lunedì 31 gennaio 2011

..sono qui con te, sempre più solo..e invisibile..



"Sono qui con te, sempre più solo
sento crescere tutta l'estraneità
di due messi lì, in un brutto tinello marron
non parlo, no, scusami...pardon.."


Photograph: Antonio Andreatta
Music: Paolo Conte, Sono qui con te sempre più solo
Video: magnificol

domenica 30 gennaio 2011

sabato 29 gennaio 2011

"...scordato strumento, cuore"



CORNO INGLESE
(Eugenio Montale)
 
il vento che stasera suona attento
- ricorda un forte scotere di lame -
gli strumenti dei fitti alberi e spazza
l'orizzonte di rame
dove strisce di luce si protendono
come aquiloni al cielo che rimbomba
(Nuvole in viaggio, chiari
reami di lassù! D'alti Eldoradi
malchiuse porte!)
e il mare che scaglia a scaglia,
livido, muta colore
lancia a terra una tromba
di schiume intorte;
il vento che nasce e muore
nell'ora che lenta s'annera
suonasse te pure stasera
scordato strumento,
cuore.



venerdì 28 gennaio 2011

"...ma non permetto mai che un altro si permetta!"



VALVERT: Aspettate. Vado a complimentargli della sua faccia il vanto. Voi! Voi avete un naso che è grande. Tanto!

CIRANO: Tanto.

VALVERT: Ha!

CIRANO: Basta?

VALVERT: Sì.

CIRANO: Ah no. Non è molto, messere. Ce n'erano, oh Dio, ce n'erano a volere. Variando il tono dire per esempio, sentite: Aggressivo - se avessi per naso un monolite io me l'abbatterei sulla pubblica piazza. Amichevole - deve sguazzarvi nella tazza, munitevi di giara quando voleste bere. Descrittivo - è una rocca, è un picco, è un belvedere, che dico un belvedere, penisola, altroché. Curioso - a cosa serve quell'oblungo canapé? Nasconde uno scrittoio? Oppure un portaombrelli? Grazioso - Amate forse a tal punto gli uccelli che padre, sposo e amante, offrite una torretta perché vi si ristorino dal becco alla zampetta? Catastrofico - quando, signore, voi pipate, gli sbuffi dal naso vengon fuori a folate, non vi gridano intorno: "S'è incendiato il camino"? Cortese - se la testa vi inciampa in quel gradino, attento a non cadere e lasciarci le cuoia. Dolce - dovete alzarvi una minima tettoia, se no il color nasale al sole si sbiadisce. Saggio - "Solo una bestia," Aristofane ammonisce, "chiamata ippocampelefantocamaleonte, può avere tanta carne sull'osso sotto fronte." Drammatico - è un Mar Rosso, quando ha l'emorragia. Ammirativo - oh, insegna di gran profumeria! Lirico - è una fontana, e voi siete Tritone? Naif - il monumento quand'è in esposizione? Militaresca - carica con la cavalleria! Pratico - lo infiliamo in qualche lotteria? Non v'è dubbio, signore, sarà il premio più grosso. E parodiando - Piramo, piangente a più non posso: "Ecco quel naso che del volto del padrone distrusse l'armonia! Ne arrossisce il fellone!" Ecco che cosa più o meno avrei sentito se di lettere e spirito foste stato munito. Ma di spirito voi, bel saccone di pelle, non ne aveste un sol alito, e di lettere quelle con cui si scrive la parola "Scarafaggio". Aveste per ipotesi avuto poi il coraggio di provocarmi in pubblico, in piena galleria, servendovi di simile, amara allegoria, non sareste riuscito a balbettar l'inizio della metà di un suono, perché io mi delizio di dirmele da me, facendone anche incetta, ma non permetto mai che un altro si permetta.



La stessa scena...secondo Steve Martin

Brano tratto da Cyrano de Bergerac, Edmond Rostand, TestoDigitalGreg

giovedì 27 gennaio 2011

...una sera lontana di luglio...



Passeggiare nel proprio cuore è un viaggio meraviglioso...l'ho sempre inteso, e ancora lo intendo, come un percorso nella Bellezza; ho sempre avuto un bisogno indicibile di Bellezza, l'ho sempre cercata, avvicinandomi in vari modi, come la mia età mi permetteva di fare. Ho ricordi lontanissimi dei miei incontri con la Bellezza, intendo quella nascosta nelle cose intorno, quella che non grida, non parla quasi, ma profuma un istante per sempre..e se si è in grado di riconoscerla, di catturarne il profumo, rimane nel cuore, indelebile, intatta, per sempre, appunto. Ogni tanto, nel cammino del vivere, nel susseguirsi banale dei giorni e delle stagioni, mi ritrovo a camminare accanto alla Bellezza che ho raccolto strada facendo, sono felice nel constatare che non mi abbandona mai, non solo perchè divenuta ricordo, ma perchè il mio essere ne gode sempre lo splendore discreto, ne attinge forza e speranza, desiderio di vita..e di altra Bellezza. Non mi sono mai chiesta davvero cosa sia..cosa rappresenti la sua inspiegabile positività; mi sono sempre limitata ad andarle incontro a braccia aperte, felice che incroci il mio cammino, lasciandomi profumare dal suo respiro leggero, lasciandomi pervadere, senza se o ma, senza contorno, senza cornice.
Da qualche tempo si affaccia al mio cuore un ricordo particolare, rievocato per caso, ripescato da parole in libertà, e credo proprio sia il ricordo del mio primo incontro con il Bello, con l'Armonia delle cose. E' un ricordo molto profumato, sfumato ma intenso, colorato da toni che nessun dipinto potrebbe mai contenere, da una commozione che nessuna poesia potrebbe richiamare... è il ricordo di una casa rosa, una scala ripida dolcemente invasa da fronde d'arancio, profumate e vivaci, una sera lontana di luglio calda e dolce e in lontananza l'eco dei fuochi d'artificio a salutare San Giacomo...io piccola, con la mia famiglia alla finestra a godere lo spettacolo dei fuochi riflessi sulla superficie liscia del mare... e mia nonna, nella sua camicia da notte ricamata con il filo dei suoi desideri di sposa, che si appoggia al davanzale, accanto a me e mi sorride, nel profumo delle fronde d'arancio, nel fragore colorato della festa laggiù..poi mi dà le spalle sollevando le braccia in un gesto antico, senza tempo, sistemando i capelli per la notte...e davanti a me, nell'arco della finestra, appare il più bel dipinto, la prima immagine della Bellezza per me, la sua treccia bianca e lunghissima, sciolta dalla crocchia, ancora intrecciata con tutti i sogni di una vita, con i sorrisi, i sospiri e le attese, la sofferenza e la felicità...allungo una mano e la sfioro appena, adesso...non allora, accarezzo con le dita una bimba diventata nonna intrecciando giorni...con l'inconsapevole bellezza di un gesto semplice e intenso... con amore.


