Ascan Lutteroth, Am Ufer von Sturla (1887)
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Mettere in ordine
Mettere in ordine le proprie carte dopo un trasloco è quasi un'inversione del percorso, o una ripartenza. Costringe a tornare indietro per una via molto particolare, che non porta nostalgicamente al passato ma lo ripropone, lo filtra, in un certo senso lo ripulisce. È come traslocare anche con la mente. Si è costretti a dare un significato definitivo alle parole "dimenticare" e "ricordare". Credo anch'io, come tanti, che non si possa in realtà dimenticare mai niente e nessuno. Dimenticare è una pratica impossibile da mettere in atto, è un verbo fantastico, immaginario, un'illusione. Si può solo scegliere cosa ricordare e cosa no, e questo potere decisionale sta tutto nell'attimo in cui la mente estrae immagini o parole dall'archivio dove tutto, ma proprio tutto è conservato. Scegliere di ricordare è una forma d'amore, verso sé stessi o gli altri, dipende. Scegliere di non ricordare è cestinare, accantonare, scartare. Niente di poetico, finché la distrazione non lo tinge dello struggente nitore della dimenticanza.
Nella foto:
Ignoto pittore olandese, (1628 ca.) Monaco Alte Pinakothek.
Pur, chissà, temer conviene / che m'inganni, amando ancor.
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| Hans Thoma, Scorcio del parco di Casa Holtz (1883), Städel Museum - Francoforte. |
Mi lusinga il dolce affetto
con l'aspetto del mio bene.
Pur - chissà? - temer conviene,
che m'inganni amando ancor.
con l'aspetto del mio bene.
Pur - chissà? - temer conviene,
che m'inganni amando ancor.
Ma se quella fosse mai
che adorai, e l'abbandono;
infedel, ingrato io sono,
son crudele e traditor.
che adorai, e l'abbandono;
infedel, ingrato io sono,
son crudele e traditor.
Georg Friedrich Händel, Alcina.
dieci anni
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| Paul Cezanne, Maison dans la campagne aixoise (1886) |
Sono passati dieci anni da quando ho aperto questo blog. Dieci anni di fughe attraverso le stanze e di incontri con tante persone che sono passate da qui. Tutto è cambiato da allora, così tanto che mi chiedo se abbia ancora senso scrivere qui. Ho davvero ancora bisogno di volare via? Ho davvero ancora un posto da cui voler volare via? Il tumore mi ha aiutato a fare ordine: metodo drastico, ma evidentemente non ne avevo altro. Credo sia giusto chiudere questo posto. È come una vecchia casa in cui ho abitato. Mi ha dato molto, mi ha aiutato, perfino protetto, proprio come una casa, ma ormai abito altrove e non ha più senso tornare qui. Niente messaggi per i viandanti, però, niente traslochi. Spegnerò le luci, chiuderò porte e finestre. Addio Fuga di stanze, e grazie per tutto il bene.
Una ligure di Levante arrivata a Orani.
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| Piazza Piero Borrotzu, Chiusola (SP) Foto Google Maps |
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| (Foto Google Maps) |
Non fosse stato per questa quarantena il 25 Aprile lo avrei trascorso a Chiusola. È un paesino in mezzo ai monti in provincia di La Spezia, vicino alle montagne e le valli dove è nata e si è svolta la storia dei miei genitori. Sono molto legata a questi luoghi, ai boschi soprattutto, e alle mulattiere che li attraversano e che sono le strade delle mie origini più immediate. La storia di Pietro (Piero) Borrotzu però l'ho scoperta poco tempo fa, mentre cercavo in internet notizie sui partigiani sardi. Giravo in rete e virtualmente per le montagne della mia regione, quando ad un certo punto una storia più commovente e toccante delle altre mi ha costretto a fermarmi proprio a Chiusola, fra le montagne che infinite volte ho aggirato e fiancheggiato nelle gite domenicali con i miei. Cosa mi lega alla Sardegna, si può sapere? Perché quando calpesto la sua terra e respiro la sua aria mi si stringe il cuore come fossi una che ritorna dopo un lungo doloroso distacco? Mi avranno parlato di Piero Borrotzu fra i tornanti di quelle strade, magari senza dirmi il suo nome, ma mi avranno certo detto che era sardo e mia madre avrà pronunciato questa parola come faceva sempre, quasi sottovoce, con delicatezza, come quando si maneggia una cosa rara, e preziosa. Deve essere così che la Sardegna mi è entrata nel cuore nel modo che da viaggiatrice non so spiegare.
