venerdì 18 maggio 2012

L'ultima stanza in fondo

L'ultima stanza in fondo è vuota; il pavimento è costituito da vecchi listoni di legno e scricchiola, canta quando ci si cammina sopra. Alle pareti ci sono i dipinti e gli affreschi più belli che si possano immaginare, sono migliaia, milioni e spesso si ripetono, mostrandosi comunque diversi perché diversi sono gli occhi che li hanno guardati e accarezzati. Non c'è neppure un millimetro libero su tutte le pareti, eppure la stanza sembra vuota, nel senso più bello che la parola "vuoto" possa avere. E le parole...ah sì..le parole...fluttuano per la stanza, libere di riunirsi come preferiscono, in poesia, in prosa, in canzone, poema, discorso, invettiva...sono libere e volano senza mai fermarsi, se non per assumere una momentanea forma, esprimerne la bellezza..e poi di nuovo sciogliere le righe, i capoversi, e nuovamente fluttuare. Nessuna teme di non essere ascoltata. Nessuna correrà mai il rischio, qui, di essere travisata. Ogni parola sa di avere la sua propria essenza e la porta in sè, con gioia quasi umana. Così Amore vuol dire solo amore, e Musica vuol dire solo musica. Le parole sanno che esistono posti dove vive chi sa farle danzare. Sanno di poter essere raccolte, ed assumere così significati nuovi, anche arditi, sanno che esiste una parola che si chiama Libertà. L'ultima stanza è vuota di oggetti che possano ingombrarla, ospita da sempre la soavità delle cose, l'inconsistenza propria dei sentimenti e delle emozioni, la leggerezza aerea del Pensiero. Somiglia, se la si guardasse da fuori, ad una di quelle sfere di vetro, che se le si muove si popolano di una miriade di pagliuzze dorate, fiocchi di neve, che salgono, si svegliano da un sonno di fiaba per danzare tutti assieme, prima di riposare ancora. Ecco, è così; in questa stanza, se vi si entra con la furia dolcissima delle passioni, senza paura di far scricchiolare il pavimento, accade lo stesso: qualcosa di soffice, leggero, si solleva e sale e bastano pochi secondi perchè si sia avvolti da un pulviscolo di voci, bellissime, vive, ognuna diversa, ognuna recante una differente meraviglia di sè. Sono loro, queste voci, le vere abitatrici di questa stanza, solo loro le padrone assolute. Ognuna di queste voci ha percorso tutta la fuga portando il proprio carico, prezioso e inconfondibile., lasciando in ogni altra stanza in cui è entrata un pezzetto di sè, spogliandosi a volte, rivestendosi a volte. Con sincerità e generosità. 
Ho immaginato da subito che questa stanza esistesse e forse qualche volta ne ho intravisto la porta chiusa; oggi l'ho aperta e so cosa contiene e so perché esiste. So che un po' mi somiglia, per quanto io mi accanisca ad affermare il contrario e so che somiglia a tutte le cose struggenti e inconsuete che ho avuto modo di incontrare fino ad ora. Per questo so che sulla parete di fondo c'è una porta, del tutto identica a quella situata in un'altra casa, in un altro tempo. Nella casa di mia madre, in cui mia madre è nata e ha vissuto fino al giorno delle sue nozze, c'era una porta così. Se la si apriva ci si affacciava su un'aia soleggiata ed esposta ai quattro venti, che però non poteva essere ragginta passando da lì, perché  la porta era al secondo piano e non c'era alcuna scala per scendere sull'aia sottostante. Ecco io immagino di stare uscendo dall'ultima stanza in fondo a questa fuga di stanze proprio per quella porta: non posso lasciare questo posto agevolmente, scendendo comodamente una rampa di scale; devo saltare, giù, più in basso di dove ho vissuto per così tanto tempo insieme ai miei pensieri. Era importante che cercassi di costruire qualcosa che fosse almeno visibile e mi desse l'idea, la possibilità di immaginare e quindi "vedere" che la Bellezza esiste e che la percezione della sua forza non è inutile alla vita quotidiana. Ora non sarà più possibile sentire il sapore amaro della rinuncia o del compromesso, mai più. Prima di andare vorrei lasciare libero in questa stanza un desiderio: vorrei che chiunque entrerà qui lo facesse correndo, spostando, spintonando, rotolando, così che tutto ciò che questo posto  contiene si sollevi e riprenda a danzare ancora.
E adesso esco, in volo.

Tutto quello che ho scritto qui  è giusto che ci sia, così come tutto quello che manca è giusto che non sia qui.

Un bacio, red.

