Un racconto in cerca del finale

Ho scritto questa storia breve qualche tempo fa e ancora non sono riuscita a capire come finisca: ho la sensazione che non mi appartenga del tutto, che mi sia un po' sfuggita di penna e non abbia alcuna intenzione di lasciare che sia io a stabilire cosa accadrà nelle sue ultime righe. Così ho deciso di accontentarla portandola qui, così com'è, priva delle ultime battute. Mi piacerebbe molto se gli amici che passano da qui si divertissero a inventarle un finale...



Elisir

- Bene Laura, il momento è arrivato - Mi alzo a malincuore, mi piace ascoltare la dottoressa Ferretti parlare di me. Stringo la sua mano e non posso ignorare una lieve fitta al cuore: questo è il nostro ultimo incontro, non ci vedremo più. La dottoressa ha stilato il resoconto delle nostre sedute, lo ha letto con calore, con partecipazione, poi però ha sottolineato che la nostra non è un'amicizia, ma un rapporto medico - paziente :- Deve cominciare a camminare da sola, davvero Laura, deve proprio - ha concluso sorridente, ma aveva un tono fermo, definitivo; poi mi ha parlato ancora una volta della mia immaginazione. Sono venuta qui da lei, per anni, proprio per questo: credevo fosse una patologia, credevo di essere in pericolo. Insieme a lei ho scoperto che invece la mia immaginazione è la mia risorsa più grande :- Deve solo cominciare ad usarla - mi ha ripetuto, con un tono quasi materno che ha utilizzato spesso in questi anni: sa bene che la presenza di mia madre è la cosa che mi è mancata di più. Per un certo tempo i suoi lunghi capelli grigi, raccolti a malapena in un fermaglio eccentrico, hanno fatto sì che io la considerassi tale: una madre, forse addirittura la mia, anche se non sono certa di quest'ultima eventualità, perché lei non ha mai voluto parlarne; mi ha sempre suggerito, quasi sottovoce, di vivere il nostro rapporto come meglio credessi, tenendo presente che al di fuori delle mie percezioni sarebbe stato molto chiaro e definito. E non fraintendibile. - Sarà dura per me, senza di lei - rispondo con improvvisa tristezza, ma lei non sembra cogliere il mio tono e sorridendo, con quello sguardo incoraggiante che conosco bene, aggiunge:- Scriva tutto quello che le passa per la testa, e trovi un interlocutore, o ne inventi uno, se crede. Deve andare avanti Laura - Mi sorride con affetto, adesso, o almeno così mi sembra. Mentre la porta si richiude alle mie spalle penso che porterò questa impressione con me per sempre. Scendo lentamente le scale ripide di questa antica palazzina del centro e penso con tristezza che non le salirò più. È un addio in piena regola, non mi resta che affogarlo in una tazza di cioccolata. Il Caffè Defilla è a pochi passi, entro e mi siedo ad uno dei tavolini davanti alla vetrata, così posso guardare i passanti. Mi piace venire qui da sola, questo posto mi ricorda i salotti settecenteschi dei dipinti di Pietro Longhi: enormi specchi dalle cornici dorate si alternano ai tavolini in perfetto stile dell'epoca; le tre sale sono tappezzate da bacheche e vetrinette in cui sono esposte confezioni di dolci provenienti dai più diversi Paesi, bottiglie di vini pregiati, di Champagne, di elisir che sembrano usciti da un caffé della Belle Epoque. Il pavimento di legno scricchiola al passaggio rapido dei camerieri; mentre ordino la cioccolata mi rendo conto che non ho mai pensato di scrivere qualcosa seduta qui. Il cameriere prende l'ordinazione come appuntandola nel sorriso che mi rivolge - Potrei avere un foglio di carta e una penna, per cortesia? - Mentre lo dico sono già pentita e sto quasi per scusarmi e ritirare la richiesta quando incontro il suo sorriso :- Glieli porto subito – risponde e sparisce oltre la tenda gialla di damasco. Torna subito dopo con un foglio di carta intestata: è un foglio molto bello, piacevole al tatto, sembra pergamena - Mi scusi signora – dice, mentre lo appoggia sul tavolino - purtroppo abbiamo terminato la carta da lettera, non abbiamo che questa, intestata al locale - gli rivolgo un sorriso gentile e lo ringrazio per avermi accontentato. Si allontana soddisfatto della risposta, dopo avermi assicurato che tornerà immediatamente con la cioccolata. Ecco, adesso ho gli strumenti per scrivere. È stato facile. Prendo il foglio e sfrego i polpastrelli sulla carta un poco ruvida: è davvero un bel foglio; la penna invece è una normalissima biro e stona un po'  nella scena che la mia immaginazione mi sta mostrando da fuori: una signora di 50 anni, di aspetto gradevole, seduta ad un tavolino in stile settecento con un bellissimo foglio di carta davanti; manca decisamente una piuma d'oca da intingere nell'inchiostro color seppia. Il cameriere sorride mentre mi serve una tazza fumante da cui sale un intenso profumo di cacao: si direbbe abbia intuito i miei pensieri. Il servizio di porcellana è di certo datato, come quello cui appartiene il cucchiaino d'argento che fa bella mostra di sé sul piattino. Questo posto mi dà sempre l'impressione di essere ospite di una casa privata, non fosse per il conto che accompagna le mie consumazioni: le tazze, i piccoli vassoi su cui vengono serviti i dolci hanno un'aria di belle cose di casa, antiche e vissute. In un certo senso qui il tempo sembra sospeso, forse per questo mi piace venirci. Il cameriere si allontana ed io assaggio la cioccolata: è invitante, densa, scura, aggiungo mezza bustina di zucchero, quindi sposto la tazza e sistemo il foglio davanti a me.. Di cosa scrivo? Ma soprattutto, a chi? Mi tornano in mente le raccomandazioni della dottoressa Ferretti “...trovi un interlocutore o ne inventi uno, se crede...”. Una lettera. Sì. Comincerò con lo scrivere una lettera, ma che tipo di lettera? Vediamo, potrei scrivere una lettera ad un'amica, a Lorenza per esempio. No, finirei per parlare di lei, mentre lo scopo di questo esercizio di scrittura è parlare di me. Mi rendo conto improvvisamente che nella mia vita non c'è neppure un uomo cui scriverei due righe. Gli uomini che conosco sono tutti piuttosto simili fra loro: quel genere di maschio che prima o poi convince una donna a credere fermamente che gli appartenenti al sesso maschile siano davvero tutti uguali. Potrei divertirmi ad inventarne uno, un uomo ben preciso, definito, identificabile nei tratti caratteriali, perfino nell'aspetto. L'idea mi elettrizza. Ho le mani gelate e le dita un poco esangui, mi succede sempre quando la mia immaginazione si risveglia. Impugno la penna con decisione, non prima d'aver gustato parte della cioccolata con il cucchiaino.
Caro...” come potrei chiamare il mio personaggio? Ci vorrebbe un nome semplice, credibile. Vediamo...un nome francese, tipo Pierre...no, italiano è meglio...diciamo...Guido. Caro Guido. “Caro Guido...” No, ci vuole un nome diverso, più significativo per me. Proviamo con Dario. “ Caro Dario...Carissimo Dario...” Sì, mi piace. Ha una certa assonanza con diario...è perfetto.

