martedì 30 novembre 2010

La notte ti somiglia...



 Dormi e sogna

La notte ti somiglia
è nera, nera, nera...
e sembri una creatura sincera
l'amore mio non sbaglia
sei vera vera vera... e bella e dormi sulla mia spalla
la notte mette dubbi
ed è pianura nera che confonde
le parole della sera
la luna mi somiglia
fa finta di dormire e poi si cerca
delle ombre sulla faccia

Tu dormi e sogna così
dormi che sono sveglio
sogna quello che vuoi
tu dormi e sogna così
tutto il sonno che manca
sogna meglio che puoi.


  E il buio si prende tutto
le tue lenzuola bianche bianche
bianche bianche bianche bianche e
stanche delle mie gambe nervose

Ti bacio e non mi senti
i tuoi capelli neri neri neri neri
neri nei pensieri
ti bacio gli occhi e non senti
ti giri e poi mi chiami
amore mio mi ami e dormi ancora
fino a domani
io ti disegno un santo
che forse ti capisce suggerisce
ti sorregge ci protegge

Tu dormi e sogna così
dormi che sono sveglio
sogna quello che vuoi
tu dormi e sogna così
tutto il sonno che manca

sogna meglio che puoi...

Avion Travel



...e Lisbona sfavillava.


"Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d'estate. Una magnifica giornata d'estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell'imbarazzo di mettere su la pagina culturale, perché il "Lisboa" aveva ormai una pagina culturale, e l'avevano affidata a lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte. Quel bel giorno d'estate, con la brezza atlantica che accarezzava le cime degli alberi e il sole che splendeva, e con una città che scintillava, letteralmente scintillava sotto la sua finestra, e un azzurro, un azzurro mai visto, sostiene Pereira, di un nitore che quasi feriva gli occhi, lui si mise a pensare alla morte."

(Antonio Tabucchi, Sostiene Pereira)




Video: Mariza  " Maria Lisboa"
CanaLusofono 

Image:By Thomas from Vienna, Austria (view over Lisbon's Alfama district) [CC-BY-2.0], via Wikimedia Commons

lunedì 29 novembre 2010

"Lascia dentro di te una stanza vuota...

Marie Louise Elisabeth Vigée-Lebrun

... e lì fai festa con le parole che cantano."



Rainer Maria Rilke letto da Domenico Pelini

Staré Město, la Città Vecchia


Particolare della magnifica facciata decorata di Casa "Dum u minuty", nel centro storico di Praga; l'originale della splendida fotografia si trova qui. Un grazie di cuore a Massimo.

domenica 28 novembre 2010

...ho fatto un lungo viaggio solo per guardarti...

Caspar David Friedrich

Dall'ondeggiante oceano la folla


Dall'ondeggiante oceano, la folla, venne teneramente a me una goccia,
mormorando
Io ti amo, tra non molto morirò
ho fatto un lungo viaggio solo per guardati, toccarti,
perché non potevo morire sinché non ti avessi parlato,
perché temevo di poterti poi perdere.

Ora ci siamo incontrati, ci siamo guardati, siamo salvi,
ritorna in pace all'oceano mio amore,
anch'io sono parte di quell'oceano amore, non siamo così
separati,
considera il grande globo, la coesione del tutto, quanto è
perfetta!

Ma per me, per te, il mare irresistibile deve separarci,
e se per un'ora ci tiene lontani, non potrà tenerci lontani per
sempre;
non essere impaziente - un istante - sappi che io saluto
l'aria, l'oceano e la terra,
ogni giorno al tramonto per amor tuo,
amore.

 
Walt Whitman  


sabato 27 novembre 2010

In love with Shakespeare (4)

John William Waterhouse

Sonnet XVIII

Shall I compare thee to a summer's day?
Thou art more lovely and more temperate:
Rough winds do shake the darling buds of May,
And summer's lease hath all too short a date:
Sometime too hot the eye of heaven shines,
And often is his gold complexion dimmed,
And every fair from fair sometime declines,
By chance, or nature's changing course untrimmed:
But thy eternal summer shall not fade,
Nor lose possession of that fair thou ow'st,
Nor shall death brag thou wander'st in his shade,
When in eternal lines to time thou grow'st,
So long as men can breathe, or eyes can see,
So long lives this, and this gives life to thee.