Painting:Albert Anker

martedì 25 gennaio 2011

lunedì 24 gennaio 2011

In love with Shakespeare (9)






Sonnet CXVI

Let me not to the marriage of true minds
Admit impediments. Love is not love
Which alters when it alteration finds,

Or bends with the remover to remove:

O, no! it is an ever-fixed mark,

That looks on tempests and is never shaken;

It is the star to every wandering bark,
Whose worth's unknown, although his height be taken.
Love's not Time's fool, though rosy lips and cheeks
Within his bending sickle's compass come;
Love alters not with his brief hours and weeks,
But bears it out even to the edge of doom.
      If this be error and upon me proved,
     I never writ, nor no man ever loved.





 Sonetto 116

Non sia mai ch'io ponga impedimenti
all'unione di anime fedeli; Amore non è amore
se muta quando scopre un mutamento
o tende a svanire quando l'altro s'allontana.
Oh no! Amore è un faro sempre fisso
che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;
è la stella-guida di ogni sperduta barca,
il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza.
Amore non è soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote
dovran cadere sotto la sua curva lama;
Amore non muta in poche ore o settimane,
ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio:
      se questo è errore e mi sarà provato,
     io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.


Traduzione: ShakespeareWeb 

domenica 23 gennaio 2011

Viaggio in Italia in compagnia di Goethe



Verona, 16 settembre 1786

<< Son salito sull'orlo dell'anfiteatro, che ha l'aspetto di cratere, nell'ora del tramonto e ho goduto la vista più deliziosa sopra tutta la città e dintorni. Ero perfettamente solo, mentre in basso, sul largo marciapiede di Piaza Bra, una folla di uomini di tutte le condizioni e di donne del ceto medio andavano a spasso. Quest'ultime con le loro sopravesti nere, vedute così a volo d'uccello parevano altrettante mummie...Quest'oggi, al mio ritorno dall'Arena,mi sono imbattuto a qualche migliaio di passi da lì, in uno spettacolo pubblico di genere nuovo. Erano quattro gentiluomini di Verona che giocavano a pallone contro quattro di Vicenza. A questo gioco si divertono qui tutto l'anno, per circa due ore prima di notte. Questa volta c'era molto concorso di popolo per esser gli avversari forestieri. Vi saranno stati non meno di quattro o cinquemila spettatori. Donne non ne ho viste, di nessun ceto.>>



Tiziano, Pala dell'Assunzione
Goethe è affascinato da Verona; si aggira per le vie della città con l'entusiasmo di un bambino, godendo i colori e i suoni che scandiscono ovunque i ritmi della vita quotidiana. Mentre passeggiamo sottobraccio, ogni tanto si ferma , di colpo, attratto dagli abiti dei passanti, chiede informazioni alla nostra guida circa i nomi dei costumi..li ripete più volte sorridente:- Io non intraprendo questo viaggio per ingannarmi - mi dice con tono sommesso - bensì per imparare a conoscere me stesso...- e ribadendo la sua impreparazione nel valutare un'opera d'arte, rimarcando il suo approccio unicamente sensoriale con il Bello, mi conduce al nostro primo appuntamento con la pittura: la Chiesa di San Giorgio, vera e propria pinacoteca, ricca di pale d'altare, dove spiccano Felice Ricci, Francesco Caroto, Paolo Farinati: il fiore del Rinascimento veronese. Usciamo all'aria aperta, mentre Goethe ancora mi confessa di non apprezzare il tema di alcuni dipinti appena veduti:- Ma quei poveri diavoli di artisti che cosa han dovuto dipingere e per chi? - Solo l'abilità dei pittori lo convince a lasciarsi coinvolgere dall'armonia dei colori e delle forme. La nostra passeggiata pittorica prosegue fino al Duomo dove, dopo uno sguardo ammirato d'insieme, ci dirigiamo senza indugio verso la grande Pala del Tiziano, L'Assunzione di Maria, i cui colori sono piuttosto offuscati dal tempo. Goethe mi rivela, quasi bisbigliando, di essere molto colpito dalla posizione in cui Tiziano ha immortalato la Vergine; in particolare l'inclinazione del capo di Maria rivolto non al cielo, come si vede nella maggior parte dei dipinti a questo tema, ma piegato verso il basso, con grazia, quasi a voler sottolineare la costante attenzione della Madre di Cristo per l'umanità intera.
Il suono dei nostri passi accompagna la nostra uscita dal Duomo, passeggiamo ancora, mentre sta per scendere la sera; Goethe si guarda attorno con meraviglia ed eccitazione, non ancora abituato a vedere le vie riempirsi di vita col calare delle ombre notturne. Mi parla del suo Paese, di come i giorni e le notti siano scanditi da altri suoni, più silenziosi e cupi, ovattati dalla nebbia; mi mostra un foglietto, su cui ha annotato in forma di schema un metodo per contare le ore all'uso italiano, tenendo conto della luce..dei rintocchi delle campane: circolo comparativo dell'ora tedesca ed italiana, così lo ha chiamato...mi lascio trascinare nella sua lunga e complessa spiegazione con gioia, domani proseguiremo la nostra passeggiata pittorica, intanto intorno a noi le prime carrozze incrociano i passanti che rientrano dal lavoro alle loro case..la vita gioiosa ci circonda e noi ci lasciamo catturare dalla dolcezza di questa sera settembrina..a Verona.