“ Carissimo Dario,
è passato un mese dalla tua ultima lettera, perdonami se ti rispondo solo adesso. Non pensare che non abbia voluto farlo: ho cercato ogni giorno di...”


No, così non va bene, sembra sia già successo tutto il possibile e devo ancora scrivere la prima lettera. Un paio di cucchiaini di cioccolata, ancora calda, mi confortano. Mi guardo attorno. Sono da poco passate le cinque del pomeriggio, l'ora di punta per questo locale e la sala è affollata; c'è profumo di caffè e rumore di tazze che si scontrano con i piattini. Deve essere per via dell'atmosfera calda e rilassata di questo posto che la mia immaginazione si è assopita. Sorrido e non mi arrendo:

Caro Dario, mi ha fatto molto piacere ricevere il suo biglietto...” sì, così, dandosi del “lei” “ e ancor di più sapere che anche per lei è stato piacevole passeggiare insieme. Non vado spesso da quelle parti, non durante l'inverno: il mare in quel punto è particolarmente impetuoso e sedersi a leggere lungo la discesa delle barche comporta il rischio di una doccia indesiderata. Preferisco leggere al chiuso durante i mesi più freddi. Le sembrerò troppo esigente, ma non sopporto le interruzioni quando sono in compagnia di un libro, sa cosa voglio dire: le voci improvvise, il vento che ti costringe a trattenere le pagine o i capelli...Il lungomare è pieno di piccoli locali dalle cui verande si gode un bellissimo panorama di tutta la costa fino a Portofino. Durante il breve tempo che abbiamo trascorso camminando vicini ho sentito istintivamente il desiderio di parlarle di me, lo avrà capito. Mi perdoni, anzi, per aver in qualche modo forzato la nostra conversazione. Ricevere il suo biglietto così gentile mi ha confortata non poco: temevo di averle fatto una pessima impressione. Spero anch'io di rivederla presto. Un caro saluto. Laura “