Una giornata particolare

Giovanni Gerbi
Il Diavolo Rosso

4

Ora sulla strada c’è solo silenzio. E polvere. Si sta alzando una brezza, proveniente dal mare, che porta il profumo del salino fin sul valico, lo sospinge sulla cresta dei monti per farlo precipitare giù, fra i boschi dell’entroterra, rotolando come un sasso, come un blocco d’ardesia a spacco fino alla valle. All’ombra dei giovani pini Agostino e Mario stanno distesi in silenzio; aspettano il passaggio della corsa, immaginando il frastuono delle ammiraglie, dei direttori sportivi che incitano i corridori a voce altissima, perché costretti a mantenersi ad una certa distanza dai ciclisti a causa della troppa polvere che le loro automobili sollevano. Il cuore balza in petto al minimo rumore in lontananza: un volo di cavallette,  uno schiocco di merlo, tutto fa sì che i due amici si risveglino di colpo dal pesante torpore, che  li culla già da qualche minuto per la fatica ed il pranzo abbondante. Poco dopo le tre il silenzio è percorso da uno strano ronzio: il respiro pesante e sonoro dei due giovani, vinti dal caldo e dalla fatica. Respirano quasi all’unisono, distesi vicini; le gambe, eroiche protagoniste della durissima scalata, sono abbandonate in completo riposo, le scarpe slacciate, i visi arrossati dal sole. Una poiana sorvola la zona, che è il suo territorio di caccia. Lei sola è in grado di vedere i due corpi vicini, arresi al riposo e altri corpi, guizzanti e multicolori laggiù, dove la strada si perde oltre il costone del monte. Lei sola sente, acuta osservatrice, i respiri ritmati dei due e quegli altri, più affannati ma regolari, che si avvicinano e si confondono, vi si sovrappongono per un istante, prima di rotolare via, insieme alle ruote delle biciclette impolverate. La poiana sorvola con grandi cerchi concentrici il suo territorio di caccia; qualche auto, che passa sferragliando sul terreno leggermente sconnesso, non turba il silenzio del bosco e le prede, ignare, perseguono quiete lo scopo della sopravvivenza quotidiana. Nel sole che abbaglia, riflesso sul mare, la vita che passa somiglia a una musica: respiri ritmati, motori ritmati, rumore di sassi scalzati, accenni di voci trattenute dalla stretta caparbia dei denti, nelle mascelle tese, contratte per la fatica e la fierezza. Poi finalmente torna il silenzio, brulicante di vita furtiva. La poiana decide la preda e si lancia in picchiata, sicura, maestosa ed inesorabile; scompare nel folto degli alberi, oltre la costa del monte, per poi riemergere come da un mare verde, tremulo, risalendo in alto con la preda ben salda fra gli artigli. Lancia un grido acutissimo, che proclama il trionfo o forse annuncia a chi aspetta l’arrivo del pasto. Agostino riemerge anche lui dal suo sonno pesante e si siede di scatto, sfregando gli occhi impastati di polvere e sonno. Con la mano scuote l’amico, che mormora qualcosa fra le labbra screpolate. Sono seduti e svegli adesso; il cuore batte all’impazzata per il risveglio improvviso e innaturale e per un certo presentimento che nessuno dei due si decide ad ammettere. Improvviso, poco lontano, si sente un vociare cadenzato e un fruscio di strada sterrata e di sassi divelti. I due ragazzi balzano in piedi e scendono dal poggio come giovani lepri: dalla curva, vociando e incalzando, sopraggiunge un pastore col suo gregge di pecore, già private del vello. Ha un bastone di legno di nocciolo, sottile, e ogni tanto sospinge le pecore sfiorando loro i garretti con risoluta dolcezza. Agostino e Mario non riescono a muovere un solo passo e aspettano che il pastore passi loro davanti, per domandargli, non senza timore, notizie del Diavolo Rosso; ma il pastore non sa della corsa: ha salito la mulattiera del monte ed è sbucato sulla strada pochi metri più in là; non ne capisce di biciclette lui, né di diavoli di qualunque colore siano. Disorientati e straniti i due amici stanno per risalire sul poggio, per rinfrescarsi alla fonte, quando si sente arrivare da lontano un mezzo a motore. I due amici si guardano: un lampo di irriducibile speranza sciabola nei loro occhi, ormai spalancati. È una moto, ma questa volta poco importa la marca o il modello: i due si precipitano sulla strada: la moto procede avanzando veloce e non accenna a rallentare neppure in vista dei due giovani che agitano le braccia. Non si fermerà, lo capiscono. Allora Agostino domanda a gran voce:- Siete un battistrada? I corridori? A che punto è la corsa?- Il centauro, avvicinandosi, risponde e la sua voce si sente appena, confusa con quella del motore:- La corsa è passata già da un pezzo…i corridori sono andati…non c’è più nessuno…- e solleva una polvere densa, passando vicino ai ragazzi. – E il Gerbi? Il Diavolo Rosso? – domanda Agostino, con la voce strozzata dalla polvere e dalla delusione :- Si è ritirato trenta chilometri dopo la partenza…troppe cadute…ginocchia fasciate…- La scia di polvere della moto trascina con sé le ultime parole del centauro, mentre i due stanno fermi, interdetti, sul ciglio della strada nuovamente deserta. Su in alto, simile al grido acuto della poiana, si sente la voce incalzante del pastore, che sospinge le pecore verso la cima del monte. La brezza marina raduna piccole nuvole bianche sul ciglio dell’orizzonte; ogni tanto, come un uccello rapace, scende in picchiata lungo la costa dei monti e giocando insieme alla polvere cancella le tracce di un sogno impresse da ruote e pedali sulla terra battuta della strada.

