domenica 24 febbraio 2013

Un racconto in cerca del finale

Ho scritto questa storia breve qualche tempo fa e ancora non sono riuscita a capire come finisca: ho la sensazione che non mi appartenga del tutto, che mi sia un po' sfuggita di penna e non abbia alcuna intenzione di lasciare che sia io a stabilire cosa accadrà nelle sue ultime righe. Così ho deciso di accontentarla portandola qui, così com'è, priva delle ultime battute. Mi piacerebbe molto se gli amici che passano da qui si divertissero a inventarle un finale...



Elisir

- Bene Laura, il momento è arrivato - Mi alzo a malincuore, mi piace ascoltare la dottoressa Ferretti parlare di me. Stringo la sua mano e non posso ignorare una lieve fitta al cuore: questo è il nostro ultimo incontro, non ci vedremo più. La dottoressa ha stilato il resoconto delle nostre sedute, lo ha letto con calore, con partecipazione, poi però ha sottolineato che la nostra non è un'amicizia, ma un rapporto medico - paziente :- Deve cominciare a camminare da sola, davvero Laura, deve proprio - ha concluso sorridente, ma aveva un tono fermo, definitivo; poi mi ha parlato ancora una volta della mia immaginazione. Sono venuta qui da lei, per anni, proprio per questo: credevo fosse una patologia, credevo di essere in pericolo. Insieme a lei ho scoperto che invece la mia immaginazione è la mia risorsa più grande :- Deve solo cominciare ad usarla - mi ha ripetuto, con un tono quasi materno che ha utilizzato spesso in questi anni: sa bene che la presenza di mia madre è la cosa che mi è mancata di più. Per un certo tempo i suoi lunghi capelli grigi, raccolti a malapena in un fermaglio eccentrico, hanno fatto sì che io la considerassi tale: una madre, forse addirittura la mia, anche se non sono certa di quest'ultima eventualità, perché lei non ha mai voluto parlarne; mi ha sempre suggerito, quasi sottovoce, di vivere il nostro rapporto come meglio credessi, tenendo presente che al di fuori delle mie percezioni sarebbe stato molto chiaro e definito. E non fraintendibile. - Sarà dura per me, senza di lei - rispondo con improvvisa tristezza, ma lei non sembra cogliere il mio tono e sorridendo, con quello sguardo incoraggiante che conosco bene, aggiunge:- Scriva tutto quello che le passa per la testa, e trovi un interlocutore, o ne inventi uno, se crede. Deve andare avanti Laura - Mi sorride con affetto, adesso, o almeno così mi sembra. Mentre la porta si richiude alle mie spalle penso che porterò questa impressione con me per sempre. Scendo lentamente le scale ripide di questa antica palazzina del centro e penso con tristezza che non le salirò più. È un addio in piena regola, non mi resta che affogarlo in una tazza di cioccolata. Il Caffè Defilla è a pochi passi, entro e mi siedo ad uno dei tavolini davanti alla vetrata, così posso guardare i passanti. Mi piace venire qui da sola, questo posto mi ricorda i salotti settecenteschi dei dipinti di Pietro Longhi: enormi specchi dalle cornici dorate si alternano ai tavolini in perfetto stile dell'epoca; le tre sale sono tappezzate da bacheche e vetrinette in cui sono esposte confezioni di dolci provenienti dai più diversi Paesi, bottiglie di vini pregiati, di Champagne, di elisir che sembrano usciti da un caffé della Belle Epoque. Il pavimento di legno scricchiola al passaggio rapido dei camerieri; mentre ordino la cioccolata mi rendo conto che non ho mai pensato di scrivere qualcosa seduta qui. Il cameriere prende l'ordinazione come