lunedì 28 novembre 2011

Nell'aria...Rossini...

Conservato presso la Galleria degli Uffizi Firenze 


Passarono quasi tre anni da quella sera. Tre anni durante i quali Rossini se ne rimase nascosto, tenuto in disparte, in attesa. Alla fine dell'inverno del 1995, insieme ad un caro amico, comiciammo a pensare seriamente di iniziare a percorrere, da assoluti profani, la strada dell'Opera Rossiniana. Blake, con la sua folgorante interpretazione, aveva lasciato in noi un desiderio di scoperta; e fu davvero con questo spirito che venimmo a conoscenza del Festival Rossiniano per eccellenza. Pesaro...Non ero mai stata in quella città, né ad Urbino. Le Marche erano per me un altrove molto lontano, segnato fortemente dal profilo decisamente particolare del Duca d'Urbino, Federico da Montefeltro, ritratto sullo sfondo dei suoi dolci colli dal talento di Piero della Francesca. Ross, il nostro caro amico, raccolse più informazioni possibili sul Festival: scoprimmo così che si svolgeva ogni anno in agosto e che prevedeva la messa in scena di tre produzioni distribuite in varie sedi nella a noi sconosciuta Pesaro. Scoprimmo inoltre, con estremo piacere, che la rappresentazione in programma al Teatro Rossini, "Zelmira", avrebbe visto la partecipazione di Rockwell Blake nel ruolo di Ilo. Ross procedette alla prenotazione dei posti e alla ricerca di un buon albergo; cercammo inutilmente un'edizione di Zelmira, opera a noi completamente sconosciuta, ma riuscimmo a trovare l'aria "Terra amica", che Ilo canta nel primo atto. Era una registrazione di una performance di Blake ed era una meraviglia, un'autentica meraviglia. Ascoltammo quella splendida interpretazione incessantemente, per tutto il tempo che precedette l'inizio di agosto. Poi cominciarono i preparativi al nostro viaggio. Dalla deviazione per Parma e per tutta la A14 fino a Cattolica conservammo intatta l'attesa di poter ascoltare quello straordinario tenore. I monti della Cisa lasciavano il posto alla pianura sconfinata: Pesaro ci aspettava, laggiù, sulla riva di un mare gentile, misteriosa eppure accogliente come una Terra amica....." ove respira......la consorte e il figlio amato...."e noi sentivamo ormai  farsi più nitide, nel dolce susseguirsi delle colline in lontananza, le note vibranti del Bel Canto Rossiniano.

(continua.....)


Gioacchino Rossini   Zelmira
"Terra amica" cavatina di Ilo
Rockwell Blake   tenore

giovedì 24 novembre 2011

Crescendo Rossiniano

Conservato presso la Galleria di Palazzo Pitti 
Firenze

Ogni volta che ripenso ad un viaggio che ho fatto, di qualunque tipo esso sia, non posso fare a meno di chiedermi da dove è iniziato. E' una riflessione abbastanza recente, fattasi strada forse in coincidenza con il mio ultimo trasloco. Prima di questo, infatti, i miei viaggi avevano sempre, come inequivocabili riferimenti una località di partenza ed una di destinazione. Un orario di partenza e uno di arrivo. Ma l'ultimo trasloco ha cambiato molte cose e fra queste anche la mia attenzione ai dettagli che sono la cornice, più o meno percepita, di un viaggio. Posso così affermare, senza alcun dubbio, che il mio viaggio verso Pesaro, alla ricerca della più autentica atmosfera Rossiniana, è iniziato nell'inverno del 1992. Questa data è molto importante per me; è un vero spartiacque fra due modi di sentire l'Opera, di goderne la bellezza; segna l'istante preciso in cui ho dichiarato il mio amore incondizionato ed eterno all'Opera Buffa e a Rossini. Prima di quel pomeriggio d'inverno del 1992, l'Opera per me era un universo affascinante, nel quale mi muovevo un po' alla cieca, cambiando direzione per istinto. Conoscevo le Opere principali di Verdi, Donizetti, Rossini, ma avevo di tutte una percezione letteraria. Non avevo mai assitito ad una rappresentazione in teatro, Violetta era soprattutto un personaggio femminile dalla vita tormentata e il Barbiere di Siviglia cantava solo la sua cavatina. Poi.........(e qui prego chiunque legga di sentire la solennità del momento) venne quel freddo pomeriggio del 1992. Che fosse una giornata freddissima lo ricordo perché, contrariamente agli altri pomeriggi di festa, decisi di rimanere a casa. Dopo pranzo vennero a trovarmi alcuni amici carissimi e trascorremmo il pomeriggio  chiacchierando. Ricordo che la tv era accesa e all'improvviso si fece silenzio: sullo schermo stava svolgendosi la vicenda amorosa della bella Rosina, del suo Conte sotto mentite spoglie e di un Barbiere sivigliano davvero intraprendente.  Era un allestimento del Barbiere di Siviglia a cura del Teatro Regio di Torino, del 1991: Raquel Pierotti e Bruno Pola vestivano i panni della bella Rosina e di Figaro.