Brani tratti da
Viaggio in Italia
1786-1788
di Johann Wolfgang Goethe
nella traduzione di Eugenio Zaniboni
Titolo originale dell'opera: Italienische Reise

sabato 22 gennaio 2011

Topi Lehtipuu, Un'aura amorosa ( Così fan tutte, Mozart)

Piccola Biblioteca Sentimentale

Il passato è uno specchio, il futuro una finestra...
 



"Il presente non è mai il nostro fine, il passato ed il presente sono i nostri mezzi, solo l'avvenire è il nostro fine. Così non viviamo mai ma aspettiamo di vivere". 
Blaise Pascal

Fu chiesto a un musicista "Come mai, dopo essere stati negli anni '70 un simbolo della musica contemporanea, oggi siete diventati un gruppo pop?".
Risposta "Come mai lei non usa gli stessi abiti che indossava negli anni '70? Come mai non è pettinato allo stesso modo?"

Già, come mai?

Perché il tempo non aspetta. O forse siamo noi a non sapere dove aspetta.
Perchè da bambino chiedevo a mia zia di lasciarmi dividere i ravioli fatti in casa. Prendevo la rotellina zigzagata e separavo le file di palline di ripieno racchiuse da due strati di sfoglia, mangiando i bordi esterni di pasta cruda avanzata.
Perché quando ero piccolo non moriva nessuno, tutt'al più qualcuno si assentava temporaneamente per lavoro. E non tornava indietro facilmente perché, guarda caso, il lavoro era vicino al cielo.
Perché quando ero ragazzo la donna era ancora un universo misterioso da conquistare e si dovevano sudare sette camicie per sbottonare una camicetta.
Perché ho respirato aria senza amianto, ho bevuto latte senza colla, ho guidato macchine senza poggiatesta, ho conosciuto tanti amici anche senza internet.
Perchè ogni tanto ci capitavano personaggi che la realtà aveva preso in prestito dalla fantasia e si era dimenticata di restituirli in tempo.
Perché quando i sogni zoppicavano un po' bastavano un libro e una radiolina.
Perché ogni tanto torniamo sul luogo del delitto, ma sbagliamo luogo o sbagliamo delitto.

Il tempo non aspetta, dunque. Dobbiamo stare al suo passo, che all'inizio ci sembra lento, lentissimo, poi con il passare degli anni diventa sempre più veloce. Tanto che a un certo punto non riusciamo più a stargli dietro. Ma il tempo è sempre uguale. Non è lui che cambia.

Quante volte, discutendo con amici o con sconosciuti, in qualunque contesto, ci proiettiamo in dimensioni lontane da quella in cui ci troviamo. "Ti ricordi quando...?", "Cosa farai...?"

Passato, presente, futuro...

C'è chi sostiene che il presente non esiste, ma sarebbe soltanto la linea di demarcazione ideale (cioè immaginaria) tra passato e futuro. In pratica, la soglia sottilissima attraverso la quale il futuro diventerebbe passato con il trascorrere del tempo. Anche il più piccolo gesto, prima di essere fatto apparterrebbe al futuro, appena compiuto verrebbe immediatamente preso in consegna dal passato.
Una teoria opposta afferma invece che passato e futuro sarebbero semplici stati mentali, rappresentazioni pure e semplici della nostra memoria (il passato) e della nostra immaginazione (il futuro), e che esiste soltanto il presente, l'unica dimensione tangibile. Noi quindi vivremmo un eterno presente, tutto il resto sarebbe un'elaborazione della nostra mente.

Penso che entrambi questi orientamenti contengano elementi di verità e corrispondano a due modi diversi di gestire il passare del tempo, di mettere ordine nelle priorità individuali, di concepire la vita. La nostra percezione del tempo è soggettiva e condizionata dagli eventi. Aderire a una della due correnti di pensiero in una fase della nostra esistenza non preclude la possibilità di riconoscersi nell'altra in un periodo successivo.
E non siamo immuni da ingannevoli giochi di luce: le ombre cinesi del presente, le iridescenze del futuro, i riflessi del passato.

Ma si può anche provare a immaginare un corto circuito...
Il passato è uno specchio, il futuro una finestra.
Nel primo vediamo la nostra figura riflessa e tutto ciò che c'è alle nostre spalle, immobile.
Dalla seconda vediamo l'orizzonte, le nuvole, le montagne. E oltre, chissà.
Un giorno, un uomo provò a mettere lo specchio di fronte alla finestra. Vide le sue sembianze circondate dal cielo che riempiva di luce la stanza.
Imparò a guardare al futuro attraverso l'osservazione del passato.
Nello scenario interiore trasfigurato dal corto circuito temporale, la conoscenza si guardò allo specchio e si vide immaginazione, il rimorso si vide paura, il rimpianto speranza.
Nemmeno un brivido di malumore, soltanto un impercettibile rintocco di malinconia.
Mansardo 


Painting: Johannes Gumpp

venerdì 21 gennaio 2011

"...al primo amato sole di febbraio..."



Febbraio, versi non d'amore

Asciugherò gli occhi, la voce
al primo sole di febbraio
quando persino il moscone sembra
una ballerina della scala
mentre curioso passa da un anfratto all'altro
vibrando allegro
col suo ingombrante
addome.

Asciugherò gli occhi

La voce condurrò in un luogo caldo

E d'amore non parlerò
non allora almeno
e sulla spiaggia attenderò che un sorriso
inatteso mi urti le spalle.

Al primo amato sole di febbraio
chiedo il miracolo:
lo sciogliersi delle nevi dentro
al delta del mio
cuore

Domenico Pelini



letti dall'Autore

giovedì 20 gennaio 2011

..vedi, non ho dimenticato...