Ho scritto di getto, come se stessi rispondendo ad un biglietto realmente ricevuto - Non corre nessun rischio ad immaginare un interlocutore, basta che non dimentichi di considerarlo un personaggio del tutto inventato, un personaggio cui affidare una parte - le parole della dottoressa risuonano nella mia mente e disperdono i dubbi.  Sorrido ancora, mentre guardo l'orologio: sono quasi le sei, devo andare; lascio i soldi della consumazione sul tavolino, vicino alla biro. Cosa ne faccio della lettera? Guardo fuori dalla vetrata: se Dario esistesse davvero, ora chiuderei questo foglio in una busta e glielo spedirei; però, anche se il mio interlocutore non esiste, non ha senso conservare le lettere che gli scrivo. Appallottolo il foglio tra le mani e lo lascio rotolare accanto alla bustina mezza vuota dello zucchero, poi mi alzo e prendo la borsa: fuori è già sabato sera. Mi avvio all'uscita, c'è un po' di confusione: un via vai di gente che si saluta e si dà appuntamento per trascorrere la serata. Raggiungo a fatica la grande porta a vetri e sto per oltrepassarla quando il cameriere che mi aveva servito mi raggiunge sorridendo. Ha in mano una piccola busta e me la consegna dicendo solamente: - Per lei – poi si volta e rientra nel traffico di cappotti che ingombra la sala del bar. Esco sotto i portici fermandomi sotto la luce dell'insegna del Caffé; apro la piccola busta: dentro c'è un foglio stropicciato, ripiegato molte volte. Mentre lo svolgo mi accorgo che è quello su cui ho scritto la lettera al mio interlocutore inventato. In fondo, poco sotto il mio nome, c'è scritto qualcosa, in una calligrafia minuta : 

- Buonasera Laura, anch'io desidero moltissimo parlarle di me. Mi sembra siano passati secoli dall'ultima volta che ho parlato di me a qualcuno. Mi sembra incredibile poterlo fare di nuovo. Non so bene da dove cominciare, ma non c'è fretta. Facciamo un passo alla volta. A domani. Dario – 

Sono senza parole. In un attimo mi rivedo seduta al tavolino, scrivere la lettera, concentrata e totalmente inconsapevole di essere osservata. Guardo ancora il foglio che io stessa avevo appallottolato: non so chi sia questo signore che ha avuto il coraggio di impadronirsi così rapidamente del mio personaggio, eppure ho la sensazione che il messaggio che mi ha lasciato sia sincero. Mi avvicino alla vetrata oltre la quale ero seduta fino a pochi minuti prima: la sala è ancora più affollata, molte persone sono in procinto di uscire, altre sono appena arrivate e un sipario di corpi mi impedisce di vedere i tavolini. Per un momento penso di rientrare nel locale e di cercarlo, sono sicura che è ancora lì, ma è davvero solo un momento: sto già ripiegando il foglio con cura, lo richiudo nella busta e lo lascio scivolare nella tasca del cappotto. Mi avvio a piedi verso casa e passando davanti alla vetrina del Caffé...




Commenti

Soffio ha detto…
Seduto al Defilla che pur conosco avrei guardato quella signora con simpatia e, alzandomi quasi per caso quando si alza lei le avrei sfacciatamente detto " signora, non dubiti l'inconscio realizza quella che veramente desidera"
red ha detto…
È vero! Tu lo conosci bene! E ti ci vedo seduto lì..a parlare dell'inconscio e dei desideri..e poi tu sei doc, in tutti i sensi! Grazie Soffio un abbraccio grande!
Costantino ha detto…
La protagonista passerà spesso davanti allo studio della dottoressa.Non le occorre più entrare, ma le è di conforto sapere
che, se mai un giorno servisse, lei è ancora lì.
Non entrerà più invece nelle sale ovattate e senza tempo del caffè
Devilla.
Perchè teme che,in quel luogo, purtroppo, i più bei sogni diverrebbero realtà.













































