Testo: The amazing web site of Shakespeare's sonnets


Il Sonetto 18 secondo David Gilmour...

 



Il Sonetto 18 secondo Domenico Pelini...

 

venerdì 26 novembre 2010

Le città invisibili



By Arun Kulshreshtha (Own work) [CC-BY-3.0-us], via Wikimedia Commons

Le città e gli occhi.  3

Dopo aver marciato sette giorni attraverso boscaglie, chi va a Bauci non riesce a vederla ed è arrivato. I sottili trampoli che s'alzano dal suolo a gran distanza l'uno dall'altro e si perdono sopra le nubi sostengono la città. Ci si sale con scalette. A terra gli abitanti si mostrano di rado: hanno già tutto l'occorrente lassù e preferiscono non scendere. Nulla della città tocca il suolo tranne quelle lunghe gambe da fenicottero a cui si appoggia e, nelle giornate luminose, un'ombra traforata e angolosa che si disegna sul fogliame.
Tre ipotesi si danno sugli abitanti di Bauci: che odino la Terra; che la rispettino al punto d'evitare ogni contatto; che la amino com'era prima di loro e con cannocchiali e telescopi puntati in giù non si stanchino di passarla in rassegna, foglia a foglia, sasso a sasso, formica per formica, contemplando affascinati la propria assenza.
                                                                      

                                                            Italo Calvino 

mercoledì 24 novembre 2010

" ...sono questo le parole ..."

Le mie parole

Le mie parole sono sassi, precisi e aguzzi,
pronti da scagliare,
su facce vulnerabili e indifese,
sono nuvole sospese, gonfie di sottintesi,
che accendono negli occhi infinite attese
sono gocce preziose, indimenticate,
a lungo spasimate e poi centellinate,
sono frecce infuocate
che il vento o la fortuna sanno indirizzare

Sono lampi dentro a un pozzo, cupo e abbandonato,
un viso sordo e muto che l'amore ha illuminato,
sono foglie cadute, promesse dovute,
che il tempo ti perdoni per averle pronunciate
sono note stonate, sul foglio capitate per sbaglio,
tracciate e poi dimenticate,
le parole che ho detto, oppure ho creduto di dire,
lo ammetto

Strette tra i denti,
passate, ricorrenti,
inaspettate, sentite o sognate…

Le mie parole son capriole, palle di neve al sole,
razzi incandescenti prima di scoppiare,
sono giocattoli e zanzare, sabbia da ammucchiare,
piccoli divieti a cui disobbedire,
sono andate a dormire, sorprese da un dolore profondo
che non mi riesce di spiegare
fanno come gli pare, si perdono al buio
per poi continuare

Sono notti interminate, scoppi di risate,
facce sovraesposte per il troppo sole,
sono questo le parole,
dolci o rancorose, piene di rispetto oppure indecorose
Sono mio padre e mia madre,
un bacio a testa prima del sonno un altro prima di partire,
le parole che ho detto, e chissà quante ancora
devono venire…

Strette tra i denti
risparmiano i presenti,
immaginate, sentite o sognate,
spade, fendenti,
al buio sospirate, perdonate,
da un palmo soffiate.

( Pacifico )


lunedì 22 novembre 2010

... sulla riva del cuore in cui ho le radici...

Le Baiser


Se tu mi dimentichi     

Voglio che tu sappia
una cosa.

Tu sai com'è questa cosa:
se guardo
la luna di cristallo, il ramo rosso
del lento autunno alla mia finestra,
se tocco
vicino al fuoco
l'impalpabile cenere
o il rugoso corpo della legna,
tutto mi conduce a te,
come se ciò che esiste,
aromi, luce, metalli,
fossero piccole navi che vanno
verso le tue isole che mi attendono.

Orbene,
se a poco a poco cessi di amarmi
cesserò d'amarti poco a poco.
Se d'improvviso
mi dimentichi,
non cercarmi,
ché già ti avrò dimenticata.

