli.
 
In quel capannuccio di frasche
vuoto e cadente, dove dorme
la biscia e il vento ammontina
il suo tesoro di foglie secche,
un tempo vidi sbocciare
il tuo amore, ora larva
dell’evanescente memoria.

Nel castagneto silenzioso
l’eternità tesse la sua tela,
incurante di speranze ed oblio,
ma io, il vecchio marrone,
non posso dimenticare.

So che sei poeta
e molte solitudini hai colmato,
né mirto, né ricchezze
hai guadagnato, solo baci
e carezze di leggiadre amanti,
perenne vena del solitario
  canto.

T’amo per questo sogno ardito,
quasi fratello a me medesimo,
che, schivo, l’ombra e il frutto
spando, in questo autunno mite,
e mi protendo coi ricci aperti
che t’offro in dono, in attesa
dell’inverno che mi spogli.

Infine verrà la morte, per te.
Per me, la saetta o il tagliatore.
Ci sarà un ultimo fuoco,
di fascine e di parole. Qualcuno
in futuro scaverà: il ciocco,
per fare un buon terriccio,
e dai tuoi versi, un fiore!





ALESSANDRO SCARLATTI [1660-1725]
IL GIARDINO DI ROSE: LA SANTISSIMA VERGINE DEL ROSARIO
Oratorio a cinque voci
SINFONIA per archi e basso continuo
I. Adagio II. PrestoIII. Largo e piano IV. Allegro
Accademia Bizantina
 Direzione musicale  Ottavio Dantone


lunedì 10 dicembre 2012

"En ese nombre corren navíos de madera..."



Soneto I

Matilde, nombre de planta o piedra o vino,
de lo que nace de la tierra y dura,
palabra en cuyo crecimiento amanece,
en cuyo estío estalla la luz de los limones.
En ese nombre corren navíos de madera
rodeados por enjambres de fuego azul marino,
y esas letras son el agua de un río
que desemboca en mi corazón calcinado.
Oh nombre descubierto bajo una enredadera
como la puerta de un túnel desconocido
que comunica con la fragancia del mundo!
Oh invádeme con tu boca abrasadora,
indágame, si quieres, con tus ojos nocturnos,
pero en tu nombre déjame navegar y dormir.


Pablo Neruda




Sonetto I


Matilde, nome di pianta o pietra o vino,
di ciò che nasce dalla terra e dura,
parola nel cui crescendo sorge un'alba,
nella cui estate esplode la luce dei limoni.
In quel nome corron navi di legno
circondate da sciami di fuoco blu marino,
e quelle lettere sono l'acqua di un fiume
che sbocca nel mio cuore riarso.
Oh nome scoperto sotto ad un rampicante
come la porta di un passaggio sconosciuto
che comunica con la fragranza del mondo!
Oh invadimi con la tua bocca ardente,
indagami, se vuoi, con i tuoi occhi notturni,
però nel tuo nome lasciami navigare e dormire.


Traduzione, red


Pablo Neruda, da Cien Sonetos de Amor
testo Biblioteca Digital Ciudad Seva

Francesco Hayez Ritratto di Carolina Zucchi

domenica 9 dicembre 2012

Davanti alla finestra

Evasio Montanella
"Davanti alla finestra"
olio su tavola, 1923


Pensiero d'aprile

" Eppure è bella, anima mia, la vita: non fosse che pei giorni in cui le foglie giocano a quale per la prima spunti sui rami; e tu le vedi, così tenere e trasparenti, che ti s'apron l'ali nel rimirarle..."

Ada Negri


Grazie Achab...

lunedì 3 dicembre 2012

" I poeti che s'attardano..."




Girevoli

I poeti che s’attardano

sono girevoli

in moltitudine

sono tremendi

e non si beccano

se non per togliersi

qualche pulce a vicenda.


Se l’imbrunire

li coglie ancora fuori

si trasformano

animali da luna piena

e sbranano gli annali

per qualche rigo

mendicanti un giudizio.


A volte piani

oppure sdruccioli

con il respiro dispari

anziché pari

e il rimbombo dell’eco a capo

apolidi del corpo

sostano sciolti ovunque.


Di giorno i molti segni

lasciati invisibili ai più

si fermano sul corpo

e dentro il viso

un gonfiore piatto

come un disturbo muto

che illude udibile lontano.
 

Maurizio Manzo


Immagino non sia opportuno citare un poeta per celebrarne un altro ma, se devo definire cosa è stato per me incontrare i testi di Maurizio Manzo, non posso che chiedere aiuto ad Eugenio Montale: la voce di questo poeta, infatti, " è per me un'acqua limpida / scorta per avventura tra le pietraie d'un greto ", una voce trasparente, cristallina, pura, acqua corrente sull'aridità dei tempi.

Il suo blog