appuntandola nel sorriso che mi rivolge - Potrei avere un foglio di carta e una penna, per cortesia? - Mentre lo dico sono già pentita e sto quasi per scusarmi e ritirare la richiesta quando incontro il suo sorriso :- Glieli porto subito – risponde e sparisce oltre la tenda gialla di damasco. Torna subito dopo con un foglio di carta intestata: è un foglio molto bello, piacevole al tatto, sembra pergamena - Mi scusi signora – dice, mentre lo appoggia sul tavolino - purtroppo abbiamo terminato la carta da lettera, non abbiamo che questa, intestata al locale - gli rivolgo un sorriso gentile e lo ringrazio per avermi accontentato. Si allontana soddisfatto della risposta, dopo avermi assicurato che tornerà immediatamente con la cioccolata. Ecco, adesso ho gli strumenti per scrivere. È stato facile. Prendo il foglio e sfrego i polpastrelli sulla carta un poco ruvida: è davvero un bel foglio; la penna invece è una normalissima biro e stona un po'  nella scena che la mia immaginazione mi sta mostrando da fuori: una signora di 50 anni, di aspetto gradevole, seduta ad un tavolino in stile settecento con un bellissimo foglio di carta davanti; manca decisamente una piuma d'oca da intingere nell'inchiostro color seppia. Il cameriere sorride mentre mi serve una tazza fumante da cui sale un intenso profumo di cacao: si direbbe abbia intuito i miei pensieri. Il servizio di porcellana è di certo datato, come quello cui appartiene il cucchiaino d'argento che fa bella mostra di sé sul piattino. Questo posto mi dà sempre l'impressione di essere ospite di una casa privata, non fosse per il conto che accompagna le mie consumazioni: le tazze, i piccoli vassoi su cui vengono serviti i dolci hanno un'aria di belle cose di casa, antiche e vissute. In un certo senso qui il tempo sembra sospeso, forse per questo mi piace venirci. Il cameriere si allontana ed io assaggio la cioccolata: è invitante, densa, scura, aggiungo mezza bustina di zucchero, quindi sposto la tazza e sistemo il foglio davanti a me.. Di cosa scrivo? Ma soprattutto, a chi? Mi tornano in mente le raccomandazioni della dottoressa Ferretti “...trovi un interlocutore o ne inventi uno, se crede...”. Una lettera. Sì. Comincerò con lo scrivere una lettera, ma che tipo di lettera? Vediamo, potrei scrivere una lettera ad un'amica, a Lorenza per esempio. No, finirei per parlare di lei, mentre lo scopo di questo esercizio di scrittura è parlare di me. Mi rendo conto improvvisamente che nella mia vita non c'è neppure un uomo cui scriverei due righe. Gli uomini che conosco sono tutti piuttosto simili fra loro: quel genere di maschio che prima o poi convince una donna a credere fermamente che gli appartenenti al sesso maschile siano davvero tutti uguali. Potrei divertirmi ad inventarne uno, un uomo ben preciso, definito, identificabile nei tratti caratteriali, perfino nell'aspetto. L'idea mi elettrizza. Ho le mani gelate e le dita un poco esangui, mi succede sempre quando la mia immaginazione si risveglia. Impugno la penna con decisione, non prima d'aver gustato parte della cioccolata con il cucchiaino.
Caro...” come potrei chiamare il mio personaggio? Ci vorrebbe un nome semplice, credibile. Vediamo...un nome francese, tipo Pierre...no, italiano è meglio...diciamo...Guido. Caro Guido. “Caro Guido...” No, ci vuole un nome diverso, più significativo per me. Proviamo con Dario. “ Caro Dario...Carissimo Dario...” Sì, mi piace. Ha una certa assonanza con diario...è perfetto.