Se consideri lungo e pazzo
il vento di bandiere
che passa per la mia vita
e ti decidi
a lasciarmi sulla riva
del cuore in cui ho le radici,
pensa
che in quel giorno,
in quell'ora,
leverò in alto le braccia
e le mie radici usciranno
a cercare altra terra.

Ma
se ogni giorno,
ogni ora
senti che a me sei destinata
con dolcezza implacabile.
Se ogni giorno sale
alle tue labbra un fiore a cercarmi,
ahi, amor mio, ahi mia,
in me tutto quel fuoco si ripete,
in me nulla si spegne né si dimentica,
il mio amore si nutre del tuo amore, amata,
e finché tu vivrai starà tra le tue braccia
senza uscire dalle mie.                                 Pablo Neruda

sabato 20 novembre 2010

In love with Shakespeare (3)

Anthony Frederick A. Sandys

Sonnet CXXIX

The expense of spirit in a waste of shame
Is lust in action: and till action, lust
Is perjured, murderous, bloody, full of blame,
Savage, extreme, rude, cruel, not to trust;
Enjoyed no sooner but despised straight;
Past reason hunted; and no sooner had,
Past reason hated, as a swallowed bait,
On purpose laid to make the taker mad.
Mad in pursuit and in possession so;
Had, having, and in quest to have extreme;
A bliss in proof, and proved, a very woe;
Before, a joy proposed; behind a dream.
All this the world well knows; yet none knows well
To shun the heaven that leads men to this hell.



Testo.: The amazing web site of Shakespeare's sonnets


   Sonetto 129

Sperpero di spirito in vergognoso scempio
è la lussuria in atto; e finché esso dura, lussuria
è spergiura, assassina, violenta, carica d'infamia,
selvaggia, estrema, brutale, crudele, sleale;
non appena goduta, subito disprezzata,
oltre ragion ambita e, non appena avuta,
oltre ragion odiata, come esca inghiottita
di proposito messa per render pazzo chi vi abbocca:
furiosa nel desìo e furiosa nel possesso,
sfrenata nel ricordo, nel godimento e brama;
delizia nell'orgasmo seguita da miseria,
un piacere ambito vestito d'illusione.
Il mondo ben conosce tutto questo, ma nessuno sa
sfuggir quel paradiso che guida a questo inferno.

Traduzione: Shakespeareweb

...e un insolito adattamento del Sonetto 129, su musica originale  di Umberto Sangiovanni, con Daunia Orchestra e la splendida voce di Sara Sileo.


venerdì 19 novembre 2010

"... mentre tutto intorno è pioggia, pioggia, pioggia... e Francia." (P.Conte)



Quante parole servono ad un uomo
per rispondere a un "ti amo"...


video: rive5gauche

"Un homme et une femme" regia Claude Lelouch (1966) con Jean-Louis Trintignant e Anouk Aimée

martedì 16 novembre 2010

Pioggia

La voce della pioggia           


E tu chi sei? chiesi alla pioggia che scendeva dolce, e che, strano a dirsi,
mi rispose, come traduco di seguito: Sono il Poema della terra, disse la voce della pioggia,
eterna mi sollevo impalpabile su dalla terraferma e dal mare insondabile,
su verso il cielo, da dove in forma labile, totalmente cambiata, eppure la stessa,
discendo a bagnare i terreni aridi, scheletrici,  le distese di polvere del mondo,
e ciò che in essi senza di me sarebbe solo seme, latente, non nato;
e sempre, di giorno e di notte, restituisco vita alla mia stessa origine, la faccio pura, la rendo bella
( Perché il canto, emerso dal suo luogo natale, dopo il compimento, l'errare,sia che di esso importi o no, debitamente ritorna con amore.)