 

Les feuilles mortes
   
Oh, je voudrais tant que tu te souviennes
Des jours heureux où nous étions amis
En ce temps là la vie était plus belle
Et le soleil plus brûlant qu'aujourd'hui

Les feuilles mortes se ramassent à la pelle
Tu vois je n'ai pas oublié
Les feuilles mortes se ramassent à la pelle
Les souvenirs et les regrets aussi
Et le vent du nord les emporte
Dans la nuit froide de l'oublie
Tu vois je n'ai pas oublié
La chanson que tu me chantais

C'est une chanson, qui nous ressemble
Toi tu m'aimais et je t'aimais
Nous vivions tous les deux ensemble
Toi qui m'aimais, moi qui t'aimais

Mais la vie sépare ceux qui s'aiment
Tout doucement sans faire de bruit
Et la mer efface sur le sable
Les pas des amants désunis

 (Jacques Prévert)


mercoledì 19 gennaio 2011

martedì 18 gennaio 2011

Me gustas cuando callas...mi piaci silenziosa



"Dejame que te hable tambien con tu silencio
claro como una lampara, simple como un anillo
eres como la noche, callada y constelada
tu silencio es de estrella tan lejano y sencillo"

Pablo Neruda

"Lascia che il tuo silenzio sia anche il mio parlarti,
lucido come fiamma, semplice come anello.
Tu sei come la notte, taciturna e stellata.
Di stella è il tuo silenzio, così lontano e semplice.




lunedì 17 gennaio 2011

"Se tu lasciassi indietro l'anima moschettiera..."




CIRANO: Così son combinato. Spiacere è il mio piacere. Amo essere odiato.

LE BRET: Se tu lasciassi indietro l'anima moschettiera, la fortuna e la gloria.

CIRANO: Sai dirmi in che maniera? Andar sotto padrone? Cercarmi un protettore? E come oscura edera che ha l'albero tutore, e s'appoggia arrampicandosi e leccandogli la scorza, potrei salir da furbo, e non invece a forza? No, grazie. Dedicare in ogni scartafaccio dei versi ai finanzieri? Mutarsi in un pagliaccio, sperando di vedere, sul labbro di un ministro, lo spasmo di un sorriso un po' men che sinistro? No, grazie. Banchettare ogni giorno da un pidocchio? Avere il ventre logoro dalle marce, e il ginocchio più prestamente sporco nel punto in cui si flette? Rendermi primatista in dorso-piroette? No, grazie. Riconoscere talento ai dozzinali? Plasmarsi su ogni critica che appare sui giornali? E vivere sognando: "Oh, sento già il mio stile percorrere le bozze del Mercurio mensile"? No, grazie! Fare calcoli? Tremare? Arrovellarsi? Preferire una visita a un paio di versi sparsi? Stendere delle suppliche? O farsi commendare? No, grazie. No, grazie! No, grazie!! Ma cantare, sognare, ridere. Splendido. Da solo, in libertà. Aver l'occhio sicuro, la voce in chiarità. Mettersi se ti va di sghimbescio il cappello, per un sì, per un no, fare un'ode o fare un duello. Fantasticare, a caccia non di gloria o di fortuna, su un viaggio a cui si pensa, sulla luna! Se poi viene il trionfo, ebbene fatti suoi, ma mai, mai diventare un "come tu mi vuoi". E se pur quercia o tiglio davvero non si è se vuoi proprio non alto, ma farcela da sé.

LE BRET: Di orgoglio e di ironia tu te ne fai un proclama, ma almeno sottovoce dimmelo che non t'ama.

CIRANO: Taci.


Music: Francesco Guccini, Cyrano

sabato 15 gennaio 2011

"ch'al core entra per gli occhi.."






Che cosa e' questo, Amore

Come puo' esser, ch'io non sia piu' mio ?
O Dio, o Dio, o Dio!
Chi m'ha tolto a me stesso,
ch'a me fosse piu' presso
o piu' di me potesse, che poss'io?
O Dio, o Dio, o Dio!
Come mi passa el core
chi non par che mi tocchi?

Che cosa e' questo, Amore,
ch'al core entra per gli occhi,
per poco spazio dentro par che cresca;
e s'avvien che trabocchi ?

 MIchelangelo Buonarroti 


 

venerdì 14 gennaio 2011

In love with Shakespeare (8)



Sonnet XIV

Not from the stars do I my judgement pluck;
And yet methinks I have Astronomy,
But not to tell of good or evil luck,
Of plagues, of dearths, or seasons' quality;
Nor can I fortune to brief minutes tell,
Pointing to each his thunder, rain and wind,
Or say with princes if it shall go well
By oft predict that I in heaven find:
But from thine eyes my knowledge I derive,
And, constant stars, in them I read such art
As truth and beauty shall together thrive,
If from thyself, to store thou wouldst convert;
Or else of thee this I prognosticate:
Thy end is truth's and beauty's doom and date.



Sonetto 14

Io non traggo i miei giudizi dalle stelle,
eppur mi sembra di capir l'Astronomia,
ma non per predire buona o cattiva sorte,
pestilenze, carestie o volver di stagioni;
né so leggere il destino agli attimi fuggenti
segnalando a ciascuno tuoni, pioggia e vento
o a principi svelare se avran buona fortuna,
grazie ai presagi che raccolgo in cielo.
È dai tuoi occhi che traggo il mio sapere
e, astri costanti, mi dettan questo dire:
virtù e bellezza prospereranno insieme
se in fecondo vivaio trasformerai il tuo io;
diversamente tal profezia ti volgo:
la tua morte sarà fine di ogni virtù e bellezza.




Painting: Lucas Cranach
Testo: Shakespeare's Sonnets
Traduzione: ShakespeareWeb
Controtenore: Philippe Jaroussky
Antonio Vivaldi, Vedrò con mio diletto