“ Carissimo Dario,
è passato un mese dalla tua ultima lettera, perdonami se ti rispondo solo adesso. Non pensare che non abbia voluto farlo: ho cercato ogni giorno di...”


No, così non va bene, sembra sia già successo tutto il possibile e devo ancora scrivere la prima lettera. Un paio di cucchiaini di cioccolata, ancora calda, mi confortano. Mi guardo attorno. Sono da poco passate le cinque del pomeriggio, l'ora di punta per questo locale e la sala è affollata; c'è profumo di caffè e rumore di tazze che si scontrano con i piattini. Deve essere per via dell'atmosfera calda e rilassata di questo posto che la mia immaginazione si è assopita. Sorrido e non mi arrendo:

Caro Dario, mi ha fatto molto piacere ricevere il suo biglietto...” sì, così, dandosi del “lei” “ e ancor di più sapere che anche per lei è stato piacevole passeggiare insieme. Non vado spesso da quelle parti, non durante l'inverno: il mare in quel punto è particolarmente impetuoso e sedersi a leggere lungo la discesa delle barche comporta il rischio di una doccia indesiderata. Preferisco leggere al chiuso durante i mesi più freddi. Le sembrerò troppo esigente, ma non sopporto le interruzioni quando sono in compagnia di un libro, sa cosa voglio dire: le voci improvvise, il vento che ti costringe a trattenere le pagine o i capelli...Il lungomare è pieno di piccoli locali dalle cui verande si gode un bellissimo panorama di tutta la costa fino a Portofino. Durante il breve tempo che abbiamo trascorso camminando vicini ho sentito istintivamente il desiderio di parlarle di me, lo avrà capito. Mi perdoni, anzi, per aver in qualche modo forzato la nostra conversazione. Ricevere il suo biglietto così gentile mi ha confortata non poco: temevo di averle fatto una pessima impressione. Spero anch'io di rivederla presto. Un caro saluto. Laura “

Ho scritto di getto, come se stessi rispondendo ad un biglietto realmente ricevuto - Non corre nessun rischio ad immaginare un interlocutore, basta che non dimentichi di considerarlo un personaggio del tutto inventato, un personaggio cui affidare una parte - le parole della dottoressa risuonano nella mia mente e disperdono i dubbi.  Sorrido ancora, mentre guardo l'orologio: sono quasi le sei, devo andare; lascio i soldi della consumazione sul tavolino, vicino alla biro. Cosa ne faccio della lettera? Guardo fuori dalla vetrata: se Dario esistesse davvero, ora chiuderei questo foglio in una busta e glielo spedirei; però, anche se il mio interlocutore non esiste, non ha senso conservare le lettere che gli scrivo. Appallottolo il foglio tra le mani e lo lascio rotolare accanto alla bustina mezza vuota dello zucchero, poi mi alzo e prendo la borsa: fuori è già sabato sera. Mi avvio all'uscita, c'è un po' di confusione: un via vai di gente che si saluta e si dà appuntamento per trascorrere la serata. Raggiungo a fatica la grande porta a vetri e sto per oltrepassarla quando il cameriere che mi aveva servito mi raggiunge sorridendo. Ha in mano una piccola busta e me la consegna dicendo solamente: - Per lei – poi si volta e rientra nel traffico di cappotti che ingombra la sala del bar. Esco sotto i portici fermandomi sotto la luce dell'insegna del Caffé; apro la piccola busta: dentro c'è un foglio stropicciato, ripiegato molte volte. Mentre lo svolgo mi accorgo che è quello su cui ho scritto la lettera al mio interlocutore inventato. In fondo, poco sotto il mio nome, c'è scritto qualcosa, in una calligrafia minuta : 

- Buonasera Laura, anch'io desidero moltissimo parlarle di me. Mi sembra siano passati secoli dall'ultima volta che ho parlato di me a qualcuno. Mi sembra incredibile poterlo fare di nuovo. Non so bene da dove cominciare, ma non c'è fretta. Facciamo un passo alla volta. A domani. Dario – 

Sono senza parole. In un attimo mi rivedo seduta al tavolino, scrivere la lettera, concentrata e totalmente inconsapevole di essere osservata. Guardo ancora il foglio che io stessa avevo appallottolato: non so chi sia questo signore che ha avuto il coraggio di impadronirsi così rapidamente del mio personaggio, eppure ho la sensazione che il messaggio che mi ha lasciato sia sincero. Mi avvicino alla vetrata oltre la quale ero seduta fino a pochi minuti prima: la sala è ancora più affollata, molte persone sono in procinto di uscire, altre sono appena arrivate e un sipario di corpi mi impedisce di vedere i tavolini. Per un momento penso di rientrare nel locale e di cercarlo, sono sicura che è ancora lì, ma è davvero solo un momento: sto già ripiegando il foglio con cura, lo richiudo nella busta e lo lascio scivolare nella tasca del cappotto. Mi avvio a piedi verso casa e passando davanti alla vetrina del Caffé...




mercoledì 13 febbraio 2013

Tu sei una cosa grande, per me.



In quanti modi si può tacere? Se non ci fosse la voce certi giorni si potrebbe pensare di essere stati sgomberati, da dentro. Ma, dentro, l'uccello azzurro vive.
" nel mio cuore c’è un uccello azzurro che
vuole uscire
ma con lui sono inflessibile,
gli dico: rimani dentro, non voglio
che nessuno ti
veda."