Fine




3

Sono ormai quasi le due quando Agostino e Mario arrivano in cima alla lunga salita, ripida e tortuosa, che li ha portati fino al Passo del Bracco, l’antica  Aurelia. Girano a destra, verso Carrodano, alla ricerca di un posto lungo la strada che  consenta loro una buona visuale sul passaggio dei corridori. Poco distante dal punto in cui si sono immessi sull’Aurelia c’è una piccola fonte, subito sopra strada, all’ombra dei pini: la raggiungono raccogliendo le ultime forze. Abbandonano le biciclette ai piedi  del  poggio al di sopra del quale zampilla,  come un miraggio nel deserto,  un piccolo getto d’acqua freddissima: è piacevole lavare via la polvere e il sudore, sentendo la temperatura del corpo abbassarsi progressivamente.  – Secondo i miei calcoli – dice Mario, una volta sedutisi all’ombra  – i corridori dovrebbero passare da qui fra circa un’ora, un’ora e mezza al massimo – Agostino toglie il fazzoletto ormai fradicio che aveva usato come berretto e si distende sugli aghi di pino, appoggiandosi sui gomiti. I muscoli dei polpacci gli fanno male, i piedi anche. All’improvviso si sente in lontananza il rumore di un motore che si avvicina. Mario balza in piedi, fissando attentamente il punto più lontano che da quella posizione riesce a raggiungere con lo sguardo: la sagoma di una motocicletta si indovina nella densa cortina di una nuvola di polvere. – Belandi! È una Excelsior! – dice Mario con tono da intenditore. -  Cosa ne sai tu di che moto è quella! – esclama Agostino con aria dubbiosa, mollemente disteso nella stessa posizione di prima. – Mio cugino, che è andato a lavorare a Torino, mi ha parlato di questa moto – spiega Mario prontamente  e aggiunge con orgoglio – lui lavora nello stabilimento Della Ferrera, lui le moto le fa! – Agostino si alza a sua volta, un po’ riluttante ma incuriosito dall’entusiasmo dell’amico; la motocicletta si avvicina, rallenta, si ferma proprio davanti a loro. Uno dei due centauri scende, sollevando gli occhiali e spostandoli sulla fronte. Ha in mano una borraccia e si avvicina alla fontanella per fare rifornimento. – Salve, fate parte della carovana che accompagna il Giro? – chiede Mario senza indugio. Il centauro scopre i denti bianchissimi in un largo sorriso – Sì, facciamo da battistrada. Non solo noi. Dietro ci sono altre moto ed anche auto. Dietro… – e pronuncia quell’ultima parola con un sorriso malizioso, rivelando un certo orgoglio. – Bella moto! – esclama Agostino e fingendo una conoscenza che non possiede :- È una Excelsior?- aggiunge, mentre Mario lo fulmina con un’occhiata – No – risponde pacatamente il centauro, riempiendo la borraccia fino all’orlo, dopo aver versato un po’ d’acqua sugli occhi arrossati per il calore e la polvere – é una Della Ferrera, 300 cc, comando a doppio bilanciere – e intanto  scende dal poggio e risale sulla motocicletta – Belandi! – dice Mario quasi in un sussurro – capace che l’ha fatta mio cugino! – I due motociclisti ripartono prima che Agostino abbia il tempo di chiedere notizie dei corridori. I due amici tornano a sedersi all’ombra: il sole arroventa la strada come d’agosto, le cortecce dei pini crepitano come se ardessero in un braciere. Seduti al fresco cominciano a sentire i morsi della fame; hanno consumato tutte le energie disponibili in quella salita eroica sotto il sole e adesso il pensiero del minestrone dell’Amelia e di un bicchiere di vino prende decisamente il posto del grande Gerbi nel loro immaginario. Il vino, raffreddato sotto lo zampillo gelido della fontanella, è delizioso e scorre con la dovuta generosità; il minestrone è un sogno, un trofeo, vale ben più delle 25.000 lire che l’organizzatore Armando Cougnet ha promesso in premio al vincitore del Giro. Alle tre i rintocchi del campanile di Carrodano sono sovrastati dal passaggio di alcune automobili; i due giovani vorrebbero attirare l’attenzione degli occupanti, per chiedere notizie circa l’andamento della corsa e il tempo che manca al passaggio dei corridori, ma la polvere sollevata dagli pneumatici  sul fondo battuto del Bracco impedisce loro di vedere e di essere visti. Nel vortice bianco che si allontana solo una scritta è leggibile: Bianchi; l’ammiraglia del grande Gerbi è appena transitata sotto i loro occhi, allontanandosi come un miraggio e lasciando, a ricordo del già leggendario passaggio, solo l’impronta delle ruote sulla strada deserta.