Raquel Pierotti   Bruno Pola
        (Rosina)      (Figaro)     
Il Barbiere di Siviglia
Torino, Teatro Regio, 1991

Il Conte d'Almaviva alias Lindoro era uno stupefacente tenore americano, Rockwell Blake, che non avremmo più abbandonato....Il tutore, Don Bartolo, era interpretato da un eccellente Enzo Dara. Fu una folgorazione. Buio in sal....otto e silenzio assoluto. Quello che ci rapì e costrinse a rimanere inchiodati davanti allo schermo, noi frequentatori di discoteche, tutt'altro che melomani, furono le disavventure tragicomiche dei protagonisti della storia, la bravura degli interpreti, la luminosità dorata delle scene, l'atteggiamento divertito e rilassato dei cantanti e soprattutto lui.........Rockwell Blake. 
Ecco: il mio viaggio verso Pesaro cominciò proprio quel pomeriggio, dal divano del mio  confortevole salotto in penombra, catturata da Rossini per sempre; innamorata di Rossini......in crescendo........

Fine Atto Primo, Sipario!

Dedicated to my dear friend Daniel

lunedì 21 novembre 2011

"...i colori antichi del sangue e dell'oro "



















Carbonciolo

Carbonciolo è una casa lontana
oltre il bosco, sulla petrosa brughiera
dove la sera scende lenta e il mare
ha i colori antichi del sangue e dell'oro.


Carbonciolo è un rudere assediato
dal biancospino che tarda la primavera a fiorire
e tra i rami del pero selvatico
sibila il freddo vento marino.


Carbonciolo è il mito, è il destino,
è la fuga, la veglia, la notte stellata,
il fuoco che con lingue ardite
s'avventa nel camino; è il nonno
che porta pannocchie ai bambini,
la trebbia, il meriggio,


la sorgente nel fosso selvaggio,
il maggio fiorito, l'amata
fanciulla dagli occhi maliziosi,
il dormire da piedi nella stanza dipinta,
la sorella l'amico la madre giovane e forte
che ti dà caldi baci e poi viene il sonno
breve e dolcissimo senza paura di morte.


Carbonciolo è un segreto e un rimpianto:
canzone desiderio speranza
là, oltre il bosco dove mai tu andrai
tu che mi ami e non sai chi sono.

Carlo Groppi 


 
Richard Wagner   Lohengrin  ( Ouverture )
Herbert Von Karajan

venerdì 18 novembre 2011

"...errare, tra le stelle, in una stella."

Conservato presso il Kröller - Müller Museum


Mentre pensavo, e già sentìa, sul ciglio del fosso, nella siepe,
oltre un filare di viti, dietro un grande olmo,
un bisbiglio truce, un lampo, uno scoppio...
ecco scoppiare e brillare, cadere, esser caduto,
dall'infinito tremolìo stellare,
un globo d'oro, che si tuffò muto nelle campagne,
come in nebbie vane, vano;
ed illuminò nel suo minuto
siepi, solchi, capanne, e le fiumane erranti al buio,
e gruppi di foreste, e bianchi ammassi di città lontane.
Gridai, rapito sopra me: Vedeste?

Ma non v'era che il cielo alto e sereno.
Non ombra d'uomo, non rumor di péste.
Cielo, e non altro: il cupo cielo, pieno di grandi stelle;
il cielo, in cui sommerso mi parve quanto mi parea terreno.

E la Terra sentii nell'Universo.
Sentii, fremendo, ch'è del cielo anch'ella.
E mi vidi quaggiù piccolo e sperso errare, tra le stelle, in una stella.

Giovanni Pascoli


Frammento da "Il bolide"
Dalla Raccolta  Canti di Castelvecchio (1896/1903)

giovedì 17 novembre 2011

" Di ogni viaggio lontano da te sei la meta..."

Particolare dagli affreschi della Cappella dei Magi

Questa mattina ho visto, nella luce di due occhi grandi e neri, tutta la strada percorsa.....tutta quella ancora da fare.


Lorenzo Cherubini  Nabil Salameh
Stella cometa
lorenzojovanotti

mercoledì 16 novembre 2011

La gioia di imparare

Ecco la risposta alla mia richiesta di aiuto:
la parola corretta, alla quintultima riga della poesia "La memoria en las manos" di Pedro Salinas, è "casarse" cioè sposarsi.