Walt Whitman

Goccia di pioggia

lunedì 15 novembre 2010

Davanti a..."Guido"

Parete ovest della Sala del Mappamondo nel Palazzo Pubblico di Siena


Non era la prima volta che mi trovavo al cospetto di quel capolavoro della pittura senese trecentesca che è il "Guidoriccio da Fogliano all'assedio di Montemassi", nella sala del Mappamondo del Palazzo Pubblico di Siena. In altre circostanze avevo sostato in estasi davanti alla scena dipinta, immersa nel paesaggio anacronistico delle crete senesi, con gli accampamenti militari  simili ad incursioni cartoonistiche,  in contrasto con il contesto storico e pittorico della città. Non era la prima volta... avevo avvertito quasi da subito, grazie anche al mio erudito accompagnatore, l'innaturale collocazione del cavaliere sul limite dell'affresco, la posizione delle zampe del cavallo, impossibile nella realtà, che conferivano all'incedere dei due un sottile senso di vertigine, di imminente caduta, di irreale e quasi sovrumana movenza del vincitore. Né mi ero lasciata sorprendere dall'eleganza dei suoi abiti, identici per ricchezza e motivi ai finimenti del cavallo: avevo lasciato ogni volta quella sala pervasa dall'emozione di aver guardato una scena viva, che si perpetuava sotto i miei occhi  con indicibile realismo...
Ma quel tardo pomeriggio d'estate, quasi all'ora di chiusura, la Sala del Mappamondo era deserta; dalle finestre ampie la luce naturale della città a quell'ora, una sfumatura più intensa di "terra di Siena bruciata", scivolava sulle pareti, illuminando e quasi animando le armature dei soldati che, sulla parete opposta, si accalcavano nell'impeto delle vittorie senesi contro i fiorentini. Sul muro ad est, la Maestà di Simone Martini troneggiava in tutta la sua solennità, popolata di figurine dorate, primigenio ritratto di un popolo devoto nell'abbraccio materno della sua Maestà. Il suono dei nostri passi era l'unico rumore in grado di stabilire un contatto efficace con la realtà, con la città fuori da quel Palazzo, dove il tempo sembrava essersi fermato. Mi avvicinai come sempre all'affresco preferito, non senza accarezzare con lo sguardo le due figure di Santi ( Vittore ed Ansano) dipinti dal Sodoma, splendide nella preziosa resa dei colori. E fu proprio allora che, nel silenzio insolito di quella Sala delle Meraviglie, avvertii chiaramente la consistenza di quelle figure dipinte, il loro peso e il movimento vivo dei loro gesti, così sapientemente costruiti, il luccichio delle borchie a rilievo nei finimenti del cavallo, il suo respiro profondo e impaziente, il suono sordo dei suoi zoccoli danzanti. Fu solo un istante, un capogiro intenso , che mi costrinse a sedermi sui gradini ai piedi di una finestra...e prima che potessi decifrare le grida guerresche dei soldati senesi nel clangore delle armature, una voce amica mi riportò dolcemente alla realtà, mentre i passi frettolosi di una guida impaziente  attraversarono la Sala e come un sasso in uno stagno frantumarono la superficie liscia ed immobile del tempo. Mi riscossi a malincuore e guardai sorridendo il mio accompagnatore che nel guadagnare l'uscita non potè trattenere un risolino malizioso :-  Dov'eri poco fa?- Mi chiese sorridendo; non ricordo cosa gli risposi, la sensazione di aver sperimentato quel pomeriggio la sindrome di Stendhal non mi ha ancora del tutto abbandonata.

domenica 14 novembre 2010

In love with Shakespeare (2)

Sonnet CXXX


My mistress' eyes are nothing like the sun;
Coral is far more red, than her lips red:
If snow be white, why then her breasts are dun;
If hairs be wires, black wires grow on her head.
I have seen roses damasked, red and white,
But no such roses see I in her cheeks;
And in some perfumes is there more delight
Than in the breath that from my mistress reeks.
I love to hear her speak, yet well I know
That music hath a far more pleasing sound:
I grant I never saw a goddess go,
My mistress, when she walks, treads on the ground:
And yet by heaven, I think my love as rare,
As any she belied with false compare.

