domenica 17 ottobre 2010

Festival

                         < By Florian Prischl [GFDL or CC-BY-SA-3.0-2.5-2.0-1.0], from Wikimedia Commons


Pesaro, fine agosto, Piazza Lazzarini, tardo pomeriggio. E' l'ora dell'aperitivo ed i locali di cui è disseminata la piazza sono gremiti da una folla sommessa e colorata di turisti e melomani: sono giorni di Festival, Gioachino impera... sornione. Il dolce tintinnio dei bicchieri si alterna al brusio di voci multicolori, echi d'Europa, sguardi d'Oriente, culture differenti accorse solerti al richiamo del Maestro, imprigionate per una settimana intera nelle trame d'amori contrastati, tutori gabbati, principesse greche e barbieri sivigliani. Col passare dei minuti, scanditi dalle danze dei camerieri, i tavolini si svuotano, la piazza  ammorbidisce la sua spigolosa prospettiva sfumando in una luce arancio, che la intride, facendola sembrare una cartina al tornasole. I turisti melomani cercano ulteriore ristoro nei locali nascosti dietro le quinte dei palazzi storici, i camerieri rallentano la danza come trottole in procinto di fermarsi, il pavé lucidato dai passi pigri dei turisti riflette il cielo che, come un  prezioso lampasso, si lascia ricamare dai primi riflessi di luna. E' un istante irripetibile, quel brevissimo intermezzo tra il crepuscolo e la notte nelle città , d'estate. Un istante irreale e sospeso nel tempo, in cui tutto può accadere, in cui anche Gioachino potrebbe decidere di abbandonare la sua ben nota pigrizia e vagabondare fin qui, attirato dall'eco indolente di qualche nota perduta tra i palchi del suo Teatro. All'improvviso due figure nervose sbucano dal fondo della piazza, come attori entrati in scena ad atto iniziato, srotolando un'andatura agile ed incerta al contempo, raggiungono il centro della piazza come fosse il centro della scena... I movimenti delle braccia accompagnano quelli delle teste, che girano come pianeti opposti sulla stesa orbita... La donna agita i capelli lunghi e folti, che ondeggiano come brandelli di stendardi davanti all'ultimo attacco nemico; l'uomo l'afferra per la vita con dolcezza esausta e perde la presa, annaspa fino ad aggrapparsi ai polsi, che lo respingono ancora e ancora. Non dicono una parola, non un suono, o un respiro più sofferto... tutto accade rapidamente, ma come spezzato in fotogrammi. Costretti da un'apparente danza senza fine, da un moto planetario in cerca di sistema, raggiungono ancora i portici in fondo alla piazza e davanti alla vetrina ormai illuminata di un Caffè si fermano improvvisamente, come storditi o spaventati da un vuoto di memoria; l'uomo si volta verso la piazza quasi a cercare una battuta  mancante, barcollando appena, come fosse ubriaco. La donna entra nel Caffè e subito addolcisce i suoi passi, l'ondeggiare frenetico delle anche si cheta di colpo. Gli avventori immobili, spettatori giunti per tempo all'apertura del sipario, sembrano smarriti soggetti di Hopper, non un movimento ne scaturisce, se non il liscio seguire col capo l'andirivieni della donna che, rimasta sola, ritrova di colpo la sua inquietudine e torna di slancio nell'esiguo spazio che il corpo dell'uomo le offre, come in un passo di tango. La lotta riprende, senza soluzione, senza pace, le due figure si allontanano, si cercano, si rincorrono e si sfuggono fino a scomparire per sempre dietro le quinte dei palazzi storici, lasciando sul lucido pavé l'ombra dei loro passi fuggitivi. Rimane un'illusione di sospiri trattenuti, di parole serrate nelle bocche, chiuse come le persiane ai piani nobili dei palazzi antichi, stupefatti palchi inaccessibili, dopo lo spettacolo... Poi un rivolo di pigri corpi scottati dal sole si allarga e nuovamente allaga la piazza: la sera estiva, ignara, declama le sue promesse.


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