Fine terza parte


2

Alle undici precise Mario ferma la bici sotto il pergolato, proprio davanti alla chiesa. Agostino lo raggiunge, con la sua pedalata inconfondibile; ha in testa un fazzoletto a righe, che ha annodato ai quattro angoli perché diventi un berretto: il sole picchia sulla polvere della strada e la fa brillare come fosse neve. In quel momento Don Bacigalupo esce dalla chiesa, la tonaca perfettamente abbottonata malgrado il caldo:- Buongiorno figlioli!- esordisce con la sua voce baritonale, imperiosa come quando commenta i Vangeli nell'omelia o canta l'Alleluia. I due ragazzi sorridono come bambini nel giorno della Prima Comunione:- Buon giorno padre!- Don Bacigalupo appoggia uno schiaffetto benevolo su quei visi che conosce molto bene,come fossero ancora i suoi chiericchetti di un tempo e chiede con aria paterna e vagamente indagatrice:- Come mai da queste parti?:- - I due ragazzi non nascondo l'entusiasmo:- Saliamo al Bracco in bici a vedere i corridori- rispondono, come se per tutta la mattina non avessero aspettato che quella domanda - se siamo fortunati potremo veder passare anche il Diavolo Rosso !-
-Come, come....andate a veder passare il diavolo?! :- Esclama il parroco, fingendo uno stupore che non prova: conosce bene il leggendario corridore e l'origine di quel soprannome così particolare; pare che Gerbi se lo sia giadagnato attraversando suo malgrado una processione, durante una fuga, nel bel mezzo di una corsa. Si dice sia stato proprio il sacerdote che guidava i fedeli in preghiera a definire così quella figura vestita di rosso, piombata all'improvviso sui presenti come una creatura infernale che avesse avuto l'ardire di disturbare col suo passaggio l'atmosfera mistica e compresa della processione. I due ragazzi ridono alle parole di Don Bacigalupo che, aggiunta qualche raccomandazione, si allontana sorridendo, non senza aver prima accarezzato il capo dei due giovani con un gesto che somiglia ad una benedizione. Agostino e Mario  non avrebbero mai osato chiedere al parroco di benedire quella che ritengono in tutto e per tutto un'impresa eroica, per questo quel gesto così istintivo e affettuoso ha per loro il valore di un viatico. Risalgono sulle biciclette con il cuore leggero, il campanile batte il quarto, la strada, impervia e tutta curve, li aspetta; nello zaino che Agostino porta sulle spalle c'è la gavetta con dentro il minestrone, una fiaschetta di vino, pane, salame e le raccomadazioni di quelli rimasti a casa. Dopo un paio di chilometri, mentre affrontano i tornanti in vista della Rossola, lo specchio di mare aperto alla loro sinistra è come una distesa d'acciaio fuso. Il riverbero del sole accende le guance dei due amici che ormai non sono più due ragazzi in cerca di una leggenda, ma due corridori veri, due gregari, disposti per natura e per carattere a sputare il sangue sulla strada, a lasciare l'ultimo respiro nella polvere per poi risollevarsi e continuare a pedalare e salire, salire, fino all'arrivo. Quando giungono all'altezza di Bonassola è già passata un'ora, sessanta minuti di sofferenza sotto il sole di mezzogiorno. I pantaloni che Mario ha tagliato per ricavarne dei calzonicini corti sono passati dal nero originario ad un'indefinita sfumatura di grigio, per la polvere e per il sudore che li intride e li fa appiccicare alle cosce. Agostino sente la fatica scendergli in rivoli dai capelli lungo tutto il corpo e i muscoli delle braccia indolenzirsi, per la contrazione provocata dalla posizione con cui cerca di assecondare i tornanti in salita e per via dei venti chili di peso della bici. Il rapporto che hanno deciso di impostare prima di partire è quello giusto. Mentre arrancano sotto il sole, i due amici scambiano brevi occhiate d'intesa e di soddisfazione; la fatica, che aveva soppiantato l'entusiasmo iniziale, lascia a sua volta il posto ad una condizione psicofisica ideale: i due sembrano non avvertire più la stanchezza, pedalano con un ritmo costante, fluido, accompagnando le bici sul terreno accidentato, assecondando la sinuosità della salita. Il silenzio è appena disturbato dal canto delle cicale, nascoste nei cespugli di ginestra e di elicriso. Le cortecce dei pini scricchiolano al calore del sole, lasciando che un profumo intenso di resina si liberi nell'aria. Il respiro ritmato dei due accompagna le pedalate sicure; l'unico timore, che cercano di esorcizzare non pensandoci, è la possibilità di una foratura: hanno solo una camera d'aria di ricambio, che Mario porta incrociata sulle spalle, come fanno i veri corridori. Nessuno lungo la strada saluta  il loro passaggio: solo una poiana, che sorvola la zona disegnando ampi cerchi con le ali spiegate, sembra intenzionata a seguire a debita distanza la loro scalata alle pendici del Bracco: la corsa silenziosa di due gregari in fuga, in cerca del proprio capitano.