Testo: The amazing web site of Shakespeare's sonnets





Sonetto 130


Gli occhi della mia donna nulla hanno del sole,
il corallo è ben più rosso del rosso delle sue labbra;
se la neve è bianca, il suo seno è certo bruno,
se son setole i capelli, nere setole avrebbe in capo.
Ho visto rose screziate, rosse e bianche,
ma non vedo tali rose sulle sue gote;
e in certi olezzi vi è maggior delizia
che non nell'alito che la mia donna emana.
Io amo la sua voce eppure ben conosco
che la musica ha un suono molto più gradito;
ammetto che mai vidi l'inceder d'una dea:
la mia donna nel camminar calpesta il suolo.
Eppure, per il cielo, per me è talmente bella
quanto ogni altra donna falsamente decantata.

Traduzione:Shakespeareweb

mercoledì 10 novembre 2010

"...Io non sono che un'ombra, voi l'eco di un'aurora..."

Cirano di Bergerac
di
Edmond Rostand

Atto III ...sotto il balcone...
...
ROSSANA: Eccellente. Però perché parlate lento in questa maniera, così esitante, dite?
CIRANO: I veli della sera…
CRISTIANO: Che?
CIRANO: … per scostarli, del vostro orecchio alla scoperta.
ROSSANA: Ma quello che io dico trova la strada aperta.
CIRANO: Arriva tutto e subito? Ah, forse c'è una spia: è il mio cuore, che batte e indica la via. E il vostro orecchio è in secca, e io ho il cuore che tracima. Poi le vostre parole scendono, fanno prima. Le mie, salendo, tardano ad arrivare in alto.
ROSSANA: Ma da qualche momento mi prendono d'assalto.
CIRANO: Dopo un po' di ginnastica hanno fatto l'abitudine.
ROSSANA: Io vi parlo in effetti proprio da un'altitudine.
CIRANO: Certo, e mi uccidereste se, da codesta altezza, voi mi colpiste al cuore lanciandomi un'asprezza.
ROSSANA: Vengo giù.
CIRANO: No!
ROSSANA: Salite allora voi, qui, presto!
CIRANO: No!
ROSSANA: Perché no?
CIRANO: Lasciatemi coglier questo pretesto dell'occasione che qui ci offre il potersi parlare sì dolcemente, così.
ROSSANA: Senza vedersi?
CIRANO: Ma sì, è incantevole, ci indoviniamo appena. Voi sentite un mantello che del nero si svena, io intravedo un biancore di veste che vapòra. Io non sono che un'ombra, voi l'eco di un'aurora. E immagino di non avervi mai parlato avanti…
ROSSANA: È vero, i vostri toni erano meno stimolanti.
CIRANO: Sì, perché nel buio che mi va proteggendo io oso essere me stesso e oso… Stavo dicendo? Ah, non so, è così tutto… scusate l'emozione… così delizioso, così nuova occasione.
ROSSANA: Così nuova?
CIRANO: Sì, d'essere sincero. La paura di essere dileggiato contro di me congiura.
ROSSANA: Dileggiato?
CIRANO: Ma… per uno slancio. Sì, il mio cuore del mio spirito sempre si veste per pudore. Ah, lo spirito è inutile in amore! È da canaglia prolungare in amore l'inutile battaglia. Il momento poi viene, senza un ripensamento, e rimpiango coloro a cui non tocca un tal momento, quando sentiamo in noi che un amore nobile esiste e che anche un lieve cenno lo può rendere triste.
ROSSANA: Sì, il momento è questo e ci offre ora il suo frutto. Che cosa mi direte? ...




Testo



" Il ne me reste qu'à mourire, maintenant..."

 


lunedì 8 novembre 2010

In love with Shakespeare (1)

Anthony F. A. Sandys
Sonnet XXIII

As an unperfect actor on the stage,
Who with his fear is put beside his part,
Or some fierce thing replete with too much rage,
Whose strength's abundance weakens his own heart;
So I, for fear of trust, forget to say
The perfect ceremony of love's rite,
And in mine own love's strength seem to decay,
O'ercharg'd with burthen of mine own love's might.
O! let my looks be then the eloquence
And dumb presagers of my speaking breast,
Who plead for love, and look for recompense,
More than that tongue that more hath more express'd.
O! learn to read what silent love hath writ:
To hear with eyes belongs to love's fine wit.