Anto ha detto…
... con lo sguardo cerco un altro sguardo. Il suo sguardo, lo sguardo dello sconosciuto che magari sta cercando il mio. Nulla, non accade nulla, la folla lo ha inghiottito. Passano le ore senza mai dimenticare per un solo attimo quel breve contatto di scrittura. No, non voglio tornare al Defilla, non posso rischiare di nuovo il suo incontro. Se fosse delusione, non lo sopporterei. Mi fa compagnia il pensare che qualcuno che nulla sa di me e del quale nulla so, mi sta cercando tra i pensieri. Poi improvvisa la decisione. Cerco frenetica nella tasca il biglietto, lo leggo e lo rileggo, prendo la penna e scrivo sotto la sua piccola grafia:- Caro Dario, sono tornata al Defilla, una cioccolata calda e queste nuove righe, avventate, ma inevitabili. La dottoressa ha detto che devo camminare da sola, che sono pronta ormai. Sapere di non essere stata inopportuna nel desiderare il suo ascolto quel giorno della passeggiata assieme, mi ha resa felice. Averla ritrovata qui è stato un piacevole gioco del destino. Ed a lui rimetto ciò che sarà.Un saluto Laura-.
Piego il biglietto seguendo con cura le linee già tracciate. Metto il cappotto, prendo la borsa e vado, col biglietto stretto tra le dita, verso il caffè Defilla. Il cuore sale e scende nel mio petto, dondola e oscilla, si muove e si ferma. Non rifletto, non penso, nulla deve essere sensato, pensato, costruito. Entro al Defilla senza nemmeno guardarmi intorno, mi faccio largo fra i clienti, cerco il cameriere. Eccolo, col suo vassoio in mano sta servendo al "mio" tavolino. Improvvisamente mi assale la paura, l'incertezza, e se lui fosse qui? Se mi sta guardando proprio ora, adesso? Se vede il biglietto tra le mani, cosa ... no. Porto il biglietto al viso, cercando di coprirmi il volto, giro su me stessa e percorro la strada in senso inverso. Una mano sulla spalla, raggelo, il cameriere mi saluta:- Signorina, niente cioccolata oggi?- Mi volto e gli sorrido- No, solo questo biglietto da restituire a chi ieri me lo ha inviato. Il cameriere arrossisce, prende il biglietto come se lo stesse aspettando e risponde- Sarà fatto, signorina Laura.
red ha detto…
Che bello questo finale! Fa pensare ad un viso che guarda davvero oltre una vetrata...struggente...bellissimo Costantino,mi permetto di dire che riconosco moltissimo il tuo carattere letterario, quello che emerge dai tuoi racconti e ricordi, dal tuo modo di visitare i luoghi...una dolcezza attenta, una distanza che non è distacco ma rispetto per ciò che un cuore può contenere...bellissimo. Grazie per esserti fermato e aver lasciato questo dono di pensieri.
Un abbraccio
red ha detto…
Anto! Grazie! Adoro come scrivi...la tua prosa è impastata di poesia! E il finale...è un inizio! Grazie per questo dono prezioso, un abbraccio grandissimo...aspetto notizie... :)
Valerio Maruffi ha detto…
Mi avvio a piedi verso casa e passando davanti alla vetrina del Caffè riesco per un istante a vedere "Dario" riflesso in uno di quegli specchi che pubblicizzano in stile retrò qualche bevanda.
Per un secondo ho la sensazione che anche lui mi veda attraverso questa doppia finestra e per un secondo ho la sensazione di vedere un sorriso complice.
Per quanto incredibile possa essere questo pomeriggio non mi va di considerarlo tale: ho scritto una lettera e ho ricevuto una risposta.
Inaspettata, incredibile, surreale, ma era pur sempre una risposta.
Sarà buona educazione scrivergli e incoraggiarlo a raccontare di se. In fondo è questo il suo desiderio.
Forse sarà buona cosa tornare domani al caffè e rispondere da li, proprio come è accaduto oggi.
Meglio non sfidare il destino e lasciare la mia lettera dove il destinatario non potrebbe leggerla e dove non potrebbe ripetersi l'incredibile coincidenza
red ha detto…
Grazie Valerio! È bellissima l'indecisione che si srotola nelle righe fino ad arrivare a fermarsi, a stabilirsi, definitiva direzione di una possibile storia, o di una storia già compiuta...già, perchè ci sono storie cui basta un attimo, l'idea di una vicinanza, per lasciare in chi le vive tutta la forza di quello che hanno voluto dire. Bellissimo finale, grazie di cuore!