Fine seconda parte

martedì 15 maggio 2012

Una giornata particolare

Photo Miguelsolaris


1

Oggi è il 25 maggio 1909: Agostino scende dal letto veloce come un gatto, mentre il gallo conclude con un acuto troppo ardito la sua cantata mattutina. Il sole tra poco salirà all’orizzonte; Agostino apre gli scuri della finestra e guarda fuori, sono le cinque del mattino. Lontano da qui, a Firenze, la sesta tappa del primo Giro d’Italia è appena cominciata. Dal caruggio arrivano i suoni del paese che si sveglia: cigolio di carretti e l’ovattato calpestio degli zoccoli dei muli sul selciato. Dal piano di sotto l’Amelia chiama, con la sua voce potente e limpida, la stessa di quando era ragazza. Il caffé è pronto e il suo aroma si spande dal pentolino di alluminio e raggiunge ogni angolo della casa, trascinando con sé il profumo del latte caldo e del pane appena tagliato. Michele, il fratello maggiore di Agostino, prende il fagotto con il pranzo che l’Amelia sua madre gli ha preparato ed esce di casa per andare al lavoro; tornerà a sera, con la bicicletta. Prima di uscire di casa finta un uppercut a suo fratello Agostino e dice, scoprendo i denti bianchissimi :- Allua figgieu*, oggi è il gran giorno! Mi raccomando: occhi aperti e bocca chiusa, se non volete mangiare la polvere! E salutatemi il Diavolo Rosso! – Agostino ride, chiudendo gli occhi ancora pieni di sonno poi, ricambiando la finta di pugilato con una serie di colpi non proprio regolamentari accompagna il fratello alla porta. Fuori è ormai giorno. Dal fondo del caruggio arriva Mario, pedalando curvo sulla bici come un velocista che effettui una volata. Si ferma esattamente davanti ai due fratelli, con un forte stridere di freni. :- Belandi* Mario, e dacci un po’ di olio a quei freni! – e Michele si allontana con agili pedalate, fischiettando. :- Allora ci vediamo alle undici- dice Mario, rivolgendo ad Agostino uno sguardo d’intesa. L’idea di salire al Bracco per aspettare il passaggio del Giro d’Italia e del Diavolo Rosso è sua; Agostino sulle prime non ne voleva sapere: troppe difficoltà, troppe incognite :- Ma come facciamo a sapere a che ora passa il Giro? E se arriviamo su  che è già passato? – ma le ragioni di Mario lo avevano ben presto convinto, prima fra tutte la possibilità di veder sfrecciare il grande “Diau” nella sua tenuta rossa, saldamente a cavallo della Bianchi con cui si era coperto di gloria al Giro di Lombardia, quattro anni prima. Grande Gerbi! I due amici si salutano in fretta, prima della salita al Bracco c’è da lavorare. Agostino rientra in casa e finisce di bere il caffè che sua madre gli ha tenuto in caldo, sulla stufa; poi, afferrata al volo una camicia, si avvia verso il cortile e quasi travolge l’Amelia che sta rientrando in casa con un cestino pieno di verdura fresca. Fra poco preparerà il minestrone, lasciandolo cuocere a lungo. Poi lo metterà in un grande piatto perchè sia ben freddo quando i suoi torneranno dai campi a mezzogiorno, accaldati dal sole quasi estivo. Anche Agostino e Mario mangeranno il minestrone dell’Amelia, magari seduti al fresco sotto gli alberi, aspettando di veder spuntare da lontano Giovanni Gerbi, il Diavolo Rosso, rosso come un fulmine improvviso nella polvere bianca della strada.

*Allua figgieu: allora ragazzi
*Belandi: caspita


fine prima parte

domenica 13 maggio 2012

...pane appena cotto e un prato sotto il sole.