"Fra mani cieche
che non possono sapere. La cui unica fede
sta nell'esser buone, nel fare carezze
senza sposarsi, per vedere se così si conquistano,
quando già il capo amato torna
a vivere di nuovo sulle sue spalle,
e sembra che nulla rimanga loro fra le palme,
il premio di non essere mai vuote."

La spiegazione mi è stata fornita con amorevole premura da un carissimo amico, vero custode di parole, che ringrazio e abbraccio con tutto il cuore. Da lui ho appreso e compreso la sfumatura bellissima di questa parola in tale contesto: il poeta sottolinea la diferenza fra l'amore coniugale e quello  non suggellato dall'anello nuziale. Questa sfumatura, che non ho saputo cogliere malgrado avessi tradotto correttamente la prima volta, mi era stata suggerita quasi subito da una persona la cui sensibilità, così profonda da lasciarmi il cuore pieno di meraviglia, si esprime in versi di splendida intensità. A questa persona, gentile e preziosa, dedico la gioia inestimabile della mia piccola scoperta.

domenica 13 novembre 2011

Note di moderato ottimismo.....

 Michelangelo Buonarroti   Affreschi della Cappella Sistina



Wolfgang Amadeus Mozart
Concerto per clarinetto in La maggiore K622
terzo movimento "Rondò allegro"
Martin Fröst

mercoledì 9 novembre 2011

... nelle mani resta il ricordo di ciò che hanno tenuto.......

Conservato presso la Royal Collection, Wndsor Castle


La memoria nelle mani

Oggi sono le mani la memoria.
L'anima non si ricorda, è dolente
di tanto ricordare. Però nelle mani
resta il ricordo di ciò che hanno tenuto.

Ricordo di una pietra
che era accanto a un ruscello
e che raccogliemmo distrattamente
senza renderci conto della nostra sorte.
Però il suo peso ruvido,
 ci fa sentire che finalmente abbiamo colto
il frutto più bello di ogni tempo.
Di tempo sa
il peso di una pietra tra le mani.
In una pietra sta la pazienza del mondo, maturata con calma.
Incalcolabile somma
di giorni e di notti, sole ed acqua
quella che costò questa forma ottusa e dura
che accarezzare non sa e tanto fa compagnia
 con il suo solo peso, inspiegabilmente.
Se ne stette sempre quieta,
senza andarsela a cercare, serrata
in una volontà densa e costante
di non volare come la farfalla,
di non esser bella, come il giglio,
per preservare dall'invidia la sua purezza.
Quanti sottili gigli, quante esili
libellule son morti, lì, accanto
di tanto correre incontro alla primavera!
Essa seppe aspettare senza chiedere niente
di più dell'eternità del suo puro essere.
Per aver rinunciato al petalo, e al volo,
è viva e mi insegna
che un amore deve starsene probabilmente quieto, molto quieto,
lasciare le ali posticce della fretta,
e vincere così la propria morte.


Pure ricordano esse, le mie mani,
d'aver tenuto una testa amata tra le loro palme.
Niente di più misterioso a questo mondo.
Le dita riconoscono i capelli
lentamente, uno ad uno, come fogli
di calendario: sono ricordi
di altrettanti, pure innumerevoli
giorni felici
docili all'amore che li rivive.
Però al toccare la forma inesorabile
che dietro la carne ci si oppone
le palme si ritrovano cieche.
Non sono carezze, no, ciò che ripetono
passando e ripassando sopra l'osso:
sono domande senza fine, sono infinite
angustie fattesi palpazioni ardenti.
E non risponde loro affatto: un dubbio
che tutto fuoriesca e se ne fugga da noi
quando fra le nostre mani lo opprimiamo
ci assale dal calore di quella fronte.
Il capo si abbandona. E' la consegna assoluta?
Il peso nelle nostre mani lo insinua,
lo credono le dita,
e vogliono convincersene: toccano, toccano.
Però una voce ignota oltre la fronte,
-la nostra fronte o la sua?-
ci dice che il mistero più lontano,
poichè si trova lì così vicino, non si tocca
con la carne mortale con cui cerchiamo
lì, in punta di dita,
la presenza invisibile.
Avendo una testa in tal modo presa
nulla si sa, nulla,
salvo che sta il futuro decidendo
la nostra vita o la nostra morte
appresso a quelle dita ingannate
dalla bellezza di ciò che sostengono.
Fra mani cieche
che non possono sapere. La cui unica fede
sta nell'esser buone, nel fare carezze
senza stancarsi, per vedere se così si conquistano,
quando già il capo amato torna
a vivere di nuovo sulle sue spalle,
e sembra che nulla rimanga loro fra le palme,
il premio di non essere mai vuote.

Pedro Salinas 


Il testo in lingua originale
 si può trovare nella Biblioteca Digital Ciudad Seva
Tradotta con passione
e sprezzo della sintassi
da Red

Potete aiutarmi per favore?