giovedì 13 gennaio 2011

Piccola Biblioteca Sentimentale



L'agave

Edo da un po' di tempo ripeteva che il passare degli anni stava modificando il suo modo di vivere le emozioni. Poteva capitargli di commuoversi davanti ad un bel tramonto e poi di restare impassibile nel ricevere una brutta notizia. Stentava a riconoscersi.
Non aveva tutti i torti. Anche io stavo subendo la stessa trasformazione. Ricordo che una sera, tornando da una cena, notai per la prima volta nella sua testa un capello bianco e, chissà perché, mi vennero in mente gli anni in cui ci scambiavamo le figurine dei calciatori. Inconsapevoli ed incolpevoli, non avevamo ancora idea del futuro e ci capitava sempre più spesso di parlare del passato.
Edo trascorreva le sue giornate a rimpiangere Eleonora. Lui, che aveva sempre preferito il rimorso al rimpianto, adesso doveva rimpiangere qualcuno, Eleonora. Che per diventare cigno aveva dovuto strangolare il brutto anatroccolo, Edo.
Di lei aveva pensato tutto quello che si può pensare. Eppure la rimpiangeva. Dovevo inventarmi qualcosa, glielo dovevo da amico. Non potevo continuare a vederlo così.
"Perché non mi accompagni a Monte Savio?"
Edo mi guardò tutt'altro che convinto. "A Monte Savio? E che ci fai tu a Monte Savio? C'è solo un'abbazia in mezzo al bosco. Guarda che è lontano, la strada per arrivarci è schifosa..."
"...ma il posto è splendido!" lo interruppi io con fare conciliante "E poi volevo andare proprio a trascorrere un fine settimana all'abbazia. Pace, tranquillità, natura."
Stava per replicare, non gliene diedi il tempo. "Un fine settimana, ho detto. Non di più. Rifiatare non può farci che bene. Io sono stressato dall'ufficio, tu ti stai accartocciando nei ricordi. Prendiamoci due giorni soltanto per noi. E che sarà mai!"
Barcollò ma non capitolò. "Matto. Tu sei matto..." sussurrò scuotendo la testa "E poi non ne ho voglia. Non sto male. Sono solo un po' stanco. Posso riposarmi anche a casa."
"E come no! A cercare nuove lacrime da piangere." Unii le mani e restai zitto alcuni istanti guardandomi attorno. Il salone di casa sua era pieno zeppo di quegli oggetti e quelle foto che sembrano fatti apposta per far venire il malumore a chi non ne ha bisogno.
La sua mancata reazione, tuttavia, mi fece sentire un po' in colpa. Forse ero stato troppo crudo. Corressi il tiro. "Ma come fai a non accorgerti che stiamo perdendo il nostro epicentro, viviamo i desideri di altri, seguiamo spesso comete sbagliate? Sinceramente, adesso dimmi: la vita che conduci è la tua o quella che ti hanno costruito attorno gli spot pubblicitari? Hai ben chiaro perché ti comporti in un modo piuttosto che in un altro? Non ti chiedo se sei felice, ma riesci qualche volta a prendere le distanze dall'infelicità?
Io credo di aver bisogno di far pace con le facoltà di pensiero e di parola. Ho bisogno di perdere l'orologio, ho bisogno di guardare un film in bianco e nero perché sento che questi colori mi stanno ingannando. Se gli spacciatori di realtà oggi distribuiscono solo reality, voglio dimenticarmi per qualche giorno la realtà. Ho bisogno di alzare gli occhi, Edo, e vedere solidi muri di pietra, alberi secolari, qualcosa che abbia sconfitto le mode. Ho bisogno di ritrovare il piacere di bere un semplicissimo bicchiere d'acqua, non queste aranciate. E voglio sentire la musica che sa ancora di legno, non i suoni campionati di un computer."
Restò immobile. Forse avevo colpito nel segno. C'è un argomento che gli è sempre stato particolarmente a cuore: la musica. Non lo avevo richiamato per caso. Si alzò dal divano e, continuando a lanciarmi brevi occhiate di falsa ostilità, si diresse verso il pianoforte. Lo aprì, si adagiò sullo sgabello e chiuse gli occhi. Le dita scivolarono sui tasti lasciando cadere sui nostri pensieri alcune note. Una melodia conosciuta, forse Bach, sfiorata, accennata e poi ritrattata, sfigurata. Era il suo modo di entrare in contatto con la musica. Si accese una sigaretta, la poggiò sulla conchiglia che usava come posacenere. Edo non fumava. Sapevo che la sigaretta si sarebbe lentamente trasformata in una colonnina di cenere, indisturbata, come una bacchetta d'incenso.
Le dita, nel frattempo, erano passate con proditoria leggerezza da Bach a Thelonious Monk.
Il piccolo busto di Giuseppe Verdi, al centro del pianoforte verticale, osservava severo gli occhi chiusi di Edo, infastidito forse appena dal fumo dell'inutile sigaretta.
Improvvisamente, le note di "Crepuscule with Nellie" si diradarono talmente da evaporare. Edo, riaperti gli occhi, chiuse la tastiera e restò con la testa china per un paio di secondi. Poi rientrò in sé. Si voltò e disse: "Sei proprio un rompiballe. Chissà se là c'è un pianoforte...". Era il suo modo di dirmi che sarebbe venuto.
Partimmo due giorni dopo, all'alba, per arrivare a Monte Savio prima dell'implacabile calura di giugno e, soprattutto, perché ci piaceva bucare l'aurora, passare inosservati nel mondo che, a quell'ora, sembra migliore.