Istituto Professionale per l'Agricoltura 
e l'Ambiente "Cettolini" Cagliari, Sardegna
Photo by Giancarlo Dessi
 

Il fuoco di legna è una parte molto importante della mia quotidianità. Non posso concepire la mia vita senza questo elemento. Credo dipenda dal fatto che sono cresciuta con esso. Per vari motivi ho sempre vissuto accanto ad un fuoco acceso, imparando ad amarlo profondamente. C'è un forno, nella parte più remota del giardino intorno alla casa di mio padre, che lui stesso ha costruito moltissimi anni fa; c'è sempre stata una grande stufa, con la sua piastra incandescente ed accogliente per una miriade di tegami, pentole e tegamini davanti alla quale ho imparato, aspettato, condiviso. I miei ricordi più belli, non solo legati all'infanzia, ruotano intorno al fuoco: mia madre, una volta sposata, chiese a mio padre di costruire al piano seminterrato della casa una cucina rustica, spartana, in cui mantenere viva la sua maniera di prepare il cibo. Il sabato sera, estate e inverno, malgrado non ci fosse un accesso interno alla casa, scendevamo in quella cucina, tutt'ora esistente, e mia madre preparava il sugo di porcini, la cima, i ravioli, per il pranzo della domenica. Era tutto uno sfrigolare di olio e cipolla, un sobbollire di pentole, accompagnato dal crepitio della legna di erica, asciutta e aromatica. Mia madre preparava i ravioli con una tecnica che per me era davero divertente da osservare: stendeva una grande sfoglia tonda, che ricopriva interamente con un ripieno fatto con foglie di borragine, uova, parmigiano e maggiorana. Ricopriva la sfoglia con un'altra identica, facendo aderire bene il bordo e assicurandosi che non rimanesse aria fra le due sfoglie. A quel punto prendeva un piatto dal bordo liscio e sottile e partendo da un punto del perimetro cominciava a tracciare solchi paralleli sulla sfoglia ripiena, facendo rotolare il piatto fra le mani, come il volante di un'auto durante una manovra. Poi ricavava altri solchi, perpendicolari ai precedenti, convincendo il ripieno a radunarsi in quadrati gonfi e verde scuro in trasparenza, che poi ritagliava  ripercorrendo i solchi fatti dal piatto con una rotella dentata, che liberava da quella distesa geometrica bellissimi ravioli dai bordi frastagliati, simili fra loro ma non perfettamente uguali; la loro asimmetria rendeva la vista di un piatto colmo di queste delizie piacevolissima, anche dal punto di vista estetico. Credo di aver conosciuto così, per la prima volta, l'importanza della diversità, dell'imprecisione nel raggiungimento della perfetta armonia formale. Quando i ravioli erano pronti, separati con gesti rapidissimi, dolci ma decisi, dalle dita infarinate di mia madre, io ne prendevo alcuni, quelli dalle forme decisamente diverse, quelli vicino ai bordi; li appoggiavo su un punto non troppo caldo della piasta della stufa e mi sedevo vicinissima a guardare. Un profumo particolare, indescrivibile, si liberava dalla sfoglia a contatto con la piastra: un misto di pane appena cotto e di prato sotto il sole. Allora giravo sottosopra i ravioli con le dita, senza temere di bruciarmi; sapevo che avrei scottato anche le labbra, anche la lingua assaporando, senza aspettare un secondo, quel bocconcino che ritenevo di aver atteso anche troppo a lungo.

"...penso poesie non scritte..."

Marc Chagall   Il sogno del poeta

Il sogno di Chagall

Mi sono svegliato all'improvviso, con negli occhi
il vago premonimento dell'alba
di una precoce primavera spazzata dal libeccio.
Subitanei, alla limpida mente, i brandelli
del sogno cancellano le tetre ombre della lunga notte.
Una visione onirica di mille e mille turbamenti,
- Le plafond de l'Opera - un'emozione d'innocenza
infinita, ed io ero là, nell'arena degli acrobati, mentre la
ballerina pagliaccio piroettava ammiccante tra il cigno
e il lupo, al suono del violoncello brioso.
Ero là, in quella notturna luce, tra i lillà del selvatico,
accanto alla mia languida amata, al tenue raggio
che imbiancava le coppe dei seni, in quell'aroma dolciastro,
mentre un culo alabastrino s'innalzava come catena
di monti innevati, alla lingua e al bacio del desiderio.
- Et demain? demain? où nous serons ma chérie?
Qu'il en de nous sera? -


Carlo Groppi


dalla Raccolta 
Viandante nella memoria
poesie e prose
2012



" ...tutto ciò che ho scritto è affidato alla forza o alla debolezza, forse alla mitezza, della parola, essa sola capace di suscitare un moto d'immersione interiore. Quando confesso che scrivo poesie, o che penso poesie non scritte (non dicendo che senza la poesia non potrei vivere), noto quasi sempre nei miei interlocutori un moto d'ironia, eccone un altro dei perditempo...infatti a me le poesie non sgorgano come sorgente perenne e copiosa d'acque purissime, già pronte per essere imbottigliate come "minerali", ma si aggregano intorno ad una parola, tre o quattro parole, e si formano e si completano attraverso una depurazione lunghissima, credo mai portata al limite estremo della purezza, attraverso un "lavoro", nella solitudine e nell'ansia di "partecipare alla vita di tutti". 

Da "Domande e riflessioni: sulla parola e sull'essere poeta", Carlo Groppi


Grazie Karl, per la meraviglia dei tuoi pensieri. Questa pagina per abbracciarti.