William Shakespeare
Testo: The amazing website of Shakespeare's sonnets

E. R. Hughes
Come un pessimo attore in scena
colto da paura dimentica il suo ruolo,
oppur come una furia stracarica di rabbia
strema il proprio cuore per impeto eccessivo,
anch'io, sentendomi insicuro, non trovo le parole
per la giusta apoteosi del ritual d'amore,
e nel colmo del mio amor mi par mancare
schiacciato sotto il peso della sua potenza.
Sian dunque i versi miei, unica eloquenza
e muti messaggeri della voce del mio cuore,
a supplicare amore e attender ricompensa
ben più di quella lingua che più e piu' parlò.
Ti prego, impara a leggere il silenzio del mio cuore
è intelletto sottil d'amore intendere con gli occhi.
 Traduzione: Shakespeareweb

domenica 7 novembre 2010

Passione senese

Il mio amore per Siena risale ad oltre quindici anni fa. Ricordo perfettamente la sensazione di bellezza che mi riempiva il cuore durante quella vacanza: l'ho portata con me ed ancora ne conservo l'inconfondibile sapore in un angolino segreto del mio cuore. Ci arrivai  un pomeriggio d'agosto, reduce da un fine settimana a Pesaro, le note della Zelmira di Rossini ancora mi risuonavano nelle orecchie...la splendida voce di Mariella Devia... l'atmosfera del Rossini Opera Festival... la Pinacoteca dove vidi per la prima volta la splendida Pala Pesaro del Giambellino ed una Sala delle Nature Morte veramente indimenticabile. Entrammo in città senza alcuna prenotazione alberghiera, così, alla ventura; ed è proprio il caso di dirlo perchè trovare una camera a Siena è una specie di avventura, nonostante l'efficienza dell'ufficio APT. Tuttavia, proprio grazie all'efficace intervento di un gentile impiegato, riuscimmo a prenotare una camera fuori dalle mura, in un paesino che scoprimmo essere importante per le testimonianze archeologiche della civiltà etrusca, in piene crete senesi. Non dimenticherò mai il panorama che mi riempì gli occhi, quando mi affacciai al balcone della nostra camera , quella prima sera. Le crete si alternavano alle coltivazioni di vite ed olivo sulle colline intorno, tutto era avvolto da una luce calda, ocra sfumata da un tramonto iridescente. Ho ritrovato poi  quei colori e quella sensazione di essere sospesa nel tempo nella "Cavalcata notturna"  del Guidoriccio da Fogliano, nella sala del Mappamondo del Palazzo Pubblico di Siena. Mentre chiudevo gli occhi, scivolando in un meritato sonno dopo quella splendida giornata, non sapevo ancora che l'essere alloggiati fuori le mura ci avrebbe riservato, il mattino dopo, la nostra prima cartolina senese.  Lo stupore misto a meraviglia che provai, nel vedere la città comparire in lontananza, non l'ho dimenticato: lo considero il nostro primo vero incontro. Da quel momento fu amore vero, ogni volta che ci sono tornata ho ritrovato la magia e la poesia di allora.Poco tempo fa, mentre cercavo in rete riferimenti storici sulla Resistenza, ho incontrato il blog La vita larga di Carlo Groppi, una persona di grande cultura, poliedrica ed estremamente creativa: questo link non è certamente sufficiente a fornirne una definizione esauriente, ma è di sicuro un assaggio della sua straordinaria vitalità intellettuale. Grazie alla sua cortese generosità, sono venuta in possesso di questi versi, che subito alla prima lettura mi hanno colpito, perché esprimono appieno ciò che mi lega a Siena: il fascino, struggente e rude insieme, di questa bellissima città.


Proverbi

III

Una sera d'ottobre che parea primavera,
in Fonte Ovile ci giurammo amore
tra i voli delle rondini tardive.
Oh! quante lacrime mescolammo
a quelle chiare acque, a quelle tue parole!

                Donna di Siena
                faccia d'angelo
                e bocca di iena.
              
I morsi sulle labbra ancor mi fanno male.

                                       Carlo Groppi


Image by H005 [Public domain], from Wikimedia Commons

sabato 6 novembre 2010

Genova per me...