Il Testo che ho utilizzato per la traduzione riporta nella quintultima riga la parola "casarse", che ho inizialmente tradotto con "sposarsi". Non trovando però un senso logico in questa parola inserita così, ho pensato che la versione originale possa presentare un errore di stampa: "casarse" al posto di "cansarse", che significa stancarsi e che calza a pennello con il senso della frase e dei versi. Lascio questa nota nella speranza che qualcuno sia in grado di scrivere qui quale sia la parola giusta; sarei davvero felice di poter ringraziare questa persona e risolvere così il mio dubbio. Nel frattempo, con estremo rispetto per l'Autore, mi permetto di correggere la parola nella mia traduzione.

¿Podéis ayudarme por favor?

El Texto que he utilizado por la traducción reconduce en el quintultima raya la palabra "casarse", que he traducido con "sposarsi" inicialmente. No encontrando pero así un sentido lógico en esta palabra integrada, he pensado que la versión original puede presentar una errata de imprenta:  "casarse" al sitio de "cansarse",  que viene de perillas con el sentido de la frase y los versos. Dejo este nota en la esperanza que alguien esté capaz de escribir aquí cual sea la palabra justa;  sería de veras feliz de poder agradecer a esta persona y solucionar así mi duda. En el ínterin, con extremo respeto para el Autor, me permito de corregir la palabra en mi traducción.

sabato 5 novembre 2011

Quattro stagioni in soggettiva (due) Autunno



Fa' ch' ogn' uno tralasci e balli e canti   
L'aria che temperata dà piacere,  
E la Stagion ch' invita tanti e tanti  
D' un dolcissimo Sonno al bel godere.

 
 Antonio Vivaldi  Il Cimento dell'Armonia e dell'Inventione
Concerto n°3 in fa maggiore  "L'Autunno"
Secondo movimento   Adagio molto
Fabio Biondi con Europa Galante

martedì 1 novembre 2011

Il Gusto del Colore




Del verde...e del marrone

Il dolce suono del setaccio, che trasforma i grumi della farina di castagne in una polvere finissima, è la musica che apre la strada ad uno dei miei piatti autunnali preferiti. E' un setaccio a trama molto fine e dai suoi fori minuscoli la farina scende, impalpabile, nella ciotola bianca. Unendosi all'acqua, la farina diventa un cremoso impasto, liscio e marrone, una tonalità calda e autunnale. Si mescola molto bene con una spatola, proprio come se fosse un colore, da stendere su una tela. Adesso però lascio la spatola e tuffo la mano destra nella ciotola. Gesto antico, bellissimo..............gesto che nutre il genere umano da millenni. Aggiungo un po' di farina bianca, per dare nervo all'impasto, che assume una sfumatura di marrone chiaro, mentre esala il suo dolcissimo sentore di castagna e di bosco. Ora l'impasto diventa più consistente, una palla di pasta che destreggio nel palmo della mano, liscia e morbida. Quando è pronta la trasferisco sulla spianatoia e la ricopro con un tovagliolo, per mantenerne l'umidità durante il riposo.
La scarola mi piace per via del suo sapore scontroso e della sua consistenza una volta cucinata. Mi piace il verde che accende le foglie esterne, intenso e vivo, sfumando fino al centro del cespo in un bianco caldo e immacolato. E' facile da pulire, la scarola.........umile, incompreso scrigno di sapore. Lavata e separata foglia per foglia cambia aspetto e cromia; tagliata grossolanamente e gettata con dolce noncuranza in un tegame sembra il dipinto di una pastura in cornice tonda. Appassire............dolcemente al fuoco vivo della mia cara stufa a legna, un dito d'acqua sotto, poco sale, per non asciugare troppo sul fondo del tegame. Appassisce in fretta la scarola, cambiando umori e profumi. Diventa quasi un velo. Aggiungo olio extravergine della mia terra, che accende i suoi verdi cangianti quasi in marrone......foglie del bosco, colori ad olio, appunto. Ora l'uvetta ammorbidita e i pinoli, in quantità generosa. Il tegame scivola sulla piastra incandescente, a cercare il "suo" calore....e i sapori si mescolano, in silenziosa conversazione.
La pasta esce da sotto il tovagliolo, fresca. Il mattarello scorre veloce, stende la sfoglia morbida, che non vuole incertezze. La rotella taglia rapidamente losanghe brune e profumate; un tuffo nell'acqua salata e bollente lì accanto. Poi l'abbraccio tanto atteso, nel tegame caldo, alla luce gentile della fiamma viva. La castagna, la scarola, l'uvetta, i pinoli........marroni, verdi, bruni, ocra chiari....la lucentezza dell'olio, la brillantezza del Colore.



Tomaso Albinoni  Sonata a quattro in mi minore (Adagio)
per organo  archi  e basso continuo
Ensemble Brixia Musicalis