Davanti a..."Guido"

Parete ovest della Sala del Mappamondo nel Palazzo Pubblico di Siena


Non era la prima volta che mi trovavo al cospetto di quel capolavoro della pittura senese trecentesca che è il "Guidoriccio da Fogliano all'assedio di Montemassi", nella sala del Mappamondo del Palazzo Pubblico di Siena. In altre circostanze avevo sostato in estasi davanti alla scena dipinta, immersa nel paesaggio anacronistico delle crete senesi, con gli accampamenti militari  simili ad incursioni cartoonistiche,  in contrasto con il contesto storico e pittorico della città. Non era la prima volta... avevo avvertito quasi da subito, grazie anche al mio erudito accompagnatore, l'innaturale collocazione del cavaliere sul limite dell'affresco, la posizione delle zampe del cavallo, impossibile nella realtà, che conferivano all'incedere dei due un sottile senso di vertigine, di imminente caduta, di irreale e quasi sovrumana movenza del vincitore. Né mi ero lasciata sorprendere dall'eleganza dei suoi abiti, identici per ricchezza e motivi ai finimenti del cavallo: avevo lasciato ogni volta quella sala pervasa dall'emozione di aver guardato una scena viva, che si perpetuava sotto i miei occhi  con indicibile realismo...
Ma quel tardo pomeriggio d'estate, quasi all'ora di chiusura, la Sala del Mappamondo era deserta; dalle finestre ampie la luce naturale della città a quell'ora, una sfumatura più intensa di "terra di Siena bruciata", scivolava sulle pareti, illuminando e quasi animando le armature dei soldati che, sulla parete opposta, si accalcavano nell'impeto delle vittorie senesi contro i fiorentini. Sul muro ad est, la Maestà di Simone Martini troneggiava in tutta la sua solennità, popolata di figurine dorate, primigenio ritratto di un popolo devoto nell'abbraccio materno della sua Maestà. Il suono dei nostri passi era l'unico rumore in grado di stabilire un contatto efficace con la realtà, con la città fuori da quel Palazzo, dove il tempo sembrava essersi fermato. Mi avvicinai come sempre all'affresco preferito, non senza accarezzare con lo sguardo le due figure di Santi ( Vittore ed Ansano) dipinti dal Sodoma, splendide nella preziosa resa dei colori. E fu proprio allora che, nel silenzio insolito di quella Sala delle Meraviglie, avvertii chiaramente la consistenza di quelle figure dipinte, il loro peso e il movimento vivo dei loro gesti, così sapientemente costruiti, il luccichio delle borchie a rilievo nei finimenti del cavallo, il suo respiro profondo e impaziente, il suono sordo dei suoi zoccoli danzanti. Fu solo un istante, un capogiro intenso , che mi costrinse a sedermi sui gradini ai piedi di una finestra...e prima che potessi decifrare le grida guerresche dei soldati senesi nel clangore delle armature, una voce amica mi riportò dolcemente alla realtà, mentre i passi frettolosi di una guida impaziente  attraversarono la Sala e come un sasso in uno stagno frantumarono la superficie liscia ed immobile del tempo. Mi riscossi a malincuore e guardai sorridendo il mio accompagnatore che nel guadagnare l'uscita non potè trattenere un risolino malizioso :-  Dov'eri poco fa?- Mi chiese sorridendo; non ricordo cosa gli risposi, la sensazione di aver sperimentato quel pomeriggio la sindrome di Stendhal non mi ha ancora del tutto abbandonata.

Commenti

Anonimo ha detto…
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

With love!
red ha detto…
Grazie mio unico ed immenso Amore, I Love Thee...