Mi è tornata all'improvviso una gran voglia di parlare di Genova. Non credo sia una questione di stagioni: Genova non è una di quelle città che cambiano vestito secondo i mesi; mantiene i suoi colori intatti da secoli, malgrado il cielo e il mare facciano a gara per indurla ad un cimento, proiettando sui suoi palazzi ombre e luci affascinanti. Lei si lascia accarezzare, si lascia attraversare fin nel cuore dei suoi caruggi più reconditi, ma non cede alle lusinghe e rimane uguale a sé stessa, Superba. No, non è una questione di stagioni; il pensiero di Lei si affaccia all'improvviso, cauto e discreto, quasi nascosto fra gli altri mille che la mia mente insegue, mi induce ad imitarla e così a mia volta io mi addentro in lei e mi lascio attraversare dai suoi colori, dalla dissimulata maestosità delle sue architetture, fin nel suo cuore dove ancor più nascoste quinte celano tesori incredibili. Genova per me è come i genovesi, schermisce le sue bellezze, avara di sorrisi e d'indulgenza, mercanteggia con astuzia le sue seduzioni e alla fine si lascia scoprire. Mi piace sbirciare negli imponenti portoni dei suoi palazzi antichi, silenziosi testimoni di un passato fastoso, farmi sorprendere dalle pietre di San Matteo attraversando la sua piazzetta, scendere nel cuore della vecchia Zena fino a Via degli Orefici, dove c'è una "Adorazione dei Magi "in bassorilievo che la folla indaffarata quasi ignora... ovunque ci sono meraviglie, che spiano sornione il flusso di gente che, come un fiume,scorre nelle vene grigie e strette della città vecchia.

San Matteo
















By William Domenichini (my own work) [GFDL, CC-BY-SA-3.0 or CC-BY-SA-2.5-2.0-1.0], via Wikimedia Commons


I palazzi si fronteggiano e quasi si toccano, impedendo agli occhi di godere della bellezza cromatica delle facciate decorate che si perdono fino a toccare il cielo; poi San Luca e la sua chiesa, affrescata dal Piola , sulla cui parete di sinistra troneggia una "Adorazione dei Pastori" del  Grechetto , ulteriormente impreziosita dalla doratura di un raggio di luce naturale... e Piazza Banchi, centro commerciale e finanziario della Superba, i portici di Sottoripa, così simili ai souk maghrebini, che corrono alle spalle di Palazzo San Giorgio, dove si apre lo scrigno di Genova: il Porto Antico... il mare. Qui Genova racconta, a chi la vuole ascoltare, la sua mediterraneità, la sua piratesca indole, la sua gloria marinara. Ma basta un attimo, basta voltare la testa e un'altra scenografia seduce il cuore: Via San Lorenzo sale dal mare verso la Cattedrale, che sembra giocare a nascondersi con i ricchi palazzi che la circondano, mentre in cima alla salita, oltre il Ducale che da qui non si indovina, svetta l'imponente sagoma della Chiesa del Gesù, mistica quadreria del grande Rubens.

Via San Lorenzo, scorcio della Cattedrale omonima e, sullo sfondo, la Chiesa del Gesù
 By Alessio Sbarbaro User_talk:Yoggysot (My Work) [CC-BY-SA-3.0], via Wikimedia Commons



Mentre percorro la salita di San Lorenzo, accarezzando le linee delle sue architetture e le curve sinuose dei suoi leoni, so già cosa mi attende alla fine di questa strada... se il tempo tiranno mi costringerà svolterò a sinistra, verso Piazza de Ferrari e il Teatro e rapida mi rimetterò in viaggio verso casa. Ma se esiterò soltanto un attimo, se i miei piedi indugeranno sul selciato disuguale e gli occhi scivoleranno furtivi verso Porta Soprana... ecco, sarò nuovamente prigioniera del suo fascino, girerò a destra senza dubitare e con pochi passi impazienti mi ritroverò davanti a San Donato, in pieno Medioevo; saluterò la sua torre campanaria con un sorriso di beatitudine autentica... e ricomincerò a sognare.