Chiuso dentro, vive, soffre, teme di morire. A volte canta inascoltato, perché è troppo doloroso dargli retta. A volte la bellezza del suo canto è così grande da zittire la sofferenza di ascoltare.
" nel mio cuore c’è un uccello azzurro che
vuole uscire
ma io sono troppo furbo, lo lascio uscire
solo di notte qualche volta
quando dormono tutti.
gli dico: lo so che ci sei,
non essere
triste"

Lo so che ci sei, non essere triste. L'anima non invecchia, non muore, non ha nemmeno una forma da conservare. Lo so che ci sei, anche quando giro a cercarti ovunque e tu taci, dietro una porta aperta. Lo so che ci sei, non essere triste.
"poi lo rimetto a posto,
ma lui lì dentro un pochino
canta, mica l’ho fatto davvero
morire,
dormiamo insieme
così col nostro
patto segreto
ed è così grazioso da
far piangere
un uomo, ma io non
piango, e
voi?"

Dormiamo insieme, stretti. Ed è così splendente da far ridere di felicità, di gioia e curiosità, di innocenza. E a volte, nel buio, rido.

Brani tratti da "Bluebird" di C. Bukowski, traduzione Christian Raimo



 


mercoledì 6 febbraio 2013

" Ecco mi sono ricordato..."

 
Ecco

Ecco mi sono ricordato delle tante cose

di come influivano su quello che avrei  fatto

di lì a poco e a distanza di anni

ripensato per incoscienza con timore

e ho ricavato il suono simile

a quei giorni che non era del mare

anche se era ai nostri piedi e non era

del vento anche se instancabile

ma simile a tutto quello che ho ritrovato

nel ricordo e nel pensiero allentato

certamente lì è ancora tutto così com’era

con le orme asciugate dalla luce.





sabato 2 febbraio 2013

" Le stesse mani...finalmente dividono in due una fetta di pane "



È un lavoro duro, il campo va preparato, i sassi levati e lo si fa a mano.
Le crepe nelle mani e le unghie si riempiono di terra e polvere.
Poi si solca il terreno, lo si rigira in profondità, ci vuole tempo e sudore anche se si usano gli animali per trainare il vomere.
Poi finalmente la semina, è fine ottobre e per i Morti si vede il risultato del lavoro.
C’è qualche mese da attendere ancora, ma sono mesi di attesa solo per il grano. Tutto il resto continua e la farina dell’anno passato permette di mangiare adesso.
Ogni anno cosi. Ogni anno la schiena sempre più curva e il manico delle falci sempre più logoro.
È luglio e la falce sfianca letteralmente. Si fanno i covoni e li si lega con altri gambi di grano.
La trebbiatura riempie le aie di polvere, ci si aiuta tra famiglie e alla sera si fa festa.
Il grano è a casa! Si può essere felici.
Grandi sacchi pieni vengono portati al mulino appena fuori dal paese.
Cosa c’è di più naturale della forza dell’acqua di un’enorme ruota?
Ma sono ancora tempi in cui non si fa caso all'energia pulita. C’è solo quella ed è normale che sia cosi.
Sembra quasi un miracolo che quel rigagnolo muova tutti quegli ingranaggi di ferro pieno.
Cigolano, sfregano ma si muovono e un po’ di grasso qua e la assicura il funzionamento senza troppi problemi.
La farina è fatta. La crusca anche.
Il pane è assicurato, ce n’è anche per la torta alla festa del paese e per qualche focaccia nei giorni migliori.
Le stesse mani tagliate e rovinate, dure come le zolle di terra che andavano rotte mesi prima ora finalmente dividono in due una fetta di pane.
Se diventa duro lo si mette nella “zuppa” al mattino. È la colazione più buona che ci sia.

- Ma quanto pane hai preso?
- c’erano solo confezioni grandi all’esselunga, e poi ci sono i punti fragola
- si ma abbiamo mangiato un panino, non ho fame, domani è da buttare
- si buttalo
- cambia canale, c’è la pubblicità, come si chiama quell'attore li che fa il mugnaio del mulino bianco?...



Grazie di cuore a Valerio, per avermi permesso di pubblicare questa meraviglia di immagini e parole. Red