Per richiedere la Raccolta Viandante nella memoria inviare la richiesta a Carlo Groppi karl38cg@libero.it

venerdì 11 maggio 2012

Ogni cultura ha la sua pietra, che cade e rimbalza, si spacca e risuona sotto i passi con una propria voce. Così è per la pietra, canto della terra e per la lingua, canto dell'uomo.

La Lingua Corsa (1)

 
Ensemble Polifonico Corso

Uomini come idee

Il Giudizio Universale (Particolare)


Mi sto avvicinando a Plotino. Ho sfiorato il suo nome e forse la sua dottrina moltissimo tempo fa, senza mai compiere il passo che mi avrebbe portato a farne la conoscenza. Adoro lasciarmi andare nel mare della scienza. È un privilegio del tutto umano, scivolare con la mente sufficientemente sgombra sulle onde delle pagine dei libri, o di quelle della rete, come una nave da carico pronta a fermarsi al porto più attraente, per riempire la stiva di meraviglie. Non possiedo sempre le basi per comprendere i tesori di cui faccio scorta, ma non avverto in questo un limite; l'ignoranza non è paralisi o stasi per me, al contrario è energia dinamica, potentissima. Quando so di non sapere, sento subentrare un desiderio di conoscenza, intenso e già di per sé appagante di molti altri piccoli bisogni esistenziali. Lo seguo, spesso alla cieca e provo la dolcezza del contatto con qualcosa che so essere buono, pur non vedendolo. Da ragazza questo percorso di avvicinamento alle cose sconosciute, alla conoscenza in genere, era quasi sempre disturbato dalla troppa fame della stessa. Non riuscivo a mantenere la mente libera, ritrovandomi anzi alle prese con un sovraffollamento di pensieri, di idee, di spunti: migliaia di bivii davanti a me e l'incapacità di dare un ordine alle scelte. Crescendo le cose sono migliorate, per fortuna. Ah sì...Plotino. Sono affascinata, catturata dal concetto di Intelletto espresso dalla sua dottrina. Sto imparando come essa dichiari l'esistenza di un essere, un esistente, chiamato Uno, trascendente al tutto, precedente al tutto. È così ricco, così pieno, da traboccare ed uscire fuori da sé e questa sua estasi, questa sua uscita da sé stesso, genera l'Intelletto. L'Uno si sdoppia e nel farlo contempla sè stesso...dando origine all' Intelletto. Le idee, per Plotino, sono soggetti di pensiero, come dire ulteriori entità, infiniti modi di manifestarsi dell'Intelletto stesso. Egli lo paragona alla luce, che rivela sé stessa nell'istante in cui illumina ciò che è intorno. Come il lampo di un'intuizione. Non posso impedire alla mia mente presuntuosa e pasticciona, di giocare con questo concetto, nuovo per essa eppure così familiare. Non posso fare a meno di sorridere pensando all'Uno come Dio, all'Intelletto come Umanità, agli uomini come idee, soggetti di pensiero diversi e uguali a ciò che li contiene e che è a sua volta generato dal traboccare generoso dell'Assoluto. L'Uomo come Intuizione. L'Uomo che rivela sé stesso nell'istante in cui illumina  con la propria ragione ciò che ha intorno. Bello pasticciare.

giovedì 10 maggio 2012

La visione interiore...a quest'ora.

(Particolare) Conservato presso il

Sto per preparare la cena. Questa sera sarà particolarmente piacevole, perchè mi accingo a farlo con la mente occupata da un pensiero così accattivante da coinvolgermi interamente. Triterò lo scalogno senza perdere neppure una molecola del suo penetrante profumo e il rosso dei pomodorini saetterà nel tegame dorato d'olio come una pennellata di Poussin!
Preparerò la cena rimuginando sulla visione interiore. Mi capita sempre più spesso di pensare che la rete sia un'occasione importante per sperimentare la mia visone interiore. In molti modi. I rapporti umani che sono nati, che hanno preso forma grazie al mio spazio in rete, hanno molto a che vedere con la visione interiore della bellezza. Le parole scritte, che le persone lasciano alla deriva del web, sono a volte visioni autentiche, reali. Quando poi le persone diventano voci, la visione si allarga, si espande, incredibilmente. Forse riesco a godere della bellezza racchiusa in un dipinto perchè esso è muto? Ed è forse per questo che posso ammirare la bellezza di una personalità ascoltandone la voce senza vederne l'aspetto? La bellezza. la visione di essa, passa per una mancanza, un'imperfezione della percezione che costringe ad aprire altri occhi, altre orecchie...? Ed è possibile riprodurre lo stesso meccanismo in presenza di qualcosa che sia interamente percettibile da tutti i sensi? Vado a preparare la cena.

Quattro Stagioni in soggettiva (sette) Primavera

(Particolare)
Conservato presso la


    Giunt' è la Primavera e festosetti
    La Salutan gl' Augei con lieto canto,
    E i fonti allo Spirar de' Zeffiretti
    Con dolce mormorio Scorrono intanto:
    Vengon' coprendo l'aer di nero amanto
    E Lampi, e tuoni ad annuntiarla eletti
    Indi tacendo questi, gl' Augelletti;
    Tornan' di nuovo al lor canoro incanto.