San Donato

   By User:Yoggysot Alessio Sbarbaro (My Work) [GFDL, CC-BY-SA-3.0 or CC-BY-SA-2.5-2.0-1.0], via Wikimedia Commons

mercoledì 3 novembre 2010

Romeo and Juliet

                 By Sir Frank Dicksee[see page for license], via Wikimedia Commons      

martedì 2 novembre 2010

"Caro nome" - Gilda (Julia Novikova)

 


Mantova , 4-5 set 2010 Rai
Rigoletto Placido Domingo
Gilda Julia Novikova
Il Duca di Mantova Vittorio Grigolo
Sparafucile Ruggero Raimondi 
Maddalena Nino Surguladze
RAI Orchestra
Zubin Mehta- Marco Bellocchio - Vittorio Storaro

lunedì 1 novembre 2010



 Olio            
Io mi perdo ancora navigando nei minuscoli oceani
Dei miei grandissimi bicchieri d'acqua problematica
Frizzante lievemente al punto giusto da permettermi
Di non capire quasi nulla fuori dalla mia semplicità
Né tanto meno perché ancora adesso mi ritrovo qua

Lui che sa guidare moto, auto e barche a vela di praticità
Mentre io sapevo cavalcare solo la tua fantasia
Lui che può comprarti tutto quello che desideri a parte
Qualche piccolo salmastro universo di estroversità
A parte un paio di pensieri trascendenti la fisicità

Ma il mio apparente equilibrio psicofisico ti stupirà
Mi sono convinto che và tutto bene che è passata già
Sono un macigno di sorrisi amici e di serenità
Però spiegatemi perché alla fine mi ritrovo qua
Chitarra, penna e mente torbida se invece và…

Tutto liscio come l'olio… qualcosa non và…
Tutto liscio come l'olio sparso
Sul cespuglio di cartavetro
avvolto da chilometri di filospinato
Dove sono scivolato…qualcosa non và
Tutto liscio come l'olio fra
Gli ingranaggi complessi di una macchina industriale
Aggrovigliati in modo così preciso e razionale
Che per me diventa impossibile capire
Come faccia a funzionare…qualcosa non và

Io posso ancora offrirti la mia inutile capacità
Di spostare accenti e significati delle situazioni
Di saltare da un confine all'altro delle nostre anime
E di trascriverle in parole e pause per comodità
Sopra le corde antidolorifiche della mia musica

A meno che tu non preferisca innamorarti della sua nuova casa
E della sua sfavillante disneyana generosità
In armonia col suo sorriso spigoloso di essenzialità
Che può portarti in capo al mondo o aiutarti a preparare pranzo
O rimpiazzare un imbranato lento immerso nel suo mondo

Io mi cibo dell'ultima fetta amara del tuo cuore che mi spetta
E la mia ombra incombe ancora sulla tua-sua felicità.
Ti ricordi quando ridevi degli anziani che ballavano?
Ma l'ultima volta le tue quattro lacrime di controcanto al tango
Mi sussurravano qualcosa, lui guardava, e non mi meraviglio più.

Tutto liscio come l'olio… qualcosa non và…
Tutto liscio come l'olio sparso
Sul cespuglio di cartavetro
avvolto da chilometri di filospinato
Dove sono intrappolato…qualcosa non và
Tutto liscio come l'olio fra
Gli ingranaggi complessi di una macchina industriale
Aggrovigliati in modo così preciso e razionale
Che per me diventa impossibile capire
Come faccia ad incepparsi…qualcosa non và

Ma quante cose questo caldo eccezionale si è portato via!
Trascino ancora leggerissimi orologi di malinconia
E un altro treno verso casa tua come un po' di tempo fa
E un altro errore da ripetere tutte le volte che vorrai
Da sgretolare in frammenti di pensieri per poterlo meglio
Masticare, ingoiare e vomitare quando servirà…
Forse ho capito perché ancora adesso mi ritrovo qua.

Tutto liscio come l'olio… qualcosa non và…

Dario De Seppo

Per gentile concessione del suo Autore pubblico questa splendida poesia, che in realtà è una canzone, e mi permetto di evidenziarne alcune strofe, perchè in esse ho trovato una definizione perfetta dell'essere un poeta. Un sincero grazie a Dario.