Il viaggio scivolò via tra qualche caffè e molto Pat Metheny. Io guidavo, Edo s'incantava spesso guardando il paesaggio circostante e talvolta sonnecchiava. Ogni tanto mi godevo anch'io quel meraviglioso tramonto in sequenza capovolta. Ad un certo punto, non potei fare a meno di sfiorare con lo sguardo la chitarra che Edo si era portato dietro. Sapeva che non c'era un pianoforte a Monte Savio.
Giungemmo ai piedi della montagna dove sorge l'abbazia quando ormai il mattino scaldava il viso. Facemmo una sosta per respirare un po' d'aria pura e sgranchirci le gambe. Bevemmo da una sorgente che sgorgava dalla roccia poco distante dal guard-rail. Mentre mi rinfrescavo il viso notai l'inconfondibile fusto di un'agave che si ergeva sul resto della vegetazione proprio all'inizio della salita. "Vedi quella pianta molto alta?" dissi a Edo asciugandomi la faccia con un fazzoletto. Lui si voltò ed ebbe un attimo di esitazione. "Cos'è?" mi chiese.
"Un'agave. Quando è così alta vuole dire che è fiorita, cioè è morta. Tra non molto cadrà per spargere tutt'intorno i semi del suo fiore e continuare il ciclo della vita. Dai semi nasceranno altre piante di agave che, al loro culmine, faranno la stessa cosa."
Non sembrò particolarmente colpito dal discorso. Risalimmo in macchina e ci avviammo per l'ultima mezzora di strada bianca.
L'abbazia di Monte Savio ci apparve all'improvviso dopo l'ultimo tornante, severa nella sua semplicità. Solido ed imperturbabile, quel gigante di granito chiaro metteva un po' in soggezione. Ma fu una brevissima impressione, forse soltanto l'effetto del debito d'ossigeno dovuto all'altitudine.
Ci accolse l'abate priore, con il quale sbrigammo le formalità essenziali prima di essere accompagnati nelle nostre camere. Io alloggiavo a poca distanza dall'antica casa canonica, Edo dalla parte opposta dello stesso corridoio. Erano due stanze ricavate da antiche celle ormai in disuso.
Il giorno del nostro arrivo ci rivedemmo soltanto a pranzo, nella piccola foresteria che si affacciava sul chiostro. Seduti allo stesso tavolo, uno di fronte all'altro, per qualche minuto ascoltammo soltanto lo scricchiolio delle panche di legno sulle quali eravamo adagiati.
I pasti vengono consumati dai monaci in silenzio. Gli ospiti, pur non essendo tenuti al rigido rispetto del silenzio più assoluto, parlano il meno possibile. Poche e sommesse parole.
"Che te ne pare?" sussurrai. Edo mi guardò, portò alla bocca un pezzo di pane e, senza mai smettere di essere serio, rispose: "Tutto questo silenzio fa venire voglia di ascoltare". Il suo sguardo si arrampicò sulle pareti della vecchia foresteria, ne percorse un tratto poi si bloccò oltre la finestra, in un punto imprecisato del chiostro. "Qui dentro anche i muri hanno qualcosa da dire. Sta a noi saperli ascoltare".
"E' per questo che ogni tanto ho bisogno di venire qui" mormorai accingendomi a mandar giù il primo ed ultimo sorso di un vino rosso troppo robusto per uno stomaco di pianura.
Il pomeriggio, all'interno dell'abbazia, è dedicato allo studio. Al fresco della mia camera, spartana ma confortevole, io passavo il tempo a leggere e prendere appunti per il mio nuovo libro, la biografia di un regista cinematografico.
Quando mancava più di un'ora alla cena, i muri di granito che mi circondavano lasciarono filtrare il ronzio ovattato di quello che doveva essere un canto gregoriano.
Erano i vespri. Aprii la porta, mi affacciai sul corridoio e notai l'ombra di Edo, seduto sul muretto, con la schiena appoggiata ad uno degli archi che incorniciano il chiostro. Imbracciava la chitarra ed accompagnava il canto dei monaci con discrezione, quasi pudore.
Non aveva notato la mia presenza. Meglio così. Inseguiva i suoi pensieri, preferii lasciarlo in compagnia della sola luce del tramonto.
Tornai nella mia stanza. Mi coricai sul letto con le mani dietro la testa e le gambe incrociate. Il giorno dopo saremmo ripartiti per Cagliari. Decisi di godermi le ultime ore della rarefatta solitudine dell'abbazia, dove per esistere non è necessario sembrare, dove il silenzio non significa indifferenza e la notte ti abbraccia senza chiederti niente in cambio.
Ritornai su queste riflessioni durante tutto il viaggio di ritorno, la mattina seguente.
Ai piedi della montagna, l'agave non c'era più. Aveva compiuto il suo estremo sacrificio per la conservazione della specie. Strano destino. Proprio nel momento di maggior bellezza deve morire per legge di natura.
Ascoltai molto Keith Jarrett, al ritorno. Ero molto più pensieroso che all'andata. Riavvolsi più volte il nastro dei giorni trascorsi nell'abbazia e, guardando il sedile dove all'andata c'era la chitarra di Edo, pensai che la vita è proprio imprevedibile.
A volte per riconoscere la nostra strada abbiamo bisogno di un aiuto, di una mano che ci spinga verso un apparente baratro oppure sposti di qualche metro il fascio di luce con il quale illuminiamo il nostro cammino. Abbiamo bisogno di ricominciare proprio quando ci sembra di essere arrivati, di lasciare tutto e ripartire da zero. Accettando il prezzo da pagare, la fatica da ingoiare.
L'aria fresca di quel mattino la ricordo ancora. Tornerò ancora a Monte Savio. E ti porterò il pianoforte che mi hai chiesto, padre Edoardo.
Mansardo