Antonio Vivaldi Il Cimento dell'Armonia e dell'Inventione
Concerto n°1 in mi maggiore RV269
per violino, archi e clavicembalo
La Primavera (primo movimento Allegro)
Anne Sophie Mutter  violino
Herbert Von Karajan 
clavicembalo e direzione musicale
dmst62

domenica 6 maggio 2012

"...painting their black silhouettes on an open sky..."

Photo by Ildar Sagdejev
Thank you Mr Sagdejev for your extreme courtesy 
 sharing this splendid image.


The Journey

Above the mountains
the geese turn into
the light again

painting their
black silhouettes
on an open sky.

Sometimes everything
has to be
enscribed across
the heavens

so you can find
the one line
already written
inside you.

Sometimes it takes
a great sky
to find that

small, bright
and indescribable
wedge of freedom
in your own heart.

Sometimes with
the bones of the black
sticks left when the fire
has gone out
                                 
someone has written
something new
in the ashes
of your life.

You are not leaving.
Even as the light
fades quickly.
You are arriving.

David White

da The House of Belonging
©1996 Many Rivers Press



David White recita "The Journey"
PiperTrustAZ 

Il Viaggio

Oltre le montagne
le oche virano verso
la luce ancora

dipingendo le loro
nere sagome
nel cielo aperto.

Talvolta tutto
deve essere
iscritto attraverso
i cieli

perché tu possa trovare
quella riga
già scritta
dentro di te.

Talvolta ci vuole
un cielo immenso
per scoprire quel

piccolo, luminoso
e indescrivibile
spicchio di libertà
nel tuo proprio cuore.

Talvolta con
i resti dei neri
stecchi rimasti quando il fuoco
si è spento

qualcuno ha scritto
qualcosa di nuovo
nella cenere
della tua vita.

Tu non stai partendo.
Neppure mentre la luce
si affievolisce rapida.
Tu stai arrivando.

traduzione red

martedì 1 maggio 2012

Un dettaglio

(Particolare) Conservato presso


Una mano con gesto lieve, angelico, illustra ad un musicista l'armonia di uno spartito. L'angelo ha sul viso l'espressione decisa e benevola di un maestro e dalle sue labbra socchiuse sembra uscire, insieme al respiro, la musica stessa che la mano traccia nell'aria. Il musico, sorpreso, meravigliato, come fosse arrivato di corsa, trafelato, chiamato all'improvviso a quel compito nobile e delicato, rivolge lo sguardo sulle pagine con una tale intensità da trasmettere un impercettibile eppure vivissimo movimento delle pupille. Sa che fra poco suonerà, esattamente come gli viene spiegato; si fida ciecamente di questa mano che accenna invisibili battute e rapito nell'ascolto assapora la gioia di apprendere, prima ancora di esprimere quella del suonare. Questa scena, così intima eppure solenne, è la più bella rappresentazione pittorica che io abbia mai visto del percorso che ogni essere umano compie alla ricerca di sé stesso. Potrei essere io quel musico? Sono capace di provare la stessa sorpresa, lo stesso stupore di fronte al mio spartito? Mi piace leggere così questa scena: una voce misteriosa sussurra all'orecchio di un essere umano la struttura armonica della sua anima, dello spirito, della mente e del corpo. Sta scritta in uno spartito che l'uomo regge con la mano, di cui conosce l'esistenza ma del cui contenuto non comprende fino in fondo l'armonia. Lo spartito ha la forma di un libro, aperto a metà alla pagina giusta, doppia, speculare: su un foglio la misteriosa armonia, sull'altro la trascrizione umana e personale, incerta, immatura. La mano che insegna, la voce che spiega, appartengono ad una creatura invisibile, celeste. Mi piace pensare che sia l'Amore. Quando chi mi ama mi parla di me, semplicemente permettendomi di vedermi chiaramente riflessa nella sua umanità, ecco che la voce diventa udibile, la mano nel suo lieve ondeggiare percorre l'armonia dello spartito ed io, senza alcun timore, scopro un po' di più chi sono. Allora accade che il frastuono confuso che risuona così spesso in me diventi una musica leggibile, armoniosa e logica, di cui comprendo la natura; la comprensione però non esclude lo stupore: mi meraviglio della bellezza e del senso che improvvisamente assume ogni nota, anche la più cupa, anche la più stridente. Credo che il bisogno d'Amore che è proprio di tutti gli esseri umani dipenda proprio da questo: dalla necessità di specchiarsi nell'amore altrui, per ascoltarsi in quella voce, conoscersi nel gesto della mano che batte il tempo, leggere il proprio spartito con stupore e meraviglia e, seguendone l'armonia, vivere.