A Chiusola la piazzola che da dietro il paese guarda verso il confine della Liguria con l'Emilia e la Toscana, verso Borgo Taro e Pontremoli, è intitolata a questo ragazzo sardo. Era studente a Sassari prima di arrivare qui e veniva da Orani, dalla Barbagia, dal Nuorese. Si nascondeva qui, a Chiusola, quando ci fu il rastrellamento e la gente del posto venne presa e condannata a morte perché rea di dare rifugio ai partigiani. Anche la mia bisnonna Giuditta si alzava di notte a friggere frittelle per i partigiani affamati che marciavano sulle montagne. Bussavano alla sua porta, lassù sui monti di Levanto non così lontani da Chiusola, e sussurravano :- Nonnina...nonnina abbiamo fame, hai da darci da mangiare? -
Quante Giuditta avranno fatto lo stesso sui monti della mia regione? Infagottate e col cuore in gola per il terrore di essere scoperte in quell'attività clandestina e pericolosa nel cuore della notte in mezzo ai monti? E quante volte a Orani, al suo paese, Pietro avrà visto la sua casa accogliere gente di passaggio, di altri luoghi, e spartire il pane e dividere il vino? A Chiusola uscì allo scoperto facendosi fucilare per proteggere la gente che lo aveva accolto e protetto a sua volta e morì così, come un eroe, vivendo per sempre nel ricordo della gente per bene. Io credo però che non fu solo un gesto di straordinario coraggio e valore. Io credo che Pietro, lontano dalla sua Isola, in mezzo a quei monti in fondo così simili alle sue montagne, abbia semplicemente voluto ripagare l'accoglienza e la protezione con una moneta certamente sarda, la più preziosa, quella dell'onestà. Pietro era barbaricino, di prima del boom economico, era un barbaricino vero e in Barbagia, perfino oggi in questo sgangherato 2020, c'è ancora gente che la pensa così. Anche Francesco, il mio fratello "marghinesu" che vive a Sassari e che mi ha prestato le foto di Orani, ha negli occhi la stessa luce quando al nostro arrivo sull'Isola ci apre la sua casa e ci fa trovare in tavola ogni ben di Dio.
Appena sarà possibile tornerò sulla piazzola di Chiusola. Ci sarà silenzio, lo so fin d'ora, e forse qualche verso di animale risuonerà fra la boscaglia. Ci sarà aria pulita e pensieri nuovi dentro la mia testa. Uno sarà andare a Orani, davvero e non con maps come ho fatto da qui. Desidero con tutto il cuore di andare a sedermi ai piedi dei ruderi di S. Andrea, sotto la Torre pisana che già da sola è un invito a fermarmi e cercare risposte. Ma prima di tutto mi siederò per terra, come un vero viandante in cerca di ospitalità e ascolterò la voce del vento che passa per la porta spalancata della chiesa in rovina. Sarò una ligure di Levante arrivata a Orani, con il ricordo di Pietro Borrotzu nel cuore e nella memoria.
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| Francesco Pau, Chiesa di S. Andrea e Torre Pisana, Orani (NU) |
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| Francesco Pau, Chiesa di S. Andrea, Orani (NU) |
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| Francesco Pau, Orani vista dai ruderi della chiesa di S. Andrea |
Normalità
Cade un altro ponte, fortunatamente senza conseguenze troppo gravi, giusto in tempo per ricordare a chi come me vive su questo cornicione di terra chiamato Liguria a quale "normalità" speriamo di ritornare. Dall'inizio di questa emergenza i giorni se ne sono andati via senza fare rumore. A ripensarci ora sembra quasi che non siano passati. Nemmeno i sobbalzi e i sussulti dettati dall'angoscia hanno potuto imporre a questi giorni un peso reale. Sono stati parte di un brutto sogno, di quelli in cui si cade lentamente senza mai arrivare, in cui si grida e si chiama qualcuno senza emettere alcun suono. Eppure avranno un valore anche questi giorni caduti dal calendario. Devono averlo, soprattutto per noi liguri, che non sprechiamo né buttiamo via mai niente. Torneremo alla normalità, ancora qualche margherita, qualche giro di corolla, ma la normalità non sarà quella che traspare non detta dalle pubblicità. Smetteremo di temere un virus oscuro e forestiero per riprendere a diffidare del paesaggio in cui viviamo. È una terra verticale, questa regione. Chi ci ha portato fin qui, quelli prima di noi, quelli che andavano a piedi per intenderci, sapeva bene quanto è vero che qui, in Liguria, nessuno si salva da solo.
"...un giorno senza sole..."
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| Antonio Andreatta, Centro storico di Genova |
Poi ci sono giorni in cui il pensiero di Genova diventa fisico, come un respiro o un ciuffo di capelli che dia segno di sé scivolando sugli occhi. Mi assale una smania di andare, di prendere la strada e arrivare dentro la città, e insieme un bisogno fisico, una necessità reale di ascoltare, di sentire la voce di De André, perché è questo il suono di Genova, è questa voce unica al mondo, così genovese, il rumore di fondo di questa città. Agli angoli dei miei caruggi preferiti, quelli dove ho la sensazione di aver abitato a lungo, i muri ingentiliti dalle architetture medievali sono incrostati di parole, le parole di una canzone che porto con me quando cammino a Genova. Geordie è un canto foresto, non è genovese, eppure nella sua atmosfera c'è qualcosa che anche Genova possiede e che mi affascina e mi chiama verso i suoi caruggi. È una nobiltà cavalleresca e lontana, ma così struggente da riuscire a penetrare ancora nel cuore, come se quel tempo, il tempo di Geordie, e quello di Genova, della sua Commenda, dei suoi lunghi caruggi del Molo e intorno alle Vigne e alla Maddalena fossero ancora il presente. E la voce di De André...è come il battito del cuore della città, e quello del viaggiatore. È profonda, scura e spaventosa come certi caruggi sottili e senza sole che circondano San Sisto e il Fossatello, ma si fa dolcissima e piena di sole, come quando i raggi tiepidi d'inverno compaiono all'improvviso in un minuscolo labirinto di cielo fra le case. Mi piace pensare che sia questa la voce che ha spinto i genovesi a imbarcarsi per il mare, a rischiare di perdersi e non tornare in terre lontane e mondi foresti per davvero. Mi piace pensare che la voce di De André sia questa sirena, capace di affascinare e incantare con manciate di note liberate nelle piccole piazze deserte, di far smarrire la strada, finché non sia chiaro anche al più esperto dei viaggiatori che dentro Genova, proprio come dentro il mare, ognuno ha segnata la propria strada per andare e per ritornare.
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