mercoledì 12 gennaio 2011



Musica: Domenico Zipoli (1688 - 1726)
Sacris solemnis
Ensemble Elyma - Coro de Niños Cantores de Cordoba
Video: piasintei, La musica celeste

martedì 11 gennaio 2011

Allegoria




<<Perché qualunque cosa lasci il suo posto
 è portata dalla marea in un altro
Perché non c'è alcuna cosa perduta, che non possa essere ritrovata, se cercata.>>





XXXIX

‘Of things unseene how canst thou deeme aright,’
Then answered the righteous Artegall,
‘Sith thou misdeem’st so much of things in sight?
What though the sea with waves continuall
Doe eate the earth? it is no more at all,
Ne is the earth the lesse, or loseth ought:
For whatsoever from one place doth fall
Is with the tide unto an other brought:
For there is nothing lost, that may be found, if sought.

domenica 9 gennaio 2011

Cronaca di una committenza


Maddalena Strozzi Doni


Agnolo Doni

<<Venne volontà ad Agnolo Doni, cittadino fiorentino amico suo, sí come quello che molto si dilettava aver cose belle, cosí d'antichi come di moderni artefici, d'avere alcuna cosa di mano di Michele Agnolo, perché gli cominciò un tondo di pittura ch'è dentrovi una Nostra Donna, la quale, inginocchiata con amendua le gambe, alza in su le braccia un putto e porgelo a Giuseppo che lo riceve. Dove Michele Agnolo fa conoscere, nello svoltare della testa della madre di Cristo e nel tenere gli occhi fissi nella somma bellezza del Figliuolo, la maravigliosa sua contentezza e lo affetto del farne parte a quel santissimo vecchio. Il quale con pari amore, tenerezza e reverenzia lo piglia, come benissimo si scorge nel volto suo, senza molto considerarlo. Né bastando questo a Michele Agnolo per mostrar maggiormente l'arte sua esser grandissima, fece nel campo di questa opera molti ignudi appoggiati, ritti et a sedere; e con tanta diligenzia e pulitezza lavorò questa opera, che certamente delle sue pitture in tavola, ancora che poche siano, è tenuta la piú finita e la piú bella che si truovi. Finita che ella fu, la mandò a casa Agnolo coperta e, per un mandato con essa con una polizza, chiedeva settanta ducati per suo pagamento. Parve strano ad Agnolo, che era assegnata persona, spendere tanto in una pittura, se bene e' conosceva che piú valesse, e disse al mandato che bastavano xl e gliene diede, onde Michele Agnolo gli rimandò in dietro, mandandogli a dire che cento ducati o la pittura gli rimandasse in dietro. Per il che Agnolo, a cui l'opera piaceva, disse: “Io gli darò quei lxx”; et egli non fu contento, anzi per la poca fede d'Agnolo ne volle il doppio di quel che la prima volta ne aveva chiesto, per il che se Agnolo volse la pittura, fu sforzato mandargli cxl ducati.>>

Giorgio Vasari, "Le Vite de' più eccellenti pittori.."1550 - 1567



Sacra Famiglia - Tondo Doni

Agnolo Doni era un ricco mercante e mecenate fiorentino, come ricorda il Vasari amico di molti artisti di pregio, tra cui il grande Michelangelo Buonarroti. Nel 1503 si era unito in matrimonio con Maddalena Strozzi e pochi anni dopo, nel 1506, aveva commissionato a Raffaello Sanzio i due ritratti, che il pittore urbinate dipinse ad olio su tavola e che oggi si possono ammirare presso la Galleria Palatina; ebbi occasione di vederli qualche anno fa, le loro dimensioni contenute non mi impedirono allora di venire completamente catturata dalla forza espressiva che sprigionano: con un abile gioco di contrasti cromatici Raffaello ha saputo concentrare l'attenzione di chi guarda sui volti dei due coniugi, che esprimono chiaramente la loro estrazione sociale e culturale. In particolare ricordo l'emozione profonda che provai quando, entrando nella Sala di Saturno, incrociai lo sguardo intenso di Agnolo Doni sulla parete a destra dell'ingresso alla sala, eloquente, tra decine di splendidi capolavori. I coniugi Doni commissionarono a Michelangelo, probabilmente in occasione del battesimo della loro primogenita, un dipinto raffigurante la Sacra Famiglia, che il Maestro eseguì a tempera su tavola, completandolo con la cornice lignea che ancora lo contiene; la preziosità di quest'opera consiste nell'essere, oltre che un capolavoro cromatico e compositivo, l'unica pittura su tavola di Michelangelo. L'ìntensità dei colori e la torsione della figura centrale di Maria, quasi certamente ispirata al gruppo scultoreo del Laocoonte rinvenuto a seguito di scavi nel 1506, ne rivelano l'indubbio influsso sulla pittura fiorentina di maniera, quasi un'anticipazione della meravigliosa produzione artistica del Pontormo.



Paintings: Raffaello Sanzio, Ritratto di Maddalena Strozzi Doni, Firenze P. Pitti
Raffaello Sanzio, Ritratto di Agnolo Doni, Firenze P.Pitti
Michelangelo Buonarroti, Sacra Famiglia, Tondo Doni, Firenze Uffizi


sabato 8 gennaio 2011

"de l'aube claire jusqu'à la fin du jour..."


































Painting: Thomas Eakins
Music: Franco Battiato da J.Brel, La canzone dei vecchi amanti




La chanson des vieux amants
(Jaques Brel)


Bien sûr, nous eûmes des orages
Vingt ans d'amour, c'est l'amour fol
Mille fois tu pris ton bagage
Mille fois je pris mon envol
Et chaque meuble se souvient
Dans cette chambre sans berceau
Des éclats des vieilles tempêtes
Plus rien ne ressemblait à  rien
Tu avais perdu le goût de l'eau
Et moi celui de la conquête

Mais mon amour
Mon doux mon tendre mon merveilleux amour
De l'aube claire jusqu'à  la fin du jour
Je t'aime encore tu sais je t'aime

Moi, je sais tous tes sortilèges
Tu sais tous mes envoûtements
Tu m'as gardé de pièges en pièges
Je t'ai perdue de temps en temps
Bien sûr tu pris quelques amants
Il fallait bien passer le temps
Il faut bien que le corps exulte
Finalement finalement
Il nous fallut bien du talent
Pour être vieux sans être adultes

Oh, mon amour
Mon doux mon tendre mon merveilleux amour
De l'aube claire jusqu'à  la fin du jour
Je t'aime encore, tu sais, je t'aime

Et plus le temps nous fait cortège
Et plus le temps nous fait tourment
Mais n'est-ce pas le pire piège
Que vivre en paix pour des amants
Bien sûr tu pleures un peu moins tôt
Je me déchire un peu plus tard
Nous protégeons moins nos mystères
On laisse moins faire le hasard
On se méfie du fil de l'eau
Mais c'est toujours la tendre guerre

Oh, mon amour...
Mon doux mon tendre mon merveilleux amour
De l'aube claire jusqu'à  la fin du jour
Je t'aime encore tu sais je t'aime.


Jaques Brel


venerdì 7 gennaio 2011

Viaggio in Italia in compagnia di Goethe




<< Da Bolzano a Trento si percorre per circa nove miglia una valle sempre più ubertosa. Tutto ciò che fra le montagne più alte comincia appena a vegetare, qui acquista forza e vita; il sole brilla con adrore e si crede ancora in un Dio.......L'Adige scorre a questo punto più tranquillo e in molti luoghi forma estesi banchi di ghiaia. Lungo il fiume e sul dorso delle colline la coltivazione è così intensa e così folta da far pensare che tutto debba soffocarsi a vicenda: filari di viti, granturco, gelsi, mele, pere cotogne e noci. Lungo i muri si protende vigoroso il sambuco, lungo le rocce l'edera s'arrampica in tenaci fasci spampanando tutto all'intorno, la lucertola striscia fra gli intervalli, e così tutto quello che si vede e si muove qua e là, fa pensare ai quadri prediletti. Le trecce delle donne raccolte sulla nuca, il petto nudo dei maschi in abiti leggeri, gli splendidi bovi che vanno e vengono dal mercato alla casa, gli asinelli curvi sotto il carico - tutto questo sembra un quadro vivo e parlante di Heinrich Roos.>>

E' molto piacevole viaggiare con Goethe, non potrei essere più felice di aver intrapreso questo Grand Tour in sua compagnia; la sua amabile conversazione, in un ottimo italiano imparato con passione, è ricca di commenti ed appunti a ciò che scorre davanti ai nostri occhi. Neppure la scomodità dei mezzi di trasporto o le ore scelte dai postiglioni per partire, non sempre le più agevoli per i viaggiatori, riescono a diminuire il suo entusiasmo, che anzi cresce di ora in ora, per la visione di un cielo sereno o della frutta abbondante offerta dai contadini lungo strada. Sono sicura che, anche mentre scrive le pagine del suo diario di viaggio, nella quiete serale delle camere in cui alloggia lungo il percorso, il suo viso mantiene l'entusiasmo provato durante il giorno, ed i suoi occhi non smettono di brillare...
  
Trento, 11 settembre 1786, mattina

<< Ho fatto un giro per la città, che è antichissima, ma che in alcune vie ha case moderne di buona costruzione. Nella chiesa (Santa Maria Maggiore) c'è un quadro in cui gli intervenuti al Concilio ascoltano una predica del Generale dei Gesuiti. Sarei davvero curioso di sapere cosa può aver dato loro da intendere.>>

 Elia Naurizio, Congregazione Generale del Cocilio di Trento, 1633



Chiesa di Santa Maria Maggiore, Trento

Il viaggio riprende, alla volta di Verona, ma lungo la strada Goethe decide di fare una deviazione, attratto dalla presenza del Lago di Garda nelle vicinanze. L'essere giunto in terre in cui si parla finalmente italiano lo ha reso felice e, se possibile, ancora più entusiasta. Non oserei mai infrangere la sua riservatezza nella stesura del diario, ma posso immaginare, osservando le sue reazioni adesso, che saranno nuovamente pagine intense di gioia e godimento.



Torbole, 12 settembre, pomeriggio

<<...Per questa sera, mi sarei già potuto trovare a Verona; ma a pochi passi da me c'era questo maestoso spettacolo della natura, questo delizioso quadro che è il lago di Garda, ed io non ho voluto rununciarvi; mi trovo generosamente compensato d'aver allungato il cammino.
Sono partito da Rovereto dopo le cinque, prendendo per una valle laterale, che versa le sue acque ancora nell'Adige. Arrivati alla sommità, si presenta in basso un enorme ciglione scosceso, che si valica per poi scendere fino al lago. S'incontrano qui le più belle rupi calcaree, che si presterebbero a studi pittorici. Scendendo fino in fondo, si trova poi un paesello sulla punta settentrionale del lago col suo piccolo porto o meglio luogo di approdo, che chiamano Torbole. Lungo il cammino, gli alberi del fico mi avevano già spesso tenuto compagnia e nello scendere per quell'anfiteatro di rocce ho trovato anche i primi ulivi carichi di bacche ed anche, per la prima volta, e comunissimi, quei piccoli fichi bianchi che la contessa  Lanthieri mi aveva fatto intravedere come una ghiottoneria.>>




A Torbole alloggiamo presso l'Osteria Alla Rosa, Goethe è contento di essere giunto qui, gironzola per le vie del paese, col fresco della sera, e mi racconta delle trote giganti che ci serviranno a cena, così simili al salmone nel sapore, dello stupore per le case aperte, senza serrature alle porte e della sconcertante abitudine degli abitanti del posto di soddisfare i propri bisogni urgenti all'aria aperta e dovunque. Riprenderemo il viaggio scivolando sulle calme acque del lago, fino a Malcesine, poi giungeremo finalmente a Verona...prima importante tappa del nostro viaggio insieme. 





Brani tratti da
Viaggio in Italia
1786-1788
di Johann Wolfgang Goethe
nella traduzione di Eugenio Zaniboni
Titolo originale dell'opera: Italienische Reise


giovedì 6 gennaio 2011

"Invisibile come i gesti quotidiani..."



Deus ex machina

Arriva quasi sempre di notte
non ha bisogno di aprire porte
non deve aspettare l'utobus
sotto la pioggia
né uscire da un dipinto di Toulouse Lautrec
non ha bisogno di staccarsi
dalle pagine di un libro,
cadere a terra
e farsi calpestare
dalla prima scarpa di passaggio.
Vive dove la nebbia 
avvolge gli alberi
e il bosco avvolge
il vecchio maniero.
Vive dove si può ascoltare
soltanto lo scalpiccio delle foglie
secche che muoiono sotto le
suole del viandante.

Arriva quasi sempre di notte.
Anche se stai dormendo,
anche se non ti sei ricordato di
lasciare accesa una piccola luce
ad aspettare.
Anche se hai gli occhi chiusi.
Da ora o da una vita.
Vola sulla città
e sceglie proprio il tuo sonno,
dopo aver viaggiato nell'oscurità
dopo aver sfiorato il mare calmo,
i suoi spazi immensi,
i suoi strapiombi severi,
la sua musica distesa
come una lenta
implacabile ninna nanna.

Arriva quasi sempre di notte.
Quasi sempre, non sempre.
Invisibile come i gesti quotidiani,
familiare come la brace
dimenticata nel caminetto.
Polvere sul libro
che non leggi più,
sorriso che avresti voluto ricevere.
Divide il tempo
mentre tu sei intento a vivere,
ti aspetta alla prossima fermata.
Al prossimo loggione
in un teatro abbandonato.
Si riaccende l'insegna.
Il pubblico prende posto in sala.

Arriva quasi sempre di notte
per accompagnarti sulla scena.
Ringrazi.
Reciti la tua parte
e torni dietro le quinte.
Nel camerino 
ti strucchi pensieroso.
E' tardi.
Nessuno ti acclama.
La città è deserta.
Sei stanco ma felice.
Di una felicità
senza padroni
senza cambiali
senza ombrello.

Arriva quasi sempre di notte.
Pazienza per gli applausi.

Mansardo